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LA NOSTRA PARIGI – DAKAR

Letteratura / 72

La nostra Parigi-Dakar

di Giuseppe Mazzocco

      Siamo partiti dal posto di frontiera di Madama, entrando ufficialmente nel Niger, da poco tempo ed il caldo tarda ad arrivare. Maciniamo chilometri su chilometri, incontrando numerosissime carcasse di cammello, mentre spira un forte vento che alza la sabbia di pochi centimetri da terra, producendo la sensazione di un ovattato cuscino, su cui le gomme, girando, trasmettono una sensazione di morbido: sembra un effetto speciale, di tipo cinematografico.

   Il terreno cambia consistenza ed il vento anima delle “lingue” di sabbia che si rincorrono, variando continuamente forma, in un intreccio di “nastri” che nascono dalla sabia e che si spengono sulla stessa.

   Il percorso è sempre segnato da vecchi pneumatici che, come le “briccole” della laguna veneta, delimitano la percorribilità, aiutando a raccapezzarsi in un ambiente che non offre appigli visivi per un qualsiasi riferimento.

   L’orizzonte è piatto, a perdita d’occhio, e noi continuiamo ad inseguirlo, portandoci dietro il nostro pennacchio di polvere bianca.

   Viaggiamo a vista, a 80km/h, su un terreno piatto che, improvvisamente, è diventato roccioso, dando l’idea di una scarsissima aderenza: è come andare su un treno che avanza velocemente su binari troppo larghi, “ciondolando” da un lato all’altro. Si guida con un abile gioco di volante. La pista continua a srotolarsi fra una ostile pietraia che, vista dall’alto dei dossi, si perde in lontananza, a vista d’occhio.

   Continuiamo così per qualche ora, fino a quando torna la sabbia ed il viaggiare si fa “scivoloso” su due profondi e paralleli solchi, separati da un massiccio cordolo su cui, molto spesso, si appoggiano pesantemente i fondi delle auto. Sembra di avere, sotto, un morbido cuscino d’aria, ma molto infido, perché se la controllata velocità non aiutasse a superare l’attrito con la sabbia, saremmo fermi ogni due minuti, facendo “tappo” ed interrompendo la fila.

   La guida, infatti, lo ammette dopo, come prima macchina che fa l’andatura, si è distratto per seguire il GPS e cercare qualche riferimento sulla carta; non ha più guardato negli specchietti retrovisori e non ha visto i nostri fari (siamo la seconda auto della fila) che abbiamo acceso da parecchio, da quando la terza auto ci ha segnalato (sempre con i fari) che qualcosa, nelle retrovie, non andava.

   Incominciamo a suonare anche il clacson ed a lampeggiare, rincorrendo la guida che, da quel perfetto pilota che è, mantiene una buona velocità costante, su un terreno non certamente autostradale. Penso, con nostalgia, alla 44 Magnum! Solo un colpo potrebbe fermare la folle corsa del pilota! Intanto, si ferma la terza auto (che ci saluta lampeggiando) che, cercando di fare inversione a U, torna indietro, sulle tracce lasciate da noi stessi, per ricongiungersi al resto della comitiva, probabilmente ferma per insabbiamento.

   In mezzo al deserto, incanalati sui profondi binari segnati dai passaggi di altre spedizioni, siamo rimasti in due auto: quella della guida (che corre davanti) e noi che, disperatamente, cerchiamo di non perderlo di vista: prima o poi si fermerà! Se voleva fare una selezione, l’ha ben fatta! La nostra unica speranza è di non perdere il contatto visivo con l’auto della guida che ci precede! Saremmo, sicuramente, non più nelle mani del nostro capo spedizione (che ci ha “salvato” più volte), ma in quelle del buon Dio (che da queste parti, islamiche, è poco lodato). Finalmente la guida vede i nostri fari o sente il nostro clacson e si ferma: è tranquillissimo! Appena scesi credo di avergli urlato una sequela di, irripetibili, epiteti, mentre lui, serenamente, ha ammesso di non aver più controllato la fila che conduceva, ma (dice con molta semplicità) ha studiato le carte ed usato il GPS per individuare il nostro punto geografico ed è contento perché siamo sulla strada giusta! Propone di aspettare e, se non dovesse arrivare il resto della comitiva, di tornare indietro, fino a rincontrare chi, per eccessiva velocità imposta e qualche insabbiamento, è rimasto indietro. L’importante, insiste, è avere la certezza, indicandomi la carta, di sapere dove siamo. Gli faccio notare che siamo, sì, sulla via maestra, ma solo in due auto ed immersi nel più profondo silenzio.

   Aspettiamo. Le nostre tracce sono le sole e sono troppo evidenti perché gli altri non riescano a vederle! La guida ha fatto un ragionamento esatto, ma capibile solo dai partecipanti alla Parigi-Dakar, che lui ha fatto più volte: noi, però, non siamo in gara e siamo tutt’altro che piloti!

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