BICI O PERSONE?

Il Dubbio / 81

 BICI O PERSONE?

di Enea di Ianni

Che giornate stupende ci ha regalato ottobre 2022, impensabili, portatrici di solarità non solo metereologica, ma anche di spirito. Molto più magnanimo e deciso di tanta politica europea e nazionale, ottobre, ha dato prova di aver voluto sostenerci, per quanto poteva, nel farci risparmiare un poco su gas ed elettricità.  Non mi è difficile ricordarne altre  di cosiddette “ottobrate” caratterizzate dallo stesso tepore e dalla stessa voglia di lasciarsi andare a piacevoli passeggiate, da soli o in compagnia, per riscoprire  bellezze naturali e di luoghi che, seppure note, ogni volta che le riflettiamo hanno sempre qualcosa di nuovo e di diverso.

C’è qualcosa di nuovo oggi nel sole, anzi d’antico…”, così scriveva Giovanni Pascoli e aveva ragione. A ben guardare c’è sempre, tra il noto e il vecchio, un poco di nuovo, di non “dejà vu”, e questo è il bello della vita che, per quanto, sotto certi aspetti, possa apparirci piatta e monotona, inaspettatamente riesce a stuzzicarci e attrarci. Non è strano accorgersi che tutto quello che è intorno a noi c’era , magari, già prima, l’avevamo visto ma non guardato? Quelle stesse cose, luoghi e persone, passate alla scorsa visiva non erano state messe a fuoco dalla telecamera del nostro cervello. Come per un film, così nella vita il quotidiano mette sotto gli occhi paesaggi, ambienti, luoghi, fatti che trovano la mente, l’operatore che è in noi, distratta. Quegli stessi ambienti, luoghi, paesaggi e personaggi tornano a riproporsi diversamente quando, ripetendosi il filmato, qualcuno o qualcosa ci richiama a soffermarci su di essi. E’ allora che avviene la “zummata”: l’immagine si ingrandisce, i particolari esplodono e s’impongono all’attenzione sotto un’altra luce. Certamente trattasi di cose già viste, ma solo in quel momento le attenzioniamo davvero come si deve e ci accorgiamo di particolari, non riflettuti prima, che modificano il nostro punto di vista.

Si stava meglio quando si stava peggio…” è l’espressione ricorrente nei momenti o nelle situazioni in cui prendiamo consapevolezza che la soluzione data a taluni problemi si è rivelata più dannosa del problema stesso. E’ il caso del signore che, dopo aver degustato un’abbondante e succulenta cena e non volendo avere conseguenze digestive spiacevoli, nel coricarsi pensò bene, da previdente, di assumere qualcosa di purgativo. Si addormentò soddisfatto, ma al mattino seguente non si svegliò. Era morto. La moglie, testimone dell’accaduto, ritenne giusto far incidere, sulla lapide cimiteriale, la scritta “Stava bene; per stare meglio si trova così!”

Qualche giorno fa, per l’esattezza lunedì 24 ottobre, intorno alla 11:00, incrocio due amici lungo viale Matteotti, una delle due strade che fiancheggiano la Villa comunale di Sulmona. Non ci si vedeva da un po’ perciò il bello del ritrovarsi e il tepore, insperato, della giornata, luminosa e assolata, ci hanno stimolato a fare, insieme, quattro passi all’interno della Villa, in quei viali che conosciamo dagli anni delle “medie”, quando la scuola media “Serafini”, unica in città e ubicata nel palazzo che s’affaccia sullo stadio “Pallozzi”, a pochi metri dalla cattedrale di San Panfilo, era l’unica scuola media del territorio peligno e raccoglieva alunni non solo della città, ma anche quelli provenienti dalla valle Peligna, dalla valle del Sagittario, dal Subequano e, in parte, dalla Valle del Pescara.

Con pacata nostalgia proviamo a rinnovare qualche ricordo legato proprio alla “Villa Comunale” e, immancabilmente, finiamo col costatare il vistoso degrado di oggi, risultato della trascuratezza, dei rari inefficaci e improvvisati interventi per rinfoltire le siepi, ridar vigore al verde, curare il datato patrimonio arboreo, la fioritura delle aiuole, la manutenzione degli arredi. Proprio mentre ne parliamo, alcuni ragazzotti, vocianti e ridanciani, discutono animatamente stando seduti sulla spalliera della panchina e con i piedi comodamente poggiati sul piano di seduta.

