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LA VITA E’ FATTA A SCALE?

Dubbbio / 74

 

LA VITA E’ FATTA A SCALE?

di Enea Di Ianni 

Da ragazzo ci sono stati momenti in cui son rimasto lontano daL mio paese per più di quindici giorni consecutivi. Andavo via carico di euforia cercando di pregustare, con l’immaginazione, le novità che avrebbero fornito materiale da inserire nei racconti che avrei fatto, tornando, poi, dagli amici. Proprio la voglia di scoprire il nuovo si faceva medicina per lenire quelle punte di dispiacere ricorrenti, legate tutte alle abituali consuetudini del vivere in paese: l’andare a scuola in gruppo, salutare qualche gatto vagabondo che si accodava a noi accompagnandoci fino all’ingresso dell’edificio scolastico, discutere sugli impegni che si andavano concordando per il pomeriggio e venivano immortalati sull’unica agenda posseduta: la memoria. Non era lungo il tragitto da casa a scuola eppure quel percorso ci consentiva di raggranellare tanti spunti che, alla fine, potevano tradursi benissimo in quella che, oggi, si chiama “programmazione del tempo libero”.

Ecco, andando via dal paese queste speciali “programmazioni” mancavano anche se, con l’andare della “corriera”, prima, e del treno, poi, venivano  sostituite dalla crescente curiosità di scoprire dell’altro. Non era importante che potesse  trattarsi di mare, montagna o  pianura, l’importante che fosse altro dall’abituale.

Una volta pieni di novità vissute e vogliosi di raccontarle, il viaggio di ritorno si faceva stranamente lungo, proprio l’opposto di quanto mi accade oggi che, psicologicamente, trovo la via del ritorno sempre meno lunga rispetto alla stessa nell’andata. All’apparire del mio paese e delle prime case mi sorprendevo a scoprire il tutto diverso dal solito, più fascinoso. Nei particolari le case mi parevano più linde, le vie più pulite, le scalinate accoglienti ventagli. Finanche il suono dell’orologio, dall’alto del piccolo campanile comunale, per me si faceva più squillante.

Crescendo mi son detto più volte che l’affetto colora di rosa anche il grigio, perciò ci rende benevoli verso le cose e le persone che ci sono care e familiari. Come dire che “Ogni scarrafone è bell’ a mamma soja!”

Intorno all’anno 2000 (1998, 1999, 2002…) ci siamo ritrovati, con degli amici, a scoprire la Calabria, in particolare il versante ionico. La prima volta siamo partiti da Sulmona intorno alle 18:00 di un sabato di inizio agosto, carichi di curiosità, timori e voglia di conoscere quei luoghi. Ci siamo mossi in auto, equipaggiati di tutto,  senza fretta di arrivare, ma con la stessa curiosità dei bambini e tanta voglia di viverre intensamente quelle giornate mescolandoci alla gente del luogo, ai loro usi e tradizioni, gustando i sapori della loro cucina e, soprattutto, immergendoci nel calore della loro ospitalità e nel tepore del loro mare. Dopo la prima volta, siamo tornati ancora sul posto, sugli stessi luoghi, e ogni volta lo stesso calore nell’accoglienza e nel rapporto umano. Continuavamo ad essere colpiti dalla varietà di tante offerte turistiche, di tanti luoghi e locali animati da manifestazioni artistiche, folcloristiche, musicali, da rievocazioni storiche e sempre ci apparivano un poco trascurati i luoghi, i percorsi stradali, gli spazi attrezzati all’aperto.

Di contro l’ospitalità era eccellente e sempre straordinariamente genuina.

Visitando Pazzano[1] fummo sorpresi dall’affabilità della sua gente che non attese il nostro saluto per ricambiarlo, ma fu più lesta di noi nel porgerlo. Le donne, accovacciate in gruppetti negli angoli ombrosi delle viuzze, non ebbero timore nell’ allacciare una cordiale conversazione con tutti noi. In breve scoprimmo che diversi loro figli e mariti suonavano in bande musicali oltre che impegnarsi in altri lavori quotidiani. Non fu possibile rifiutare  la loro offerta di un buon caffè preparato per noi e con noi condiviso. Il loro modo di fare, di porgere, di insistere e di aprirsi agli ospiti ricordava molto da vicino la nostra gente, quella che, d’estate, si riparava dal sole e, sferruzzando, lavorava, conversava e curiosava. Tutto contemporaneamente.

A Roccella Ionica  l’inaspettata sorpresa fu trovare, accostata all’uscio di casa e a giorni alterni, ogni mattina una cassettina con prodotti agricoli di stagione: pomodori, cetrioli, zucchine e pesche. Il mandante era il nostro padrone di casa che faceva tutto in silenzio, alla chetichella e in orari in cui da noi non poteva esser visto.

