ISTRUZIONE E MERITO?

IL DUBBIO  / 80

ISTRUZIONE E MERITO?                                                                                                                                     

di  Enea Di Ianni 

 Ho appena assistito al passaggio della “campanella” da Mario Draghi a Giorgia Meloni, un gesto simbolico che conclude un percorso governativo e ne avvia uno nuovo. Uno nuovo che si innesta, almeno come tempo, sul precedente e dal quale si andrà, comunque, differenziando.

Sì, si andrà differenziando non perché dovrà ignorarlo o perché dovrà muoversi in contrapposizione, ma solo perché dovrà avere una sua fisionomia e tipicità sia nel prosieguo del “ben fatto” che nel “nuovo” che andrà a svilupparsi e ne caratterizzerà il mandato.

Il passaggio della “campanella” mi è sembrato avere il tono di una intelligente cordialità e di una reciprocità di stima e rispetto sostenuta dal comune convincimento che chi ha gestito quel ruolo e chi si accinge a farlo non possano prescindere dall’avere fermo un intendimento primario: l’unità del paese “Italia” per poterla e saperla tutelare e ben rappresentare nei luoghi del confronto europeo e internazionali dando, anzitutto, immagine e prova di lealtà ai principi di democrazia, libertà e responsabilità.

Ma c’è un’altra urgente necessità che non può essere trascurata ed è quella di far sì che ogni cittadino italiano ritrovi fiducia nel suo “essere italiano”, al di là della collocazione geografica (Nord, Centro, Sud, Isole), delle sue scelte religiose e politiche, al di là del suo titolo di studio e dello status lavorativo, della condizione sociale e di vita.

Ho sottomano una copia del giornale “IL TRICOLORE” fondato da Giovanni Berchet e diretto da Emilio Treves. E’ l’edizione di Lunedì 18 marzo 1861. La prima pagina apre così:

“Dopo 40 anni di lotte, il sogno di un’Italia unita è diventato realtà. BUONGIORNO ITALIA! Vittorio Emanuele II ha ufficialmente dichiarato la nascita del nuovo Stato”.

Compaiono, sempre in prima pagina, gli incipit di due articoli importanti per le firme e significativi nei contenuti: quello di Camillo Benso conte di Cavour e quello di Giuseppe Mazzini. Il primo scrive:

“L’unità d’Italia è stata proclamata, ma non ancora realizzata. Plasmare l’Italia, fondere gli elementi che la compongono, armonizzare il Nord con il Sud presenterà difficoltà non minori di quelle di una guerra contro l’Austria o di una lotta per Roma. Non possiamo permettere che il nostro paese cammini a due velocità: si profila la necessità di procedere per attuare immantinente interventi legislativi, volti a lastricare una nuova strada la cui meta sia l’effettiva unità italiana…

…L’unificazione è la più grande, la più magnanima impresa che sia data a un popolo di compiere.”

Da quel 17 marzo 1861 ad oggi non si è rimasti fermi, si è lavorato, ed anche tanto, per realizzare quel progetto, non facile, che è stata l’unificazione.

Si sono costruiti percorsi viari e ferroviari dal Nord al Sud e viceversa, collegamenti in orizzontale e zigzagando all’interno dello stivale; sono diventati quotidianità gli spostamenti aerei interni ed esterni al nostro paese.  La fotografia dell’Italia odierna certamente non è più quella  di cui scriveva Cavour. Anche Giuseppe Mazzini plaudiva all’evento non senza sognare di andare “oltre”: “L’Italia è fatta… “, scriveva e poi chiariva: “…Sia chiaro a tutti, conservatori, liberali, monarchici e democratici, che la nostra azione e il nostro operato non finiscono qui. L’unità della nazione è solo un punto di partenza… Oggi è nata l’Italia, indipendente,  domani, per volontà di Dio  e per corso ineluttabile della Storia, nascerà l’Europa dei popoli liberi e fratelli.”

Anche nella direzione mazziniana ci si è mossi: l’Europa c’è, qualche volta arranca, ma c’è e noi la nostra parte l’abbiamo fatta e continuiamo a farla.

Tanti sono stati i passi in avanti, ma quell’unità di cui parlava il conte Cavour ancora non c’è. Persistono, purtroppo, condizioni di povertà e di indigenza mortificanti malgrado impegni politici annunciati e azioni solidali proclamate più volte. La disabilità è ancora relegata ad una condizione di apartheid per la persistenza di barriere architettoniche, difficoltà nell’inserimento lavorativo, carenza assistenziale e ancora, in alcune diritti, servizi e benefici.

Si fa fatica a crederci, ma il decentramento di taluni servizi non ha sortito dappertutto gli stessi effetti sperati: in alcuni casi si è raggiunto il top, in altri c’è stato il flop.

