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E SE DESSIMO “TESTATINE”?

Il Dubbio / 82

E SE DESSIMO “TESTATINE”?

di Enea Di Ianni

Crescono le liste degli amici e delle amiche, si infittiscono così tanto che ormai, ad averne pochi, vuol dire contarne almeno un centinaio.

Si incrociano ogni mattina i loro messaggi, alla prima accensione dello smartphone, preceduti, magari, da strani brevi suoni o qualcosa di simile, appena accennati. Ci sono più o meno tutti e se qualcuno manca, non c’è da preoccuparsi, arriverà subito dopo.  Tutti rigorosamente accompagnati da fiori, tazzine di caffè fumante, da cieli limpidi o occhiolini che ammiccano, labbra che annunciano baci, ma anche da immagini del santo del giorno al quale veniamo, “amichevolmente”, invitati ad affidarci. Qualcuno più pratico e scafato preannuncia, con arte, dettagliate situazioni climatiche, di solito  quelle negative e, più di rado,  quelle positive; qualche altro ci tiene a salutarci da un luogo incantevole, un posto da  sogno  e non si riesce a capire se è lui che si trova in quel paese o se vuole che ad andarci sia il ricevente. E chi li riceve cosa fa? Li ignora? No, non è bello, almeno un piccolo riscontro va dato, tanto per dire “Ho visto…”, “Ho gradito..” “Ricambio…”, o solamente un segnale per dare, al mittente, la conferma che non è stato ignorato.

Qualche volta c’è l’amico o l’amica che, con fare protettivo, ci saluta con un portafortuna pregandoci di trasmettere il messaggio ad altri dieci e questi ad altri e così via, all’infinito. E’ una delle tante “catene” che, anziché legare, finiscono col seccare e stancare dando, al ricevente, l’occasione e la scusa per liberarsi, una volta per tutte, di qualche amico o amica forse eccessivamente stressante.

Così ogni giorno piovono cuori e cuoricini, labbra che schioccano baci, manine che esprimono “ok”, visetti sorridenti oppure faccette con una lacrimuccia che sa di commozione o altre, ammiccanti, che strizzano un occhio.

In occasione di lutti e ricorrenze come compleanni, anniversari, conseguimento di Laurea – breve o lunga fa lo stesso! -, al primo apparire di condoglianze, di auguri o di congratulazioni, segue lo scatenarsi di tutti gli altri che si accodano e fanno da coro. Una cosa c’è di bello che per lo più trattasi di un “copia e incolla” che non  impegna più di tanto nella scrittura e autorizza, chi li riceve, a scorrerli rapidamente e a non impegnarsi in ringraziamenti personalizzati.

Certamente la facilità e semplicità di come si accendono amicizie su faceboock dovrebbe renderci coscienti e consapevoli che l’amicizia, quella con la “A” maiuscola, è altra cosa e non nasce perché qualcuno ti chiede o “richiede” se vuoi essere suo amico o sua amica.

Da bambini si usava, e ancora si usa, chiedere al vicino o alla vicina di banco, di classe, di giochi “Vuoi essere mio amico?”. In quel caso l’impegno e la reciprocità nascevano sempre dalla circostanza che ci si era ritrovati insieme, con una certa continuità, in un’aula o in un parco giochi e ad essi si riconducevano, specificatamente, quei precisi rapporti amicali tant’è che si definivano, e si definiscono ancora,  amici di classe e amici di giochi per poi

individualizzarsi, ancora meglio, come compagni di classe e compagni di gioco. Socrate riteneva  l’amicizia uno dei beni più belli che si potessero desiderare, qualcosa da preferire a qualsiasi ricchezza e a qualunque bene materiale. L’amico o l’amica sono quelle persone che ci rimangono vicino  quando tutti gli altri che conosciamo ci abbandonano. Gli amici veri non ci dicono sempre “si”, ma sanno dirci anche “no” spiegandoci il perché.

Un’altra caratteristica è che gli amici, quelli veri, non sono mai tanti. Tanti possono essere i conoscenti, i compagni di lavoro, i compaesani; gli amici, quelli  veri, lo sappiamo, si contano sulle dita di una mano.

Ho ascoltato e condiviso, in questi giorni, una riflessione di Crepé sull’amicizia:

Una ragazza, tredici anni, si è impiccata, vicino Vicenza. Era sola, col padre. Sono arrivati i carabinieri, hanno sperato di trovare qualcosa, un pezzo di carta, qualche spiegazione, una lettera. Non c’era niente. Qualcuno ha aperto il computer… Era pieno, tutti amici: 700, 800 amici.

