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AFRICA: l’Armatan e Séguédine

Letteratura / 77

di Giuseppe Mazzocco

   Dopo aver visto il luogo più emozionante del nostro viaggio e dopo aver fatto i turistici scatti fotografici, quasi sacrileghi (per la superba bellezza, fino a quel momento incontaminata e mai immortalata), ripartiamo e, per tanto tempo, viaggiamo ad 80/100 km/h su brevi tratti di sabbia battuta; a 40/60 km/h su pista ghiaiosa ed a passo d’uomo quando attraversiamo lastroni di roccia o percorsi con acuminati spuntoni di pietra.

   Bisogna essere molto accorti, con un preciso gioco di volante, e con la velocità adattata al fondo della pista che, in molti punti e per tanti tratti, non è nemmeno disegnata. La bussola (che non sempre funziona) ci porta in luoghi incantevoli e su terreni che, a detta della nostra guida, hanno “subito”, da poco, potenti tempeste di sabbia! Il terreno, di un colore indefinibile, ma molto luminoso, è stato graffiato dal vento che ha lasciato brevi “rughe” ed i pochi alberi che incontriamo hanno le chiome piene di sabbia. Ci fermiamo per una breve sosta ed avvisiamo un senso di pace: silenzio assoluto, luce molto intensa, ma non accecante, colori che si rapportano, tutti, al nocciola, in contrasto con le rocce che, in parte coperte dalla sabbia, esprimono tutta la loro potenza con una tonalità grigio medio, molto visibile! Queste vallate si susseguono ininterrottamente, come se passassimo da un cratere colmo ad altri, della stessa composizione e con le medesime luci e colori.

   Continuiamo ad adattarci a questa alternanza, che varia in rapida successione, per qualche ora.

   Ci fermiamo perché uno dei nostri è stato avvisato da chi gli sta dietro che perde una scia … di acqua! “Nessuna paura”, ci dice il nostro tecnico motorista chiudendo il cofano, “si è rotta una bottiglia!”. La guida, mentre stiamo fermi, incomincia a parlarci dell’Armatan: un vento che spira solo in questo periodo, che alza un sottile strato di polvere e che rende offuscati sia il cielo e sia l’orizzonte. Riesce perfino ad annebbiare il sole! Non passa molto tempo e ne facciamo la conoscenza: inizia piano piano a soffiare sulla sabbia ed aumenta gradualmente l’intensità, ma in modo così fluido che non ci accorgiamo del robusto livello raggiunto.

La pacata luce che filtra attraverso la “mascherina”, che la sabbia sollevata verso il cielo compone, ci fa osservare uno spettacolo inconsueto: la polvere, spinta dal vento, sta coprendo i bruni dossi che ci stanno attorno e che, così camuffati, appaiono bicolori. Sembrano rocce scure che hanno indossato delle candide sciarpe!

   L’Armatan è un vento stranissimo: così “pieno” di sabbia bianca che appare quasi “solido”!

   Entra dappertutto: sotto le nostre sciarpe e nei vestiti! Immaginarsi dentro le auto! Avanziamo con molta difficoltà, molto lentamente (non vedendo le luci di che ci sta davanti) e con la bocca coperta da fazzoletti, per evitare di respirare sabbia che, comunque, la si sente sotto i denti. Guidiamo per parecchio in questa condizione, fino a quando, come se uno avesse spento l’“interruttore” del vento, tutto cessa! Ci fermiamo per renderci conto della nostra condizione di “imbiancati” e proviamo l’emozione di lasciare le nostre impronte su un immenso tappeto di polvere bianca: è straordinario!

   In lontananza, lo stesso effetto si presenta come un mare latteo, con isole nere che emergono da tenera ovatta: un ambiente unico ed inimmaginabile. La nostra guida ci dice che qui l’Armatan è bianco, ma a sud è rosso: dipende dalla polvere che alza dal diverso tipo di terreno.

   Ci rimettiamo in viaggio. Dopo poco, da lontano, appare il profilo di Séguédine: la porta nord del Ténéré. Quando siamo abbastanza vicini, distinguiamo chiaramente il villaggio, un pozzo con donne che raccolgono acqua e qualche cane che, alla vista delle auto, ci corrono incontro.

   Molti bambini, appena ci vedono, preparano subito un mercatino, offrendoci dei sassetti e dei tappi di bottiglia. Tutti gli adulti ci chiedono medicinali! Le persone sono molto cordiali; fanno gran sorrisi e si avvicinano con gentilezza. Ci fermiamo per una pausa; approfittiamo per fare un controllo alle auto (sotto l’occhio incuriosito dei nativi) e mangiamo qualcosa, condividendo con chi, attorno a noi, sorride con gioia nel vederci.

   Séguédine è una tappa importante: ti permette di riprendere fiato, dopo quello che hai superato, e ti consente di ricominciare un viaggio, che deve ancora entrare nel vivo. Il posto dove sorge il centro cittadino è un’oasi in mezzo al deserto, protetto dalla scarpata del Kaouar, che sembra una scogliera, in questo mare di sabbia, nella regione di Agadez.

   Ci riposiamo un po’, prima di rimetterci in macchina.

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