DA CHE DIPENDE?

Il Dubbio / 79

di Enea Di Ianni

Il tempo che stiamo vivendo, il nostro “presente”, a rifletterlo bene, non è per niente semplice e facile da capire. Per tante cose e per tanti fatti rinvia al passato pur cercando di distinguersi da esso; per altro è fortemente incalzato da un futuro che scalpita e pressa con insistenza.

A voler cercare un termine capace di definire e caratterizzare il presente, di darci la misura e il senso di ciò che soprattutto è, dovremmo definirlo  “disorientante”, proprio perché è il disorientamento  la caratteristica più appariscente, quella che, alla fine, si avvertita dai più.

L’elogio della velocità ha finito col soppiantare il rispetto della lentezza,  imponendosi in tutti gli aspetti della vita quotidiana pubblica e privata. “Prima fai e meglio è”   ha scalzato l’antico adagio  “Chi va piano va sano e va lontano”; dobbiamo fare ogni cosa presto e bene, perché l’obiettivo è quello di economizzare tempo per guadagnare altro tempo che ci sarà, a sua volta, utile per poter fare altrettante cose ancora. E tutte senza spreco di  tempo.

Insomma chi ha tempo non aspetti e non sciupi tempo perché  occorre guadagnare tempo.

Da questo efficientismo sono nati i bancomat, le proliferanti diverse card, i banking (banca virtuale), i servizi di pagamento via Internet (e-payments), i pagamenti su dispositivi portatili (m-payments).

Oltre a tali strumenti, si è dato vita anche a nuove modalità di regolamentazione dell’accesso fisico, da clienti,  ai diversi servizi postali, bancari, comunali, sanitari e di tutta una serie di altri uffici pubblici. Tutto in nome, sempre,  dell’efficienza, dell’efficacia e dell’economia di tempo. Poi, però… Sì, poi, proprio nell’accedere fisicamente ai suddetti diversi servizi ci si accorge di quanto le innovate modalità di fruizione degli stessi finiscano, di fatto, col riprendersi gran parte di quella presunta mole di tempo economizzata con l’uso degli strumenti di cui si diceva.

Nel frattempo fanno notizia accadimenti che risuonano come elogio della precocità e, indirettamente, del buon uso del tempo: “ Nicola Vernola a vent’anni è il più giovane laureato d’Italia…”  e, con lui, la giovanissima Adele Federico che dichiara, felice: “Sono io la docente più giovane d’Italia”. Il primo è originario di Bari.  Figlio di una coppia di avvocati, ha iniziato  le scuole elementari a cinque anni e a sedici anni e mezzo l’università Luiss di Roma, Facoltà di Giurisprudenza; l’altra, Adele  Federico, è nata a Scafati, in provincia di Salerno, nel 2003. Diplomata nel 2021 e iscritta all’ università   Federico II di Portici, il 22 novembre dello stesso anno ha coronato il suo sogno: avendo inoltrato la MAD (Domanda di Messa a Disposizione) ha avuto l’incarico, fino al 30 giugno, di docente tecnico pratico ITP, Laboratorio chimico presso l’ “I.S.I.S. Mattei” a Latisana, Udine.

Accanto a questi due giovanissimi  c’è una moltitudine di altri ragazzi e ragazze che hanno iniziato regolarmente le elementari a sei anni, le superiori a 14 e l’università a 18. Hanno forse sbagliato i loro genitori nel non aver compreso l’importanza dell’anticipo della frequenza delle elementari e, magari,  in qualcos’altro ancora?

Ci siamo sbagliati in tanti, me compreso, nell’aver dato retta a quanti ci hanno fatto credere che l’educazione, per sua stessa natura, è un’attività lenta, “che trasforma la conoscenza in saggezza …” e  “che si trasforma in profondità” per cui diventa importante, e necessaria, una decelerazione generale per dar vita, davvero, ad una scuola rispettosa dei ritmi di apprendimento di ciascun alunno?[1]

Ha ragione o torto Kundera quando, al protagonista  del suo romanzo “La lentezza”, che osserva l’insistenza di un automobilista nel tentare di sorpassarlo con l’automobile, si convince che “La velocità è la forma di estasi che la rivoluzione tecnologica ha regalato all’uomo”?

Il termine “rallentare” non suona bene, pare voglia significare perdere qualcosa, magari l’occasione, il momento, l’opportunità, forse la coincidenza di un treno, come se i treni rispettassero sempre e davvero gli orari! Siamo talmente incentrati sulla “fretta” che anche il ritmo delle ricorrenze va facendosi fastidioso e precipitoso. Non può essere che, subito dopo Ferragosto,  mentre  si stanno godendo  ancora i piaceri dell’estate, basta accedere ad un supermercato qualunque per rendersi conto  di essere sommersi dal “Tutto per la scuola”, improvvisamente  comparso in primo piano per rovinare a tanti bimbi, studenti, genitori e insegnanti  il bello di una vacanza ancora viva e gradevole. Lo so che accadrà ancora con gli altri eventi che, non solo verranno preannunciati dal mondo commerciale vistosamente in anticipo, ma agiranno da forte condizionamento nel gusto e nelle scelte di noi clienti.

C’è, nel nostro tempo, tutto un mondo produttivo che ha preso a scandirci i ritmi di vita proponendoci – e spesso imponendo con insistenza, direttamente e indirettamente, i propri prodotti, cangianti e desiderabili, fino a renderceli  necessari per poter vivere al passo coi tempi. Che ne sarà di quanti, come me,  hanno prestato fede e creduto, con Jean Jacques Rousseau che “la più grande, la più importante, la più utile norma di tutta l’educazione non è guadagnare del tempo, ma perderne”? [2]

E come non considerare una inspiegabile stranezza quella dell’uomo moderno che, sebbene convinto che il tempo sia davvero il bene più prezioso, continua  a non averne più per se stesso? L’unica spiegazione, forse, può venirci da un artista, dall’autore di “Depende”, Jarabe de Palo:

Che Il bianco sia bianco /che il nero sia nero / che uno e uno siano due / che la scienza dice il vero / dipende… / E che siamo di passaggio / come nuvole nell’aria / si nasce e poi si muore,/ questa vita è straordinaria… / Dipende. / Dipende, da che dipende?…”

E che siamo di passaggio / come nuvole nell’aria / Si nasce e poi si muore / questa vita è straordinaria  / dipende. / Dipende, da che dipende? ”

Già, da che dipende? “Dipende da che punto guardi il mondo”, così  dice Jarade de Palo. Dipende dal punto di vista, dalla postazione di chi guarda e dal suo modo di pensare ed essere; dipende dall’essere umano adulto e l’essere umano adulto è sempre il risultato dell’  “educazione”, di un certo tipo di “educazione” e di come essa ha considerato e considera il valore del tempo. Il  tempo è danaro o è vita? 

1 Joan Domènech Francesch, direttore di una scuola primaria di Barcellona,  sostenitore di una  “decelerazione” generale dell’educazione per pervenire alla realizzazione di una scuola rispettosa dei ritmi di apprendimento di ciascun alunno. Dunque pubblica, democratica e inclusiva. Una scuola pubblica, democratica, inclusiva e “lenta”.
[2] Jean Jacques Rousseau, Emilio.

 

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