HomeLa RivistaFolklore e dialetti NOI DOVE STIAMO DAVVERO?

 NOI DOVE STIAMO DAVVERO?

 

 

IL DUBBIO / 77

 NOI DOVE STIAMO DAVVERO?

 di Enea Di Ianni

Ogni giorno che passa vado accorgendomi che il furto più grande che l’uomo abbia fatto a se stesso è stato quello di andarsi a privare del silenzio, di quei momenti in cui tu ti ascolti, ascolti i tuoi pensieri, le tue emozioni, le tue sensazioni, le tue riflessioni, le tue euforie, le tue timidezze, la tua arroganza, la tua ignoranza. Insomma quei momenti in cui scompare tutto ciò che hai intorno  – pur restandoti attorno – e il tuo sguardo ignora ciò che vede perché è concentrato  a guardarsi dentro. Sono quei momenti straordinari che chi è fuori di te non riesce a definire: fisicamente ti vede presente, sei lì, in un posto ben preciso; vede che lo guardi, ma avverte che non sei “collegato. Sei assente pur rimanendo fisicamente presente.  A me accadeva a  scuola, durante gli anni delle superiori  e non accadeva per caso, ma solo quando veniva meno l’interesse per  ciò che si stava dicendo o facendo. Le interrogazioni, spesso, erano un ascoltare e riascoltare più volte un argomento, quasi un rituale al quale non potevi sottrarti fisicamente,  ma che ti annoiava di grosso.   Che fare? Mi creavo un alone di silenzio, una sorte di nube soffice che mi permetteva di rimanere fisicamente in aula, ma ovattava le voci esterne a me consentendomi di ascoltare bene i miei pensieri. Il canale uditivo si attutiva, ma senza chiudersi del tutto per cui, se anche il professore avesse fatto il mio nome o mi avesse improvvisamente chiesto qualcosa, non avevo difficoltà alcuna a tornare “in presenza” e ad immagini piene. Sì, perché il mettermi in “stand-bay” si avviava con un rimpicciolirsi delle figure che mi stavano intorno, a partire dal professore che si faceva piccolo piccolo e, man mano, anche la sua voce  si andava attutendo. Il rimpicciolimento aveva, però, un punto di fermo che si autodeterminava in me e oltre non andava: era, quella, la soglia minima che mi consentiva uno stato di allerta, mi permetteva di starci e non esserci, di guardare e non vedere, di sentire e non ascoltare. Lo so che succede a tanti quanto si ritrovano in una sala conferenza e, magari, l’argomento è scontato o non proprio di nostro interesse oppure quando  l’oratore ha un modo di parlare piatto, mono-tono, o è collocato in una postazione che non ce lo rende ben visibile. Non esistono che due vie d’uscita: abbandonare la sala o rimanerci solo fisicamente. I bambini, i più vicini alla natura, il problema non se lo pongono. Se lasciati bambini, gestiscono appieno la libertà di movimento nello spazio e nell’immaginazione. All’adulto che li osserva, non tendono a nascondere che, pur fisicamente a lui vicini, col pensiero, la fantasia, l’immaginazione sono lontani mille miglia per cui, quando avvertono di essere osservati, con un certo, strano, stupore, sono prontissimi a sorriderci. Sì, ci sorridono un istante, quasi a volerci rassicurare che non sono fuori di testa per poi tornare, seri e veloci, all’occupazione di prima, riprendendola proprio da dove l’hanno interrotta. Ben presto il mondo degli adulti li immergerà e sommergerà nel frastuono della vita di ogni giorno, gli farà dono delle cose più sciocche che il consumismo e l’industria per l’infanzia sfornano per la gioia dei genitori: l’audio con i versi degli animali, il racconta storie, l’automobilina a batterie e, guai a dimenticarsene, il primo cellulare “indispensabile quando va a scuola”. Siamo tutti felici che i bimbi riconoscano il “bau bau” del cane e non lo confondano con il “miao miao” del gattino, il belato della capretta e il muggito della mucca, il raglio dell’asinello e il nitrito del cavallo. Non è peccato che si diletti ad ascoltare il narratore vocale di fiabe, che apprenda l’arte della guida montando l’automobilina a batterie. E’ cosa bella e buona stimolare i linguaggio, arricchire le conoscenze, sollecitare  le abilità; ma perché farlo con i surrogati della realtà? Perché non raccontarle, le favole, in modo da potergli consentire quella vicinanza fisica tra adulto e bambino, tra genitori e figli, tra nonni e nipotini, tra insegnanti ed alunni in modo da consentir loro di leggere, nel viso del narrante,  gioia, timore, ansia, paura, felicità, quelli che sono gli ingredienti della vita d’ogni giorno, vissuta da tutti, piccoli e grandi? Perché non averlo un gattino o un cagnolino? Perché non scoprire nei loro habitat naturali la capretta, l’asinello, la mucca, il cavallo, il gallo, le ochette? Non ècosa facile? Porta via del tempo? A chi?  A noi adulti? E il tempo dei bimbi, dei ragazzi, degli adolescenti? Chi ci autorizza a privarli del “loro” tempo, del tempo di ciascuno, quello della crescita che è, sì, scoperta e capacità d’uso del proprio corpo, ma anche conquista del mondo fisico, consapevolezza della reciprocità della loro azione sull’ambiente e dell’ambiente su di loro? Ci siamo distratti un bel po’ dalla consapevolezza, quasi istintiva, che ci portava a credere che meno fossero i bisogni più vicina e possibile si faceva la soddisfazione. Abbiamo corso non poggiando più i piedi per terra; ci hanno fatto capire che gli ideali stavano in alto: più in alto si guarda, più lontano si va… Quasi si vola…!  Così ci siamo allontanati dalla semplicità, dai bisogni elementari e fondamentali, quelli semplici, vitali, lasciandoci coinvolgere nella spirale dei bisogni indotti e nel fascino del loro possesso fino a confondere l’essere con l’avere, quel che si è con quel che si ha.  Poi basta la schizofrenia di un momento, l’irritazione di un attimo e la condizione idilliaca di anni di vita vacilla, accende timori, paure, genera morte, distruzione. Perché succede? Siamo in tanti a chiedercelo, ma le risposte che proviamo a darci non ci soddisfano e ci riconducono a quel periodo idilliaco della vita chiamato “infanzia”. Ma chi se ne cura? La Scuola soffre, le politiche  tacciono…! Dov’è finito il bambino “padre dell’uomo”, di montessoriana memoria?   “…La scuola e la cultura / gli separano la testa dal corpo/. Gli dicono: / di pensare senza mani / di fare senza testa / di ascoltare e di non parlare /di capire senza allegrie / di amare e di stupirsi / solo a Pasqua e a Natale…”[1]    Continuiamo davvero a non capire dove sta l’uomo. Io non stavo a scuola in quei momenti di noia, il bimbo non sta a casa mentre la mamma, il papà, il nonno o la nonna “raccontano”. A scuola, nell’aula, c’era il mio corpo non io,  proprio come  a casa c’è il corpo dei bimbi o delle bimbe che ascoltano ll racconto. Loro, i bimbi e le bimbe, sono altrove, proprio come ero altrove io, pur se seduto al banco. Perché? Perché c’è una sola grossa verità da tenere a mente da tutti coloro che hanno a che fare con educazione:     l’uomo non è dov’è il suo corpo, ma, sempre e soltanto, dov’è il suo cuore.

 

 

 

 

Nessun Commento

Inserisci un commento