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AFRICA;L’OASI DI ACHEGOUR

Letteratura / 82

AFRICA;L’oasi di Achegour

di Giuseppe Mazzocco

   È il giorno 9 febbraio 1999.

   Sveglia alle ore 6.30. Partenza alle ore 7.45.

   Dopo un’ora di marcia arriviamo al pozzo di Achegour, dove dovevamo accamparci la sera prima e dove la nostra guida non ci ha portato, perché ha preferito farci fare un campo “intimo” e più riposante. Il pozzo rappresenta un’area di “servizio” (ha acqua potabile, anche se leggermente salmastra, per l’alto contenuto di sodio e sale da cucina) fondamentale per le carovane, di camion e di cammelli, che transitano per il deserto del Ténéré. È tappa obbligata per chi risale il Niger da sud e si dirige verso Dirkou.

   Attorno al pozzo vi sono sofferti alberi di acacia e tamerici sotto i quali si sono sistemati una trentina di vari viaggiatori del deserto, trasportati da camion strapieni di ogni mercanzia. Le persone parlano tutte assieme in un caotico andirivieni di incontri; tutti gesticolano e, quasi, si spingono l’un l’altro come in un antico rituale tribale. Viaggiano assieme da parecchi giorni e continuano a fraternizzare in modo allegro e molto rumoroso.

   Diciamo grazie alla guida per aver scelto, per la notte passata, un luogo sereno, silenzioso ed intimo, lontano da quella babelica confusione!

   Prendiamo dell’acqua dal pozzo, con un secchio ricavato da una vecchia tanica: l’acqua, oltre che salata, ha uno sgradevole odore di zolfo.

   Dopo aver scambiato grandi pacche sulle spalle, vigorose strette e sorrisi con invidiabili denti bianchi ripartiamo.

   La luce del mattino riesce a far vedere appena l’orizzonte, quasi amalgamato dalla corposità dell’armata., che ha ripreso a soffiare con una certa forza.

   Viaggiamo a 80/100 km/h su un morbidissimo mare di sabbia. Ogni pilota segue il proprio itinerario ed il convoglio si apre a ventaglio o in ordine sparso, casualmente. Guidare in queste condizioni è come giocare con un videogame. È talmente irreale che sembra un’azione fatta da altri, come se ci stessimo guardando su un grande schermo!

   Ci arrampichiamo sulle dune dai profili molto dolci, a forte velocità, ed il continuo susseguirsi di questo saliscendi rende la guida ancora più piacevole. È come scendere e risalire da scivoli di un parco giochi, messi in continua successione. Continuiamo a superare questa lunga serie di cunette e dossi intercettando le profonde tracce del nostro camion (che era partito prima) e con la temperatura esterna che sta diventando sempre più calda.

   La sabbia si fa meno compatta e la velocità si riduce un po’. Il continuo cambio di direzione dell’andatura costruisce, sulla sabbia, geometrie variabili di intrecciate tracce lasciate dai nostri pneumatici. Le auto che, a seconda del tipo di sabbia, accelerano o rallentano, si allontanano o si avvicinano creano una casuale e coreografica parata automobilistica. Ci fermiamo a fotografare questa ragnatela di solchi che, man mano che avanziamo, viene coperta dalla sabbia alzata dall’armatan che spira in modo molto leggero e quasi a livello dei piedi: sul viso non lo sentiamo! Questo strano fenomeno atmosferico, per noi assolutamente ignoto, cancella le tracce del nostro passaggio, senza infastidirci con la sabbia sul viso.

   Il cielo è pulitissimo sull’azimut e si trasforma in un colore lattiginoso solo verso il filo dall’orizzonte. Il discreto vento del deserto governa i colori di questo scenario incredibile, fatto solo dai tenui colori della sabbia.

   Senza ridurre la velocità, ci avviciniamo alle altre auto e facciamo il “pollice su”, per esprimere la gioia di vivere un momento magico ed in un ambiente fiabesco.

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