Quando, congedandoci, provammo a ringraziarlo, fu felice di saperci soddisfatti e fu grato, lui a noi, per aver apprezzato i prodotti del la sua terra. Le emozioni regalateci dalla gente di Pazzano, dai sapori della cucina calabrese di Roccella Ionica, da Stilo, con i panorami marini che si offrono alla vista  dalla postazione, unica, della “Cattolica[2] erano trasparenti  proprio come l’acqua di quei lidi. La voglia di vedere e respirare la Calabria ci guidò a soffermarci anche a Gioiosa Ionica senza trascurare la sua “marina”, fascinosa perché “sintesi perfetta di mare cristallino, storia e buon cibo” come pubblicizzano i residenti. Il commiato dalla terra calabra lo vivemmo nella gelateria-pasticceria  “Minici”, a Monasterace. Fu un commiato dal sapore agro-dolce: dolce per la stupenda armonizzazione dei diversi gusti, pastosi,  di gelato, agro per aver avvertito  che quel ben di Dio mancava di rifiniture, di attenzione politica, di piccoli tocchi umani per rendere fruibile appieno la vivibilità e visibilità di tante ricchezze storiche e bellezze naturali.

Il rientro in Abruzzo, allora, riusciva a darci il senso che da noi era viva e attiva una certa “cura” per i nostri piccoli tesori. Strade curate, segnaletica chiara, guardarail e catarifrangenti ben posizionati. Era un piacere anche la guida notturna. L’arrivo a destinazione ci presentò una città, Sulmona, luminosa, pulita, ben pavimentata. Corso Ovidio brillava di vivacità: tanti negozi e vetrine luminose, ben allestite e invitanti per la curiosità di quanti, ancora numerosi, vivevano ogni giorno il passeggio serale.

A distanza di 18 anni siamo tornati a rivisitare la Calabria, il versante Ionico, e ci siamo riportati a Gioiosa Ionica, a Stilo, a Roccella Ionica, a Monasterace. Abbiamo ripercorso quelle statali che allora, quasi vent’anni fa, ci lasciarono un poco perplessi. Le bellezze di allora ci sono tutte e sono ancora più belle perché si è avuto cura del contorno, della cornice.

Il percorso stradale si è arricchito di rotatorie con tanto di prato verde all’interno, ben rasato, e segnaletica chiara diurna e luminosa in notturna. Il manto stradale non ha tracce di toppe, è un tappeto che ammorbidisce il rumore delle ruote che vi scorrono sopra e mantiene  nitida la segnaletica orizzontale

Tante le manifestazioni estive sono calendarizzate e sincronizzate tra loro. Si nota anche tanta cura da parte dei privati: case rinnovate nei fronti esterni,  negli addobbi floreali e nessuna traccia di immondizie da ritirare o di contenitori dimenticati.

Ben tenuti anche gli alberi che fiancheggiano la carreggiata; efficace la segnaletica viaria e l’indicazione dei luoghi di rilievo storico-culturale.

E’ stata davvero una soddisfazione notare ed annotare quali e quanti cambiamenti avessero interessato quei luoghi e soprattutto accorgersi e venire a conoscenza che molto lo si è fatto, e lo si va facendo, operando una sorta di regia-coordinamento delle tante realtà associative presenti nel posto. Comuni dormienti son diventati amministrazioni sveglie, curiose e attente nel saper leggere il territorio in termini di risorse presenti e possibili. Spazi alle proposte, alle idee, ai progetti, ma anche finalizzazione e canalizzazione degli stessi. Non mille piccoli lavacri che si disperdono nel terreno senza beneficio alcuno, ma mille piccoli rivoli che si incanalano per una sequenza di percorsi che vanno  iniziati e condotto a termine. E in quei rivoli sono state incanalate anche le risorse umane beneficiarie del reddito di cittadinanza. E’ stata una buona idea? Visti i risultati sembrerebbe di sì. Dopo aver riassaporato, ancora una volta, l’ottimo gelato di “Minici”, a Monasterace, riprendiamo la via del ritorno. All’una di notte raggiungiamo Sulmona dall’ingresso Sud. Le luci ci sembrano fioche, le vie sono ancora a gruviera. Sappiamo, senza bisogno di verifica, che tanti esercizi hanno smesso di funzionare. Parcheggiato il pullmino, cerchiamo di dare una mano al risveglio degli arti inferiori tenuti fermi a lungo. Ci sono giovani sulle scale dell’Annunziata e davanti ai bar di fronte. L’illusione di poter rivedere movimentato Corso Ovidio ci spinge fino a Piazza XX Settembre, sperando di vederla animata. E’ solo un’illusione che lascia l’amaro in bocca. Ovidio è solo, tristemente solo. Dietro di lui silenzio e buio che ammantano, rassegnati e impotenti, l’omonimo Liceo-Ginnasio e lo storico “Gran Caffè”. Torneremo, primo o poi, a salire?

                               1 Pazzano: il paese più piccolo dello Stiloro ma che, nel periodo borbonico, era sta centro

minerario di estrazione del ferro;

                            [2]La “Cattolica”: tesoro bizantino simbolo della Calabria ionica.

 

 

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