Perché? Ce lo dovrebbero dire coloro che esercitano la funzione di controllo, di vigile e attento controllo su strutture e servizi. Perché tanti incidenti sul lavoro? Perché non si rispettano le norme sulla sicurezza. E perché non si osservano le norme sulla sicurezza? Forse perché in taluni luoghi il controllo è attento, puntuale, fors’anche eccessivo, e in altri luoghi meno (vedasi l’incidente della funivia Stresa-Alpino-Mottarone la mattina di domenica 23 maggio 2021 costata 14 vittime ed un bimbo ferito)?

Sì, il pressapochismo nella gestione della funzione di controllo è una grossa falla che, alla fine, se lascia intoccati e protetti gli inadempienti, toglie entusiasmo e voglia di fare a chi ha sempre svolto puntualmente i propri compiti e funzioni. Lo sapeva, Cavour,  che l’unità vera di un paese, di una nazione, di uno Stato, prima di essere un fatto fisico e socio-politico, è una conquista, un convincimento che nasce e si irrobustisce all’interno di un percorso educativo-formativo. Oggi l’UNESCO afferma che “l’educazione è il principale strumento per promuovere una società più giusta ed equilibrata [1],

Tanto è importante la scuola? Sì, lo è tanto, se è vero che essa è “strumento di apertura al mondo, strumento di crescita, inclusione e coesione sociale…” ; lo è tantissimo se veramente fa tutto questo davvero. Se, invece, l’introduzione delle nuove tecnologie vuol dire poter disporre, in aula, dello smarthone per inviare e ricevere messaggi, foto e filmati, riprodurre musica, scattare foto, vedere e girare video,  se serve per rubare ad internet una traduzione di greco o latino o farci inviare l’elaborazione di un tema o la soluzione di un problema di matematica, allora vuol dire che qualcosa non quadra. Se la Didattica, la Pedagogia e la Psicologia hanno permesso e tollerato che si sostituisse l’interrogazione-relazione orale con l’abilità di fornire risposte rapide e corrette ad elenchi di quesiti a risposta multipla, forse c’è qualcosa da rivedere. O no?

Se nell’organizzazione di una squadra di Governo l’individuazione del responsabile del Ministero dell’Istruzione (oggi, a ragione, dell’Istruzione e del merito) rimane operazione secondaria, non significa, forse, che anche l’educazione e l’organizzazione di un sistema educativo di qualità non sono problemi di primaria importanza?

Pensiamo all’obbligo scolastico vigente in Italia: fino a 16 anni di età.

Vuol dire che i nostri ragazzi dovranno frequentare, da 6 anni a 10, la Scuola Primaria, da 11 a 13 anni la Scuola Secondaria di primo grado e, poi, da 14 a 16 anni,  una Scuola Secondaria di secondo grado.

Ha senso soddisfare l’obbligo scolastico senza conseguire alcun titolo di studio  particolare, alcuna attestazione oltre il Diploma di Scuola Secondaria di 1° grado (ex Licenza di Scuola Media)? Condividendo a pieno le riflessioni conclusive che il gruppo di esperti  ha rimesso alla Commissione Nazionale Italiana per l’UNESCO e datati 3 giugno 2020, se la Scuola  “ è strumento di crescita, inclusione e coesione sociale… luogo di formazione ed educazione della persona e non solo di acquisizione di competenze”,   se “…serve una corrispondenza tra cicli didattici e obblighi di istruzione/formazione…”, se è urgente “…affrontare il problema dell’orientamento universitario…”, ma anche vitale ”…colmare i divari tra le diverse aree del Paese…” e se, davvero, la Scuola “…deve essere un luogo accogliente…” , non c’è tempo da perdere. Togliendo tutti i  “se” e non indugiando sui “ma”, la costruzione di un nuovo rapporto tra docenti, studenti e famiglie muovendo dalla rivalutazione del ruolo e della funzione dell’insegnante è, davvero, una questione di autentico “merito”.

 

[1] la  Commissione Nazionale italiana per l’UNESCO promuovendo la costituzione di un gruppo di esperti con l’obiettivo di elaborare un documento di riflessione sul contributo che una riforma del sistema educativo può dare al rilancio sociale ed economico, nel 2020 scrive:

l’educazione è il principale strumento per promuovere una società più giusta ed equilibrata, una società nella quale ciascun individuo ha le stesse opportunità indipendentemente dalla situazione di partenza. L’accesso ad un sistema educativo di qualità garantisce ad ogni persona migliori opportunità di inserimento nel mondo del lavoro e maggiori potenzialità in età adulta ma anche, più in generale, una migliore qualità di vita…

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