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“PATRIARCATO O MATRIARCATO”?

 

Il Dubbio / 73

PATRIARCATO O MATRIARCATO”?

di Enea Di Ianni

Parlare di “patriarcato” e “matriarcato” apparentemente genera un poco di imbarazzo convinti, come siamo, di aver percorso  tanta  strada in avanti rispetto a nomenclature che sembrano appartenere a tempi lontani, lontanissimi, e riferirsi a costumi di vita non certo attuali. E’ davvero così?

Il termine “Patriarcato” ci riporta, idealmente, ad una tipologia di famiglia, di organizzazione famigliare strutturata  in modo tale che ognuno dei suoi componenti avesse un ruolo preciso e che il riconoscimento e l’assegnazione di quel ruolo avessero a che fare col sesso, con l’età e con la tipologia di relazioni intercorrenti tra i diversi componenti.

Il “patriarcato” contempla e riconosce, all’interno del nucleo familiare, una sorta di gerarchia tra i membri e colloca al vertice di tale ordine il “pater familias”, il padre di famiglia più anziano subordinando gli altri componenti secondo ruoli e compiti dipendenti dall’età, dal sesso, dal grado di parentela.

C’è stata una stagione, non lontana, in cui proprio nei piccoli centri, quelli che si aprono più lentamente alle novità e alle conquiste delle città, si ritrovavano a convivere, sotto lo stesso tetto e in sinergia tra loro, più generazioni e figure parentali. Oggi le diremmo “famiglie allargate”, nel senso che andavano oltre il padre, la madre ed i figli. In quelle famiglie trovavano ospitalità i suoceri, qualche zia zitella o zio/zia rimasti vedovi e senza prole. Poiché la convivenza non può non avere regole, in quelle famiglie doveva essere chiaro che il ruolo di “capo” spettava al  padre e quello di “saggio” al nonno, così come era indiscusso che ci fossero mansioni e occupazioni da donne e per donne e altre da uomini e per uomini, prerogative riservate ai maschi di casa diverse da competenze specifiche spettanti alle figure femminili.

Legata a questa tipologia di famiglia coesistevano tradizioni che andavano osservate e tramandate con una ritualità particolare ed anche meticolosa..

Ricordo bene cosa accadeva in occasione della prima comunione di un figlio o di una figlia: l’assegnazione dei posti a tavola, per il pranzo successivo alla cerimonia religiosa, prevedeva “rigorosamente” che ai lati del festeggiato o della festeggiata sedessero, rispettivamente, da un lato i genitori e  dall’altro il compare e la comare di battesimo.

Non erano regole scritte, ma note a tutti e da non eludere impunemente. Sempre in occasione della prima comunione il regalo dell’orologio da polso ai ragazzi e della catenina d’oro alle ragazze era di spettanza esclusiva dei compari, per i maschietti,  e delle comari per le femminucce. Anche nei cortei nuziali non ci si collocava come capitava, a caso, ma andava osservato un ordine almeno nelle prime postazioni. Il primo posto spettava alla sposa al braccio del padre o, se mancante, del fratello maggiore. Seguivano, nell’ordine, lo sposo con sua madre, il padre dello sposo con la madre della sposa, compare e comare di battesimo, compare e comare di cresima e poi fratelli e sorelle, zii e zie, amici e amiche, conoscenti.

C’era un ordine anche, una volta celebrato il matrimonio e ricreatosi il corteo per recarsi a pranzo, per chi e dove dovesse effettuare il lancio dei confetti. Il riso, almeno da noi, rimaneva in dispensa.

Il corteo si concludeva con la coppia dei novelli sposi che, da una postazione, in alto e visibile a tutti, che dava sull’ingresso del locale adibito a ristorante o immediatamente vicina ad esso, con la presenza, complice, delle rispettive madri-suocere, dava sfogo all’ansia e alla gioia col lancio finale di confetti e, se benestanti, misti a monetine sonanti.

Non rispettare le regole? Un affronto da evitare e da non fare e, se fatto, da non tollerare.

Il massimo della ritualità si evidenziava in famiglia, a tavola, all’ora del pranzo e, soprattutto, nei giorni festivi o di particolari ricorrenze.

