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 SERVONO LE BUONE ABITUDINI?

 

Il Dubbio / 75

 SERVONO LE BUONE ABITUDINI?

di Enea di Ianni

Il bello dell’uso dell’almanacco o  del calendario  (uso che portava i nostri padri e nonni a leggere e rileggere, insieme alla data e al santo del giorno, i consigli per l’orto, per i campi, per la casa, l’indicazione dei diversi tempi propizi per le semine, per il raccolto, per travaso del vino, per preparare la covata alla chioccia o procedere alla macellazione del maiale, alcuni semplici e immediati rimedi per piccoli problemi di salute) era che  tutti vivevano quel rituale e non lo concludevano dentro le pareti domestiche, ma lo si andava amplificando e arricchendo, con il trascorrere della giornata,  nel confronto con tutti gli altri che vivevano le stesse esperienze. Avrebbero gioito tutti se la previsione e il consiglio del “Barbanera” fossero  andati nella direzione giusta, si sarebbero, invece, rammaricati tutti se qualcosa fosse andata storta. Subito dopo, però, e davvero con impegno e reciprocità di sostegno, ci si muoveva per ricercare la “causa” dell’errore o dell’imperfezione.

Si cercava e si trovava. Sì, perché “Barbanera” non sbagliava, non poteva sbagliare; l’errore quasi sempre, quando c’era, dipendeva da una riflessione mancata, da un’ interpretazione superficiale, frettolosa o da un’esecuzione effettuata non proprio a tempo debito e, fors’anche,  non proprio rispettosa delle singole sequenze indicate nell’almanacco.

Accadeva così anche con la Sibilla Cumana. Quando veniva interpellata dagli uomini in partenza per una battaglia o guerra, alla domanda “Che ne sarà di me?” l’oracolo era chiaro e perentorio: “Ibis redibis non morietur in bello”.

A fine conflitto alcuni, tornando, andavano a ringraziare la Sibilla per aver predetto il giusto: “Andrai, ritornerai, non morirai in guerra!”

Per quelli che non tornavano, erano i familiari ad andare a chiedere ragione del mancato ritorno. Profezia errata? Assolutamente no. La profezia, come sempre, era stata precisa: “Andrai, ritornerai non, morirai in guerra!”

L’errore non era dipeso della Sibilla, ma dall’ascoltatore che non aveva colto bene il senso e il collegamento del “non”: “Andrai, ritornerai non, morirai in guerra!”

I nostri nonni e padri, pur nella pochezza di risorse e mezzi, erano diventati bravi nell’affrontare le abbondanti nevicate, nel non sottovalutare il tesoro della pioggia, nel tutelare i prodotti dei campi anche quando la natura sembrava davvero matrigna. Loro, che non conoscevano il senso dei consorzi, l’utilità delle cooperative, il funzionamento delle società di servizi, davano vita, senza saperlo, a delle “multiservizi” eccellenti e lo facevano senza attingere a risorse pubbliche e, men che meno, a quelle europee. Le lunghe giornate lavorative si aprivano e concludevano con interventi mirati a tener curati i percorsi di campagna, rassettati e rinforzati i muri a secco, potati a regola d’arte gli alberi, puliti gli argini dei corsi d’acqua,  dei ruscelli, dei fiumi. Quando si sono accorti che il disboscamento selvaggio di un monte procurava allagamenti pericolosi nei caseggiati sottostanti, si sono dati da fare per ricollocare nel posto nuove piante (rimboschimento) e hanno, immediatamente, modificato il modo di approvvigionarsi di legna: i “saggi” in materia segnavano, con vernice rossa, il tronco o i rami degli alberi che potevano esser eliminati e, di fatto, si apriva “l’assegno”: l’affidamento al popolo della legna da poter tagliare. La civiltà dei nostri nonni ha ignorato il senso dell’appartarsi.

