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“LAMIENTE” di Liborio Caranfa

 

ABRUZZESITA’ / 80/

“LAMIENTE”

di Liborio Caranfa

Liborio CARANFA nel 1944 compare, come autore di poesie dialettali, nel giornale “La Foce”, in quel di Scanno (AQ). Si firma “Cuculo della Plaja”, proprio a significare la sua funzione di “osservatore” a distanza, dall’alto  dalla Plaja, un colle di Scanno. Dopo aver osservato, scrutato e visto, come un Cuculo fannullone, traduce in versi dialettali quello che più lo ha interessato e incuriosito. Liborio Caranfa è stato amante della poesia dialettale e della pittura e Il mondo, da cui attinge ispirazione, è Scanno: i luoghi, la gente, i fatti, i politici di turno. Anche gli anonimi che, poi, non restano più anonimi perché la penna del Caranfa sa disegnarli assai bene, tanto da renderli “personaggi” degni di notorietà.

E’ un piacere ripercorrere, attraverso le sue composizioni poetiche, momenti e stagioni di vita nei quali il lettore non fa fatica ad accedere e riuscire ad assaporare e comprendere ciò che li caratterizzano.

Non sono stati anni facili quelli vissuti dal poeta. Nato nel 1901, ha attraversato l’epidemia della Spagnola, ha vissuto i fatti del terremoto del 191, quello che distrusse Frattura, piccolo centro scannese, e poi la prima guerra mondiale. Quando la speranza era tornata a far sorridere, ecco la seconda guerra mondiale: l’occupazione tedesca, i rastrellamenti, la miseria, i lutti e la fame.

La poesia “LAMIENTE”, in dialetto scannese e inserita nel volume “Il Cuculo della Plaja”  (una ristampa curata e arricchita da Ezio Farina ed edita dall’Associazione Culturale “La Foce”), è il lamento,  un suono ricorrente per le vie del paese, suono che sa di pianto e povertà, di tanta miseria e altrettanta impotenza perché contro certi eventi non puoi fare altro che lamentarti e, allora, quando scrive il Caranfa, dovevi farlo sottovoce e di nascosto perché il nemico davvero ti ascoltava e non aveva pietà di te. 

 

“LAMIENTE”    di  Liborio CARANFA 

Tutte me casca, tutte me va liente,

attuorn’all’ossa ’n c’è remòse niente;

nu sacche è deventòta la giacchètta

che préma m’atturnàiva la… trippétta.

 

La tessera m’à fatte ’stu servizie,

e d’abbuffarme… ’n tienghe cchiù lu vizie!

Se n’era pe’ lla guerra… magnaòme

e mo nen ce sterrie’ tutta sta fòme!

 

Quande me ferm’a dummannò lu spiecchie,

quiste responne – Te fie’ sicch’e viecchie!…-

Suspére, rusce, stregne iu centréne…

e manne ’na viastéma a Musuléne.

 

LAMENTO

Mi cade tutto, tutto mi va lento,

intorno alle (mie) ossa non c’è rimasto niente;

la giacca, che prima mi contornava la pancia,

è diventata (come) un sacco.

 

E’ stata la tessera a farmi questo servizio,

e non ho più il vizio di abbuffarmi!

Se non fosse stato per la guerra… avremmo mangiato

ed ora non ci sarebbe tutta questa fame!

 

Quando mi fermo a interrogare lo specchio

questi mi risponde – Ti sei fatto magro e vecchio!.. .-

Sospiro, arrossisco (per la rabbia), tiro la cinta…

e mando una bestemmia a Mussolini.

 

 

 

 

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