“LA FAMIJE”  

 

ABRUZZESITA’ POETICA / 77

 “LA FAMIJE”  di Ugo Evangelista

Sono tanti gli effetti positivi  di  un concorso di poesia dialettale  abruzzese e mi piace, in questa occasione, ricordare, in particolare, quelli che, credo, vadano riconosciuti  al Centro Sociale Anziani “Laceteléne” di Castelvechio Subequo e alla locale Amministrazione Comunale che lo sostiene. Anzitutto la determinazione nel portare avanti, anno dopo anno,  un lavoro di volontariato culturale non facile e che si va rivelando davvero sempre più “vincente” vista la partecipazione, crescente, di poeti. C’è ancora di più: si generano confronti, scambi e si instaurano rapporti amicali tra gli innamorati del verseggiare in dialetto abruzzese e, non ultimo, si ha modo di ammirare, da vicino, la bellezza di centro abruzzese piccolo, ma straordinariamente accogliente e ospitale. Ne è consapevole Ugo Evangelista, poeta sulmonese già presentato ai lettori di “Centralmente La Rivista” e presente nella serata del 10 agosto 2022 a Castelvecchio.

Il suo componimento, “La famije”, vive in un confronto, davvero spontaneo, tra due modi di essere della famiglia: quella dei “suoi” tempi (ma che sono i tempi anche di tantissimi di noi!) e quella di oggi.

La faceva da regina, in un passato non lontano, una sorta di “armonia” affettiva tra le diverse generazioni. Non c’erano la “festa” dei nonni” e la “giornata degli anziani”, non ce n’era bisogno perché  i nonni, le nonne e gli anziani, nel quotidiano di ogni bimbo o bimba, c’erano sempre, c’erano nel senso che “contavano” e “rac-contavano”.

Erano enciclopedie viventi che “insegnavano” contagiando affetto e rispetto. E oggi?  Oggi “lu prugrèsse ha scenciàte l’armunie tra generaziùne”.  

Vuol dire che, forse, si stava meglio quando si stava peggio? Può essere..

 “LA FAMIJE”         

di Ugo Evangelista             

Nu quarte de lune                                

reschiàre ’sta conche;                                   

sunnécchie Sulmòne                                    

e lu selènzie nen manche.                     

Sopr’ a lu taulìne                               

nu fojje e na matite.                            

’N cocce s’affàccene                           

recuòrde de jére:                               

lu tiempe spenzieràte                                   

che la vite ha cagnàte.                         

De ’nvierne, dope cene,                      

la famìje se reunéve.                           

A capetàule tatòne:                            

baffe bianche arrutulate,                      

capìje lisce e scrìme de late.                 

Raccuntéve storie d’amòre,

de ’uerre, de strejje e de magìe.       

A ’na stanze, tre generaziùne;               

la famìje, tutte unite,                           

arrecchiéve chéle  storie                      

’nghe cummènte e nghe resate.            

Quante mumènte biéje,                      

fatte d’amore, de respiètte          

e, forze, pure de gniénte.                     

Mo’ s’è tutte cagnàte:                          

lu prugrèsse ha scenciàte                     

l’armunie tra generaziùne.                   

Mo’ stémm’ unìte? None!,         

suòle vescìne, ma lundàne.

Tutte stanne ’mpecciàte             

’nghe lu telefunìne;                   

i tatùne, a n’angulìtte,                          

ne j’arrècchie chiù nesciùne.      

Forz’ avèssema returnà’             

a chìje tièmpe là,                      

a quanne ’na felle de pane,         

l’amòre  e tante respiétte,           

vastévane  a lu core                   

e nen évene defiétte!                 

LA FAMIGLIA

Un quarto di luna

rischiara questa conca;

Sulmona sonnecchia

e il silenzio non manca.

Sul tavolino

un foglio e la matita.

Nella testa si affacciano

ricordi di ieri:

il tempo spensierato

che la vita ha trasformato.

D’inverno, dopo cena,

la famiglia si riuniva.

A capotavola il nonno,

baffi bianchi arrotolati,

capelli lisci e riga di lato.

Raccontava storie d’amore,

di guerra, di streghe e di magia.

In una stanza tre generazioni;

la famiglia tutta unita,

ascoltava quelle storie

con commenti e risate.

Quanti momenti belli

fatti d’amore, di rispetto

e,  forse, anche di niente.

Ora tutto è cambiato:

il progresso ha fatto scempio

dell’armonia tra generazioni.

Ora stiamo uniti? No!,

solo vicini, ma lontano.

Tutti sono impegnati

col telefonino;

i nonni, in un angoletto,

non li ascolta più nessuno.

Forse, bisognerebbe tornare

a quel tempo là,

a quando una  fetta di pane,

l’amore e tanto rispetto

bastavano al cuore

e non erano difetti!

 

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