Quali amici? L’amicizia è quella o è quella che, quando stai male, arriva anche alle tre di notte? Io credo alla seconda e non sono 788, sono due o tre, quelli giusti, quelli buoni, quelli che ti han seguito tutta la vita.”

Ho una cagnolina, Liz, e due gatti, Benjamin e “La Paz”. Ognuno dei tre ha un suo modo per farti capire che ha voglia di entrare e di uscire, di mangiare e riposare, di giocare. Tutti e tre, con modi diversi, ti fanno capire anche quando non vogliono rotture di sorta, quando non vogliono essere disturbati. In casa abbiamo sempre avuto dei gatti, magari di colore diverso, ma gatti e non di razza. Gatti comuni, non blasonati. Liz è il terzo cane, prima di lei ci sono stati Camilla e Dumbo.

Di una coppia , bellissima, di gatti neri, entrambi maschi e fratelli, uno solo amava la musica e l’amava al punto tale che, quando mi sentiva suonare la tastiera, lasciava il giardino e mi raggiungeva in taverna. Dopo avermi osservato ed essersi fatto notare, saltava sulle mie ginocchia e da lì, delicatamente, raggiungeva il  ripiano che sovrastava la tastiera e vi si adagiava soddisfatto. A occhi socchiusi e immobile, rimaneva lì per tutto il tempo che io continuavo a suonare. Ogni tanto, si accertava che ci fossi ancora, e tornava a rilassarsi.

Ho sempre pensato che gradisse il genere di musica che io suonavo, anche perché, potendolo fare, non è mai andato via prima che io terminassi il repertorio del giorno. Ho anche pensato, a dire il vero,  che forse i motivi che suonavo li gradisse come colonna sonora per i suoi sogni.. Benjamin è un gatto agile, adottato da piccolissimo, dal pelo bianco e nero così ben assemblato da dare l’idea di un frack.

Quando si muove, le sue studiate movenze, unite al bianco e al nero del mantello peloso, mi ricordano il mitico “Gastone”. Più o meno un anno fa, rientrando con me dal giardino, mi ha preceduto fino alla sommità della scalinata fermandosi, poi, improvvisamente, sul gradino più in alto e cominciando ad abbassare ed alzare in un certo modo il capo. Ho pensato che avesse qualcosa che lo infastidiva, perciò ho avvicinato  il viso per osservarlo più da vicino.

E’ stato allora  che lui, in modo garbato e deciso, con la sua fronte ha dato un colpettino alla mia, di fronte. L’ho assecondato e, per un attimo, sono stato al gioco: lui cercava la mia fronte ed io la sua, toccandoci reciprocamente con piccoli colpi. Da quella volta, e non solo salendo la scalinata del giardino, Benjamin, in occasioni diverse, mi si avvicina e, con un certo abbassamento del capo, mi fa capire che vuole darmi, e ricevere, la “testatina”.  Ho cercato di cogliere il senso, di conoscere il perché e, alla fine, mi è stato chiarito che quel gesto del felino, di Benjamin, ha a che fare con la fiducia, la fiducia che lui ripone in me. In pratica il suo è un comportamento che i gatti non hanno con tutti, ma lo riservano solo a quelli che ritengono “degni” di riceverlo. Perciò Benjamin non lo fa con tutti i componenti della mia famiglia, ma solo con qualcuno meritevole, sì, perché quel gesto esprime la sua fiducia in un umano e gli serve “per marchiare la persona con il suo odore, per rendere evidente che lo considera parte del suo branco”. E’ un messaggio “odoroso” perché trasmesso con la fronte che, nel gatto, è la sede delle ghiandole che secernono “feronomi”. E’ un messaggio autentico di amicizia, amicizia non con tanti, ma con pochi, pochissimi. Credo che abbia proprio ragione Crepé: “Impariamo, ci stanno fregando. Non è vero che abbiamo delle amicizie perché siamo su facebook. Per favore, non bestemmiamo. La parola amicizia è una parola meravigliosa!”

Ne sono convinto, ne è convinto anche Benjamin che non va distribuendo testate a destra e a manca, ma solo a pochi, anzi a pochissimi.  E se lo imitassimo anche noi?

 

 

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