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GUARDARE CON GLI OCCHI DI UN BAMBINO? 

IL DUBBIO / 78

GUARDARE CON GLI OCCHI DI UN BAMBINO? 

di Enea Di Ianni

Ci ho provato, ci ho provato più di una volta, ma l’ostacolo più grande risiede nel fatto che, una volta cresciuti, le incrostazioni, che col passar degli anni si sono andate formando in ciascuno di noi,  sono davvero difficili da rimuovere.

Sì, metodi e prodotti con Indicazioni per l’uso possono esserci d’aiuto; il vero problema, però,  è  ini noi, dentro ciascuno di noi, ed ha a che fare con lo status di adulti che ci ha allontanati dalla condizione dell’ ”esser bambini” privandoci di alcune loro peculiarità.

I bimbi si fidano.

Si, si fidano e credono in noi, negli adulti. Si fidano e si lanciano, senza timore, verso le nostre braccia perché s’aspettano, senz’ombra di dubbio, prontezza nell’accoglienza: due braccia pronte per non lasciarli cadere.

Si fidano sempre, anche quando un incidente di percorso potrebbe metterli sul chi va là. Macché, ci guardano negli occhi e tornano a lanciarsi, fiduciosi e sorridenti, verso di noi.

I bimbi ci amano. Sì, cii amano a loro modo e senza misure. Non sono finti, non recitano. La convenienza non la conoscono tant’è che sono capaci di stupirci quando apprezzano, in modo esagerato, un modesto giocattolo e trascurano quello costoso, più importante per valore commerciale. Non conoscono il valore commerciale? No, hanno un’altra concezione di ciò che “vale”, meno venale e meno superficiale. Il “quanto costa”, da piccoli, non è importante, lo sarà, magari, crescendo, quando qualcuno gli insegnerà che nella vita tutto ha un prezzo e che un capo “firmato” ha più valore rispetto ad uno “anonimo”.  Per i bambini le firme sono scarabocchi e gli scarabocchi non hanno quotazioni in borsa.

I bimbi ci imitano. Ascoltano tutto quello che diciamo, si lasciano incantare dai nostri racconti e ci entrano dentro prepotentemente, fino a confondersi coi diversi personaggi, fantastici e non, giocano imitandoli e, con essi,  si sentono a loro agio. Osservandoli mentre giocano e ascoltandoli ci è facile riconoscerci nelle espressioni che usano e nelle pose che assumano.

Sono dentro la facola, rivestono un ruolo, me dentro quel ruolo e quella favola portano se stessi e qualcosa di chi gliela ha narrata.

I bimbi sono curiosi. Ci osservano sempre perché si innamorano di noi e, credendoci perfetti come solo un adulto può esserlo, sono presi dal gioco dell’osservarci anche nelle cose, negli atteggiamenti, nei discorsi, nelle azioni, che noi vorremmo rimanessero di nostra esclusività.

I bimbi non conoscono la “privacy”, sono un libro aperto e lo saranno fino a quando qualcuno, o più di qualcuno, gli dirà che, a volte, “pensare” e “parlare” non sono parenti, anzi, spesso, sono proprio distanti tra loro: si pensa in un modo, si dice in un altro, si fa e agisce in un altro ancora.

E’ difficile, per loro, capirlo, ma presto imparano ad essere “educati”, cioè capaci di “apparire diversi” da come si è.

Mi torna in mente un’espressione ricorrente in paese, quando un adulto, riprendendo un ragazzo autore di qualche bravata non condivisa, dopo averlo redarguito si rivolgeva agli altri adulti  presenti e, con fare rassegnato, concludeva: “Ma se l’educazione nessuno gliel’ha insegnata, che possiamo pretendere da lui?” Veniva fuori, da quell’espressione rassegnata, l’idea di un’educazione quasi rispondente ad un pacchetto di buone maniere da apprendere, imparare per l’uso e finalizzate a renderci gradevoli nei diversi contesti,  nell’approccio, nel dire e nel fare.

In pratica sembrava che “educazione” significasse galateo: una dottrina sulle buone maniere da saper usare nei diversi contesti per non risultare né impacciati né sfacciati, né taciturni né ciarlieri. Insomma nel sapersi tenere in una sorta di “medietà” continua.

Così si strutturava la divisa sociale, anzi le diverse divise, quei livellamenti che non hanno toccato gli esseri umani nella loro “essenza”, li hanno solo contenuti nei comportamenti, adeguandoli al ruolo e ai compito sociale da svolgere.

Non abbiamo aiutato il bambino a farsi prima ragazzo, poi adolescente, e, via via, giovane e adulto, ad esserlo nel modo più autentico e originale, anche se imprevedibile. Lo abbiamo “orientato” alla funzione, al compito, al ruolo possibile al suo essere  “lui” come adulto.

Quando mastro Ciliegia fa dono a Geppetto di un pezzo di legno, lo fa perché conosce il desiderio di questi  di potersi costruire un burattino, un pupo dalle sembianze umane, ma privo di autonomia; un pupo governabile da parte dell’adulto burattinaio. Così quel tronco è stato lavorato modellandolo all’obiettivo, all’idea che se ne aveva e che era quella di una testa mobile di legno, due braccia, sempre di legno, nella parte alta del tronco e due gambe con piedi nella parte bassa. Testa e arti snodabili, capaci di movimenti azionati da fili manovrati dal burattinaio. Quello era il “Pinocchio” fantasticato da Geppetto, un Pinocchio che avrebbe “gestito” tramite i fili e capace di ruotare il capo e muovere braccia e gambe, Un burattino con voce non sua, perciò privo di voce, ma anche senza idee e assolutamente non autonomo.

Pinocchio, però, diventerà bambino…! E’ vero, ma per esserlo ne dovrà fare di strada e, soprattutto, dovrà sviluppare, maturare e arricchire le capacità di pensare prima di  agire  e di correggersi se avrà sbagliato. Dovrà conoscere il buono e il cattivo, il giusto e l’ingiusto, il gradevole e lo sgradevole prima di scegliere se essere buono, giusto, gradevole.

Il burattino, per esser bambino, dovrà imparare a pensare prima di agire, ad ascoltare prima di parlare, a fare prima di disfare; dovrà imparare ad amare, ma dovrà farlo in autonomia, cioè maturando le sue capacità fino a renderle abilità personali e a non dover essere dipendente da un abito, da una “divisa”.

Dovrà soprattutto smetterla di guardare il mondo attraverso gli occhi di uno dei tanti burattinai, ma farlo, per tutta la vita, con i suoi di occhi, quelli da bambino, capaci di conservare, intatte, le stesse curiosità e innocenza racchiuse in una statura solo fisicamente più grande e robusta.

 

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