HomeLa RivistaFolklore e dialettiIl pit stop nel deserto

Il pit stop nel deserto

Letteratura  /79

di Giuseppe Mazzocco

 Il fatto che la nostra guida non abbia guardato negli specchietti retrovisori, per controllare il resto della fila, e ci abbia “perso” accende in noi delle “garbate” considerazioni. Ci rivolgiamo ai nostri Santi protettori, ricordando loro che potrebbero stare attenti a cosa succede in terra africana e far prendere un improvviso “cagotto” (volgare attacco di dissenteria) a chi dovrebbe stare vicino noi e non viaggiare ad alte velocità, senza controllare chi ti segue e se ti segue. Non ci si può mettere alla testa di un convoglio e, per leggere mappe e consultare bussole, dimenticare che dietro viaggia gente che dipende dalle tue “accortezze”!

Comunque, la ridotta velocità, la bellezza del luogo, la luce che illumina ogni angolo con toni tenui, l’assenza di vento e di polvere nell’aria e … l’incoscienza ci consentono di “gustare” il paesaggio che è tornato ad essere latteo, con sabbia chiara e punteggiata da alti “panettoni” di scura roccia. L’Armatan (forte vento del Sahara), che si è del tutto spento, ha opacizzato l’orizzonte e creato un ambiente che sembra costruito da una attenta regia.

FOTO N 1

Ci preoccupiamo e torniamo alla realtà, uscendo da quel languido torpore che ci ha pervaso finora, quando le tracce singole (che stiamo seguendo) si mischiano a tante altre! Adesso siamo, veramente, in difficoltà e non solo per il motore (che ormai sta tirando gli spaghi), ma per prendere la direzione giusta, condizionando anche il camion che ci segue. Ci aiuta molto la fila delle carcasse degli pneumatici: vere pietre miliari del deserto. Pensiamo che questi simboli, messi in successione, possano delimitare la via principale; speriamo che la nostra idea sia quella giusta!

In lontananza vediamo il gruppo, che ci sta aspettando. Tiriamo un sospiro di sollievo; accendiamo i fari e strombazziamo col clacson! Man mano che ci avviciniamo, vediamo i nostri amici che agitano le braccia e rispondono con fischi e urla di gioia. Quando arriviamo è una vera festa. Abbracci e pacche sulle spalle. Da ciò capiamo che anche loro erano preoccupati per noi. Abbiamo fatto 47 km, sotto scorta del camion, per raggiungere il resto della comitiva che, ferma su un terreno duro, stavano consultando sul da farsi.

Ci fermiamo per riprendere fiato; bere e mangiare uno stuzzichino; raccontarci le emozioni di questo evento e cerchiamo di fare il punto di questa giornata.

La guida, dopo che si preso tutte le parolacce che gli abbiamo “vomitato” addosso, ha individuato (è, anche, un bravo meccanico) il guasto, che ripara in pochissimo tempo. Fa cambiare a tutte le auto i filtri dell’aria; dirige i rifornimenti di carburante e noi, che avevamo il fusto più grande, lo svuotiamo, alleggerendo, così, il nostro mezzo. Qualche altra risata e ripartiamo, alle ore 12.45, dopo aver fatto, dalla mattina, 106 km.

Viaggiamo su una coltre di latte, quasi navigando, con un leggero scarroccio che non infastidisce. L’orizzonte è appena percepibile, quasi indistinto. Le auto, in fila o a ventaglio, sollevano un velo di candida cipria che, a volte, impedisce di vedere le tracce delle gomme, su questa bianca sabbia del Ténéré. Per il colore, sembra di guidare sulla neve.

Dopo poco la sabbia torna ad essere rossiccia, con disseminate e bitorzolute collinette di roccia dello stesso colore.

La nostra auto, di nuovo, perde velocità. Accendiamo i fari e segnaliamo col clacson. Ci si avvicina il camion che, capita la situazione, accende a sua volta i fari e, strombazzando, aumenta la velocità, rincorrendo gli altri che, comunque, non erano molto distanti. Raggiungiamo il gruppo, da cui mancano la solita guida ed un’altra auto che non hanno visto i fari e stanno, sicuramente, tagliando con notevole vantaggio il traguardo del “gran premio per i distratti del deserto” (dal momento che quello della montagna, in questa pianura africana, sarebbe smaccatamente falso). Questo è il pensiero più riferibile, fra i tanti che urliamo alla volta di chi è andato avanti, senza curarsi degli altri!

La nostra auto è nelle stesse condizioni di prima: raggiunge a fatica i 30 km/h ed i 2.500 giri. Sembra, a noi inesperti meccanici, un problema di alimentazione di combustibile. Uno dei nostri, più pratico di motori, apre il nostro cofano, svita un pezzo, lo pulisce e rimettendolo a posto esclama con tono imperioso: “A posto: il pit stop è finito. Possiamo ripartire”. In verità, l’auto va bene e, in fila, ci rimettiamo in viaggio, con velocità sostenuta per ricongiungerci ai due “mascalzoni” che stavano davanti. Dopo un po’ scorgiamo le loro sagome e, una volta raggiunti, si possono immaginare le parole ed i gesti a loro riservati!

Nessun Commento

Inserisci un commento