Le donne di casa, guidate dalla “mater familias” di buon’ora si attivavano per preparare non solo le cibarie, ma anche l’ambiente con la pulizia degli spazi, l’allestimento della tavolata e la collocazione in essa del servizio “buono”.  Una volta accomodatisi tutti gli uomini di casa, la “mater familias” porzionava il primo piatto per il capofamiglia, il padre-marito, e poi, a seguire, per i figli maschi, in ordine di età, per le figlie femmine e per i bambini. Dopo essersi accertata che tutti fossero stati ben serviti, provvedeva a se stessa accomodandosi in un angolo della tavolata, sempre all’erta per ogni occorrenza e contentandosi del cibo restante.

Si iniziava a mangiare solo dopo che il “pater familias” avesse dato il cenno di via e, comunque, aspettando che avesse assaporato lui stesso il primo boccone-assaggio.

Ecco, in quella organizzazione “patriarcale” la stranezza che più traspare è che le donne di casa, sia la madre che le figlie, costituivano davvero il motore dell’industria famigliare e non solo per le faccende cosiddette domestiche di loro esclusiva competenza, ma per tutte le altre attività che le riguardavano da vicino: dalla pulizia quotidiana di casa e la cucina al bucato, alla stiratura, al rammendo, ai ricami, alla panificazione, alla mietitura, alla raccolta di ceppi, all’approvvigionamento di acqua, al trasporto di legna e fieno sulla testa, all’aiuto nei lavori dei campi, all’accudimento dei più piccoli, dei più anziani, del pollame e del maiale. Una mole di incombenze che passavano sottotono perché vigeva il “patriarcato”!

E il “matriarcato”? Sì, voglio dire: ma davvero le donne hanno accettato e subìto di essere collocate in una posizione così umile senza  provare, non dico a belligerare, ma almeno a trattare con l’uomo per avere non un premio, ma un riconoscimento di  dignità?

Gli studi relativi al “matriarcato” hanno inizio a metà  ’900, ma la storiografia parla di “società non patriarcali” esistenti addirittura prima di quelle patriarcali e di durata  anche maggiore rispetto ad esse.

Il “patriarcato” c’è stato, forse c’è ancora, sopravvive  qua e là, ma anche il “matriarcato” va tenuto in debito conto perché, pare, ci fosse già antecedentemente al “patriarcato” e a metà ’900 si è solo tornato a riproporlo come argomento di studio. Il concetto di “matriarcato”, però, non va inteso come “madri al comando” perché simili società si trovano solo nel pregiudizio maschile. La filosofa tedesca Heide Goettner-Abendroth, studiando le società matriarcali esistenti in tutti i continenti, ha rilevato che esse, lì dove esistono, mettono al centro la “madre”, ma non la madre biologica, bensì quella culturale e spirituale che, di fatto, riesce a mantenere “in armonia” microcosmo umano e microcosmo naturale.

Matriarcato” è, dunque, un modello di società al quale riferirsi, un modello che non si identifica con ‘’il dominio delle madri” come contrapposizione al “patriarcato”, ma con i “valori materni e di cura” – capacità tutta femminile -di sostenere la vita e sentirsi responsabile nei confronti del creato.

Proprio come quella “mater familias” che si accomodava per ultima a tavola, magari in un angolo e solo  dopo essersi accertata che tutti avessero avuto quanto dovuto, cioè il meglio possibile..

Poteva accadere che a lei, signora, dopo aver provveduto agli altri, restasse poco o niente?

Questa la domanda che una studentessa, indagando sul ruolo della donna nella famiglia patriarcale, pose ad un’anziana madre di famiglia villalaghese.

Figlia mia, – rispose l’anziana signora, – dovevo accontentarmi….! Prima di me venivano sempre mio marito, gli ospiti se c’erano, i figli, le figlie, i bambini. Poteva toccarmi anche poco o, addirittura, niente…! –

Allora lei, signora, ha rischiato anche  di rimanere a  digiuno? –

La vecchietta accenna un sorrisetto furbo poi, le si avvicina confidandole:

E secondo lei io, che preparavo e cucinavo tutto per tutti, aspettavo l’ora del pranzo per mangiare? –

Esempio di grande saggezza di una “mater familias” in ambiente patriarcale o di silente “matriarcato”?

 

 

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