E’ inutile, non c’è più educazione!”, sentenzia, serio Carlo scuotendo la testa. “E’ vero”, lo asseconda Michele, “…però è vero anche che non ci sono controlli!” Girandosi a me, prosegue: “Tu vedi, forse, qualche vigile in giro?” Tutti e tre, istintivamente, ruotiamo la testa alla ricerca di una conferma o smentita, ma non c’è ombra di polizia locale, né di altre divise di tutori d’ordine. Un breve silenzio mentre l’attenzione rimane concentrata sui ragazzotti. Michele, poi, esterna un pensiero che è anche il nostro, mio e di Carlo: il ricordo dell’unico vigile urbano entrato a far parte della nostra adolescenza. In divisa, con fare sornione, piombava all’improvviso e bloccava sul nascere incontri fanciulleschi di calcio. Un attimo e le squadre ammutolivano assistendo, inermi, al sequestro di palla o pallone e alla registrazione dei nomi dei giocatori trasgressori. che voleva dire informazione ai genitori come avvertimento che, se ripetuto, significava multa da pagate al Comune e, di certo, accompagnata da qualche calcio o scapaccione “educativo” dei genitori ai figli. Oggi, a riviverli, certi episodi ci fanno sorridere, ma allora c’era davvero poco da sorridere. Quel vigile aveva acquisito notorietà straordinaria col nomignolo di “Vapore” dovuto proprio all’abilità che aveva di comparire dal nulla, improvvisamente, proprio come una folata di vapore che sorge accompagnato al borbottare di una pentola. Il suo apparire significava addio al gioco di pallone, ascolto silenzioso della reprimenda solenne ma, alla fine, bonaria  e che si sarebbe conclusa con la promessa solenne, da parte nostra, che la cosa non si sarebbe ripetuta. “Meno male che oggi sono altri tempi e si vive di maggiore libe…” Michele, di peso, tira a sé, di colpo, Carlo che. proprio sull’ultima parola, ha rischiato di essere preso in pieno dal sopraggiungere silenzioso, alle spalle, di una veloce bici  elettrica con ruote dalle gomme larghe. Alla guida un ciclista sui quarantacinque anni, sicuramente distratto o attratto da altro. Non si è fermato e ha evitato perfino di provare a scusarsi; ha accelerato e filato dritto, come se la cosa non lo riguardasse, orgoglioso e fiero di sé e del suo velocipede ecologico.

Restiamo sorpresi e spaventati per l’accaduto mentre il pensiero di tutti e tre, senza dircelo, è lo stesso: nostalgia e rimpianto per il vigile “Vapore”, per il rispetto che aveva ed esigeva per la sacralità pedonale del posto.

Non era, la sua, una mania, ma amore: amore per quel il luogo e per il proprio dovere. Rallentiamo il passo provando a recuperare tranquillità. Intanto riflettiamo, a voce alta, lasciando trasparire amarezza e indignazione per un menefreghismo inspiegabile da parte di tutti noi che, pure, avremmo dovuto e dovremmo aver cura di un bene comune, delle sue aiuole, del suo verde, dei suoi arredi, dei suoi fiori, della sua sacralità pedonale e invece ci limitiamo a scuotere il capo rassegnati. E, ormai, solo la rassegnazione, che è sorella dell’indifferenza, si accompagna, ogni giorno di più, alla  voglia di ricordare quel che era  la Villa comunale e quel che non è più. L’elenco è lungo, ma quel che più brucia è dover constatare come ci si abitua a tutto: all’indifferenza di chi amministra, all’assenza di chi dovrebbe “vigilare”, alla maleducazione di troppi. A sorpresa, seguendo un suo pensiero, l’amico che ha rischiato di essere investito, come se parlasse a se stesso, dice, a voce alta e indicando l’accesso della Villa da Piazzale Tresca:

E c’è pure, da sempre, un segnale di divieto alla circolazione delle bici all’interno della Villa!?!” E’ vero, conveniamo. Andiamo a verificare e ci accorgiamo che è scomparso. Non c’è più. C’è ancora, però, quello circolare, colore azzurro, con all’interno l’omino, in bianco,  in posizione di movimento. Vuol dire, se non erro, che in quel percorso possono transitare solo persone!!!  E le bici, allora???

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ma anche la semplice ruberia di una foglia per farne un fischietto.

Nessun Commento

Inserisci un commento