Le prime costruzioni, in paese, di case contenenti più stanze destarono curiosità. Perché una casa così grande? Per “tenere insieme”  gli appartenenti ad uno stesso ceppo famigliare, una famiglia allargata: genitori e figli e figlie sposate. L’immaginazione correva fino a cogliere, all’interno di quel “casone”, un via vai festoso di bimbi, figli,  mamme, nonni, zii, cognati. Una vivace condivisione di momenti di vita da parte di più nuclei famigliari appartenenti ad uno stesso ceppo. Nessuno pensava, allora, che quelle grosse case, sorte per “tenere insieme“, vicine e unite, relazionate, più famiglie fino a costituire un consorzio umano, un “vivaio di relazioni umane”, potessero divenire, in breve, contenitori di “appartamenti”, luoghi di separazione e isolamento di più nuclei familiari. Da ambienti vocianti, ad ambienti silenti, da punti di forza a germi di debolezza.  Eppure il senso dell’unione nei paesi la si respirava nell’aria, il tutti per uno e uno per tutti era sempre stata una regola non scritta, ma vigente. Qualunque evento straordinario mettesse a rischio gli umani o  loro cose, era un evento che riguardava tutti e tutti coinvolgeva. Un incendio, un pericolo, un evento funesto era annunciato dal suono di campana, un suono diverso da quello usato per le funzioni religiose. A quel suono accorrevano in gran fretta grandi, piccoli, uomini, donne.

Le grandi nevicate!?! Te ne accorgevi quando cessava di essere argentino il suono dell’orologio comunale, quando la campana dell’Ave Maria risuonava come un pentolone ammaccato. A quei suoni si attivava, di casa in casa, l’allerta per gli uomini, un’intesa tacita che, alle prime luci, li avrebbe portati tutti fuori, a “spalare” la neve. Alle nove i passi ovattati dei bimbi attraversavano il paese e il loro ciarlare riassicurava che la scuola era aperta e, con la scuola, anche tutto il resto. Non chiudeva nessuno, anzi erano tutti più gasati forse per il biancore del paesaggio che rendeva tutto più luminoso.

Gli “spalatori”, in autogestione, si suddividevano i luoghi strategici: chiesa, scuola, ambulatorio medico, municipio, forno, stalle con animali, rimesse, abitazioni private.

Il fermento umano era tale e tanto da dar vita ad un clima di quasi festa e che toccava il massimo all’arrivo, per i lavoratori, inatteso ma sperato, di un improvviso ristoro: pane, mortadella e vino offerti da anonimi, che, poi, tanto anonimi non erano.

Oggi, a distanza di anni, troppa campagna langue abbandonata; i corsi d’acqua nessuno li cura più, la vegetazione infittisce disordinatamente, le potature e il taglio di siepi, rami pendenti e grovigli d’erba sono ignorati e spesso appartengono ai ricordi.

Cosi ci trovano impreparati la pioggia, la grandine, il vento, la neve, il caldo e il freddo. Eppure sono in tanti a conoscere, tramite i cellulari, le previsioni e le allerte meteo.

Si conoscono, si scambiano, si confrontano, si discutono e ci si accalora. Televisione e radio non perdono occasione per anticiparci il tempo che avremo domani, dopo domani e, l’altro domani ancora. Poi arriva la prima nevicata, anch’essa annunciata, e che accade? Le scuole si chiudono, le strade si bloccano, i ramicedono al peso della neve rovinando, pericolosamente, a terra, le mamme dei bimbi vanno in tilt: che fare coi figli? In giornata qualcosa si apprenderà dall’emittente televisiva locale e sicuramente, come sempre, dirà che le auto in sosta nelle strade interne ostacolano la rimozione della neve, che si procederà, appena possibile, al taglio di rami  alberi pericolanti  e alla rimozione di quelli già caduti. Si saprà, forse, in giornata anche qualcosa sulla riapertura delle scuole.

Di certo rumore di pale non se ne sente e neppure si avverte sapore di prevenzione. Appartengono al passato?

 

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