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AFRICA: Un fortino nel nulla

Letteratura / 74

AFRICA: Un fortino nel nulla

di Giuseppe Mazzocco

 

Riprendiamo il nostro viaggio e, dopo poco, incrociamo tre auto di viaggiatori francesi. Ci fermiamo per salutarli e ci raccontano che alcuni militari, poco prima, hanno loro sparato: la carrozzeria di un’auto porta evidenti segni di questo incidente (vistosi fori fanno bella mostra su una fiancata e sul portellone posteriore. Per fortuna i proiettili, attraversando tutto l’abitacolo, non hanno colpito nessuno!). I francesi precisano che erano molto lontani dai soldati e, forse, non hanno capito i segnali dei militari. Facciamo tesoro delle loro esperienze e, dopo uno scambio di sigarette e cioccolato, li salutiamo.

Ci rimettiamo in viaggio a velocità sostenuta, sconquassati dalle asperità del terreno e correndo dietro alla nostra guida, che non si ferma mai (dovrebbero apparire i soldati “sparatori”, così, almeno, ci si potrebbe fermare per fare pipì!).

Quando avvistiamo il posto militare, fornito di un alto pennone con una bandiera di difficile catalogazione, la guida, ricordando l’esperienza dei francesi, rallenta la velocità, agita le mani in chiaro segno di saluto, sorride a bocca piena e noi … incrociamo le dita!

L’avamposto militare è protetto, prima delle mura che appaiono molto spesse, da tre fili di ferro spinato e da “cavalli di Frisia” metallici, che circondano tutta la zona abitata dai soldati. Davanti a noi scorgiamo quello che sembra essere l’ingresso dell’area protetta, quasi coperto da un grosso camion, a cui è appoggiato un giovane uomo, probabilmente l’autista, vestito con abiti civili.

Ci fermiamo a debita distanza per aspettare che siano i soldati a venire da noi e non noi a correre verso di loro (per paura che qualche nostro movimento possa essere mal capito: l’esperienza francese docet!).

I soldati arrivano in una nuvola di polvere, sollevata dal loro mezzo semi-blindato, ed armati con fucili mitragliatori! Dopo i primi sguardi di sospetto, ci salutiamo, amabilmente, con grandi sorrisi, e ci intratteniamo con questi giovani militari, girandoci attorno come fanno i cani che si incontrano al parco! Parlando un po’ francese, un po’ inglese e un po’ con la lingua dei gesti ci fanno capire che hanno paura dei viaggiatori, perché potrebbero essere dei predoni che infestano tutto il territorio. Quando vanno in perlustrazione, in poche unità, sono, praticamente, alla loro mercè (da cui si difendono sparando), perché superiori in numero e in velocità: montano agili cammelli e si nascondono dietro dune ed avvallamenti; spesso li attaccano, per rubare loro le armi e quei pochi generi di conforto di cui sono muniti quando vanno in pattugliamento. I predoni, di cui noi non abbiamo avuto nessuna testimonianza, pare che controllino tutto il territorio che abbiamo attraversato, attaccando le poche comitive che vi si avventurano dentro. Noi abbiamo avuto paura dei soldati e del loro fare sospettoso, ignari di questa altra brutta realtà che non conoscevamo.

Arguiamo che i francesi, che abbiamo incontrato prima, probabilmente, non si sono fermati all’alt dei militari (data anche la distanza e la luce accecante), insospettendo le guardie, che hanno sparato.

I soldati ci chiedono medicine e ci invitano ad entrare all’interno del loro recinto custodito. Anzi, ci mettono a disposizione alcuni loro casamenti, sia per mangiare protetti dal vento e sia per aprirvi le tende. Parliamo anche con il giovane che sta appoggiato al camion: è fermo lì da 44 giorni, aspettando un pezzo di ricambio. Vedendo le nostre facce dice: “C’est l’Afrique”. Non ne abbiamo nessun dubbio!

Accettiamo l’ospitalità dei soldati e portiamo tutte le nostre auto all’interno del recinto. Sono gentilissimi, soprattutto dopo che il nostro capo comitiva ha lasciato loro i suoi “biglietti da visita”: potenza del casato!

Il fortino sorge su una roccia sopraelevata. Appena sotto crescono delle floride palme (segno che, probabilmente, vi è un pozzo e dell’acqua).

Ci raduniamo attorno all’auto della guida che, carte alla mano, ci comunica che abbiamo fatto 278 km, in 12 ore di guida! Decide che faremo il punto della situazione durante la cena e ci sollecita ad organizzarci per la notte.

Posteggiamo le auto davanti ad un lungo caseggiato, dentro al quale prendiamo possesso di due grosse stanze, col tetto bucato da più parti. Le altre stanze, in fila, sono occupate dagli stessi soldati, che ci dormono.

Il posto è, sicuramente, da raccontare: una grossa porta ci fa entrare nella prima stanza, collegata, comunque, alla successiva, da un grosso buco, che non ha il contorno di un uscio, ma di un foro da evasione. Il tetto, al centro, presenta, in tutti e due gli stanzoni, dei grandi squarci e degli altri cedimenti che permettono di osservare comodamente il cielo; comunque, le stanze sono un sicuro rifugio ed una grande protezione dal vento e dalla sabbia. La situazione è, altresì, preziosa perché ci permette di lasciare le auto al sicuro, dentro le mura di cinta del fortino.

Decidiamo di prendere possesso delle due stanze, di montare le tende e preparare la cena.

 

 

 

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