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Africa: Dormire … all’aperto

Letteratura / 75

Africa: Dormire … all’aperto

di Giuseppe Mazzocco

 

   Le tende, montate dentro le camerate del fortino (anche se con il tetto ampiamente aperto), saranno ben protette dal vento e dalla sabbia, ma sono, chiaramente, strette l’un l’altra, addossate lungo i muri perimetrali, perché devono essere posizionate lontane dal centro della stanza, per evitare che qualche cedimento del tetto possa caderci addosso. La stretta contiguità delle tende permette di sentire ogni respiro del vicino, figurarsi il famoso “russare del deserto”, che, a volte, ha disturbato il sonno dei più!

   Nel preparare i pezzi della mia tenda registro, da chi di fianco sta facendo lo stesso lavoro, dei fastidiosi borbottamenti di disapprovazione che, sempre più evidenti, si trasformano in una vibrata protesta!

   Per non discutere (d’altro canto, se uno che ti dorme vicino russa, può disturbare) invito il mio partener a sollevare la tenda montata ed a portarla fuori dalla stanza, vicino al parcheggio delle auto. Appena arrivati nel cortile ci accoglie un altro coro di proteste fatto da chi ha deciso di dormire dentro le auto o di chi si sistema all’addiaccio, chiusi nel solo sacco a pelo. Anche loro non vogliono fastidiose compagnie!

   Spostiamo ancora la tenda, oltre il parcheggio delle auto, e ci riuniamo al gruppo dei forti russatori, già sistemati dall’altra parte del cortile. Che bello sentirsi in famiglia! Chi dorme con me nella tenda ha già preparato dei preziosi tappi di cera per le sue orecchie: saggia scelta!

   Il nostro capo spedizione incomincia a preparare una cena con menu da manuale: antipasto di insaccati con contorno di giardiniera; pasta al tonno con pesto, capperi ed acciughe, accompagnati da uno scelto vino; dolci, liquori e caffè. È prevista la tradizionale fumata di sigari e, poi, tutti a nanna.

   Riporto, per la cronaca, che chi ha dormito in tenda, riparati ed all’interno della grossa stanza, non ha chiuso occhio, perché il tetto del caseggiato, coperto da sottile lamiera, ha vibrato per il forte vento, per tutta la notte, disturbando il sonno di tutti. È stata la vendetta del cielo! Noi, dormendo fuori, abbiamo trascorso una riposante notte e ci siamo svegliati al dolce richiamo del capo comitiva.

   Nota: il risveglio, come detto in precedenza, è sempre brusco e con appello nominale. Questo dell’appello, a cui devi rispondere per confermare che sei pronto, è una pratica di sottile tortura perché devi svegliarti subito per urlare a squarciagola il tuo “presente”, con le corde vocali ancora intorpidite dal sonno. Questo passaggio dell’appello mattutino terrorizza il mio partner che, dormendo con i tappi di cera nelle orecchie, non sente niente e non vuole arrivare ultimo a fare colazione, quando il cibo è alla fine. Mi accollo, allora, l’onere di svegliarlo e di evitargli i digiuni mattutini. In cambio, lui mi prepara la branda ed il sacco a pelo: questa è la più sfacciata forma di nonnismo del deserto!

   Il giorno 8 febbraio 1999, ci svegliano alle ore 6.05. Ci prepariamo per partire, dopo aver tolto il campo e fatta la colazione, con abbondante caffè (che abbiamo condiviso con i militari del fortino). La guida ci chiama per l’usuale riunione prima di mettere in moto le auto, che vengono controllate nei livelli dei liquidi e nella pressione delle gomme. Particolare attenzione mettiamo nell’ispezionare il carico e le imbracature di ogni auto, controllando, con pignoleria, lo stato delle taniche di carburante, la riserva dell’acqua e la cambusa.

FOTO N 2

   Durante la colazione, parliamo con i militari che dicono di essere acquartierati nel fortino da parecchio tempo, senza aver avuto nessuna sostituzione, per via della situazione politica generale del paese: sono prossime le elezioni, con i cambi dei relativi comandanti della difesa! Ogni mondo è paese, penso, guardando quei giovani soldati lasciati in un fortino, in mezzo al deserto con la minaccia dei predoni e senza nessun collegamento con il resto del paese (la radio, spesso, risulta inutilizzabile per le cattive condizioni del tempo).

   I passaporti ci erano stati riconsegnati, addirittura, la sera prima (siamo o non siamo in compagnia del più autorevole capo spedizione del deserto africano?); facciamo l’ultimo controllo alle auto, già fatte scaldare e messe in fila, e salutiamo con sorrisi e pacche sulle spalle tutti i militari del fortino.

   Partiamo alle ore 7.30.

 

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