HomeLa RivistaFolklore e dialettiCONSERVARE E’ UN’ARTE?

CONSERVARE E’ UN’ARTE?

Il Dubbio / 76

di Enea Di ianni

Ogni volta che torniamo a rimettere ordine alle cosiddette “cose nostre”, qualunque sia il campo di operatività, ciò che ci assale già dall’inizio sono la sorpresa e la meraviglia. Siamo convinti di conoscere tanto bene noi stessi che non avremmo mai pensato di sorprenderci proprio di noi.

Tra le tante cose che trovano spazio nei nostri luoghi “privati”, che si tratti di studio, di piccolo laboratorio, di cantina, di fondaco o soffitta, il rimettere ordine vuol dire sempre tornare a sorprenderci e a meravigliarci di noi stessi per come ci scopriamo imprevedibili.

Personalmente ho due ambienti ai quali sono legato per svaghi occupazionali: lo studio e il laboratorio di falegnameria, così detto perché lo utilizzo prioritariamente per piccoli lavori col legno, ma non di meno per tutto quanto ha a che fare con la manualità artigianale. E forse per questo i miei lo chiamano semplicemente “la bottega”.

Parlavo di sorpresa e meraviglia perché subito, al primo rimuovere di carte o altro ci ritroviamo fra le mani cose, oggetti, scritti, foto, ninnoli, attrezzi, schizzi, appunti che non pensavamo di aver conservato. Inutile dire quanta parte di vita fanno riemergere e quanto coinvolgimento emotivo ci provoca ciascuno di essi. Tornano ad esserci luoghi, persone, fatti che non sono passati inosservati, non sono stati insignificanti.

 

Ci accorgiamo che la ricomparsa di quelle “cose” torna a rinnovare trascorse emozioni con la stessa intensità di un tempo e, subito dopo, siamo spinti a cercare in noi stessi  la ragione per cui li abbiamo messi da parte. Certo non si può tener tutto a portata di mano sempre, però perché proprio quelle, di ”cose”, sono state conservate sì, ma accantonate? Perché non ce ne siamo sbarazzati? Cosa ci ha trattenuti dal farlo?  Sto seguendo, in questi giorni, l’altalena delle notizie riferite alle conseguenze della guerra Russo-Ucraina. C’è timore nel dire che quest’inverno, ma anche in autunno e forse per buona parte della primavera, staremo al fresco. Costano gas ed energia elettrica e, con essi, costerà tutto di più. In pratica è l’annuncio ufficioso che la società dei consumi dovrà correggersi, autocorreggersi, il che vuol dire stare attenti all’uso della luce, della lavatrice, della lavastoviglie, dei condizionatori, degli strumenti informatici, dei termosifoni, dei caloriferi, delle radio, dei televisori, degli strumenti/oggetti che, per funzionare, abbisognano di elettricità, degli ascensori. Abbasseremo il wattaggio delle lampade, daremo vita a dei mini-coprifuochi, spegneremo le insegne colorate di bar, ristoranti, farmacie, supermercati. Forse faremo anche a meno delle luminarie natalizie e tutto questo per colpa di Putin, delle sue manie espansionistiche, della sua improvvisa aggressività.

Non si può negare che Putin abbia aggredito l’Ucraina e neppure che abbia proceduto alla chiusura dei rubinetti del gas in risposta alle sanzioni comminate alla Russia  dall’Unione Europea. Ma chi ci ha guidati e spinti verso un consumismo tanto ardito e sciocco alimentando, poi, parallelamente, l’illusione che non sarebbe finito?

In un mondo in cui gli stessi viventi hanno un inizio ed una fine, in cui tutto è caduco, chi poteva credere che tutto il resto non sarebbe arrivato allo stop? Si è creato ad arte il regno dell’ ”usa e getta” spingendo tanta umanità a ripudiare l’antica regola dei nostri nonni, quella che da noi abruzzesi suonava più o meno così: “Stipa, ca tròuve!”, conserva, riponi che, al fabbisogno, ce l’avrai. Abbiamo azzerato mestieri in nome di uno sfrenato consumismo. Che farcene di calzolai e ciabattini quando, in nome dell’ “usa e getta”, puoi comprare scarpe nuove al costo di una risuolatura delle vecchie? Abbiamo fatto scomparire l’abile arte della cucitura, le scuole di taglio, i sarti, Che farcene? Ci sono le grandi aziende che realizzano abiti già confezionati suddivisi in “taglie”. Ognuno di noi ha una “taglia”, un codice di misura che non è universale, ma si differenzia da paese a paese e da azienda ad azienda (per esempio la taglia 46 in Italia corrisponde alla 42 in Francia e alla 14 in Inghilterra).

Le nostre mamme, donne di paese, sono state sempre refrattarie ad accettare, per oro colato, quanto  gli imbonitori del momento, politici compresi, andavano propagandando. Accorrevano, ascoltavano, si incuriosivano, timidamente si aprivano al nuovo, ma non buttavano il vecchio. Si dispiacevano di farlo perché erano pur sempre “cose” della loro vita. “Non si può mai sapere…” ripetevano a se stesse mentre riponevano delicatamente, in un vecchio stipo o in una madia, il macinacaffè, il mortaio, il battilardo, lo spremilimoni, l’oliera di stagno, la padella, lo scaldaletto, il ferro da stiro a carbone, la caffettiera napoletana, la borsa per l’acqua calda, la siringa di vetro e ago dentro il bollitore d’alluminio. A conclusione, e non senza sofferenza e commozione, addossavano ad una parete del fondaco la stufa economica, bianca e a legna, con caldaia, nichelata per l’acqua calda. Lo fecero in tante all’incedere del “progresso”, con tempi ed esitazioni diverse; lo fecero anche mia madre e mia suocera.

Ora quegli oggetti sono tutti lì, nella casa di paese, che aspettano di tornare a nuova vita. Alcuni di essi, a dire il vero, li abbiamo fatti riemerge già da tempo, come la datata caffettiera “Moka”, da noi tenuta in alta considerazione e assolutamente vincente nei confronti delle tanto “cialdose” elettriche di oggi. Il bello della “Moka”? Parla. Sì, parla, comunica col gorgoglìo che attiva e che invade cucina e spazi attigui e che giunge sempre gradito perché, a seguirlo, è quello straordinario indescrivibile aroma che si spande e ti prende carezzando olfatto e palato. Carezzando e non soffocando come il gas che, nel freddo buio che verrà. non ci sarà. E le luminarie di Natale?

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