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PARTENZA O “SPARTENZA”?

 

Il Dubbio / 72

PARTENZA O “SPARTENZA”?

 

di Enea Di Ianni

 

Settembre, andiamo. E’ tempo di migrare.

 Ora in terra d’Abruzzo i miei pastori

 lascian gli stazzi e vanno verso il mare:

 scendono all’Adriatico selvaggio

 che verde è come i pascoli dei monti…”

 

 

Verrebbe voglia di riportarla tutta la poesia, tanto ci tocca dentro e da vicino, ma bastano pochi versi de “I pastori” per ricondurci, idealmente, a D’Annunzio, alla nostra terra abruzzese, al timido fervore che pur tornava a leggersi e intravvedersi negli atteggiamenti lavorativi e nelle espressioni dei volti di tante famiglie di pastori se solo si aveva la fortuna e l’umiltà di saperli osservare.

La fine della buona stagione, dell’estate, voleva dire tornare a muoversi con le greggi verso la Puglia, ripercorrere antichi sentieri per riandare a pascoli ancora attraenti, incontro a temperature climatiche più miti e per riprendere consueti e nuovi impegni lavorativi.

A dire il vero i nostri pastori, ma anche la nostra gente, quella dell’alto Sagittario, lo usavano al plurale il nome della regione pugliese per cui si partiva per “le Puglie” e ritornava “dalle Puglie”.

Non era in uso solo da noi questo vezzo, ma anche in altri luoghi, Il perché non ci è dato saperlo, forse… Sì, forse la vastità dei pascoli del Tavoliere, la loro estensione o, forse, la diversità dei dialetti e parlate  che i nostri pastori incrociavano in quella terra (il foggiano, il salentino, il barese…), oppure la tanto diversità degli stili architettonici che si contrapponevano e caratterizzavano i diversi luoghi della regione fino a renderli dissimili l’un l’altro e a favorire la parvenza, in chi si muoveva tra essi, di spostarsi in luoghi diversi. Può essere che ci entrasse, un poco, pure il fatto che anche noi abitavamo “gli Abruzzi”!

Al di là di questo, che si andasse in Puglia o “nelle Puglie”, la fine della bella stagione ogni anno pizzicava le corde della malinconia perché, di fatto, voleva, significare ancora distacco da luoghi e persone care, da affetti rinnovati e rafforzati durante i tanti momenti di vicinanza estiva.

Erano estati movimentate quelle che i pastori trascorrevano vicino ai propri cari, estati segnate da feste religiose, rituali, sagre, innamoramenti, fidanzamenti, matrimoni ed altro ancora e tutto contemplato e contenuto nel periodo tra fine maggio  e metà settembre. Cose belle, certo, ma proprio perché belle erano da tenere a cuore, da non scordare: tante vicende da portarsi dentro e, magari richiamarle alla mente nei momenti in cui più struggente rischiava di farsi la nostalgia.

I tratturi, quei pianori che avrebbero riaccolto il trambusto di migliaia di calpestii di scarponi umani e zoccoli di animali, per la prima volta sarebbero stati calpestati dai giovanissimi, da quei ragazzi che, “negati per la scuola”, come dicevano in casa e in paese, e necessari a dar man forte alle famiglie, si accingevano ad iniziarsi  al mestiere di “pastore” e vivere il mondo della pastorizia.

Provo ad immaginarli quei ragazzi imberbi, poco più che decenni, curiosi e combattuti tra la voglia di andare, la tristezza del non poter restare e la curiosità, insaziabile, di guardarsi intorno e andare oltre. Andare oltre portandosi dentro, però,  il  paese, i compagni di giochi, le scorribande, la tranquillità un poco sonnolenta dei vicinati, gli affetti di casa.

Intristivano pensandoci, ma era una tristezza che durava poco perché c’era sempre qualcuno o qualcosa che li sollecitava ad altro.

Un comando indecifrabile, racchiuso in un certo tipo di  fischio, sortiva  effetti immediati: bloccava, sul nascere, la tristezza del ragazzo, l’induceva ad attivarsi per rimettere in riga il gregge e gli accendeva un certo morso di curiosità sul futuro: come sarà Sansevero? E Foggia? E il Tavoliere? E la gente pugliese? E le ragazze?

I neofiti non conoscevano quei posti, ma li avevano in testa perché ogni anno ne avevano sentito parlare a casa, dagli adulti di famiglia, da quelli che praticavano da qualche anno  la transumanza. A modo suo ognuno, nel descrivere quei luoghi, poneva, senza volerlo, l’accento su ciò che magari lo aveva colpito o interessato  di più: sulla gente del posto, sulla parlata, sulle case, sui negozi, sulle usanze, sulle conoscenze e amicizie fatte.

Così i pastori in erba si concentravano su qualcosa, immaginando un aspetto, un luogo e se lo dipingevano coi colori dei loro desiderata, dei loro primi sogni precoci d’amore.

i pastori adulti, intanto, l’ultima bicchierata d’estate con gli amici la vivevano il pomeriggio, più o meno nello stesso orario in cui avevano assaporata quella dell’arrivo, del ritorno primaverile in paese. Era stata festante la bevuta dell’arrivo,  questa del commiato i toni erano sempre colorati da una certa bonaria goliardia, ma una goliardia più spenta, un poco forzata  perché il distacco pesava a tutti: a chi andava e a chi restava.

L’ultimo saluto, prima di partire, il pastore di Scanno lo riserva alla sua donna, all’amore, e lo affidava  ad una “serenata” particolare, commissionata alla voce chiara di un cantore e all’accompagnamento di violino,  chitarra e fisarmonica. Era la cosiddetta serenata de “La spartenza”.

Spartenza” somiglia molto a partenza, ha a che fare con essa, ma è qualcosa di più: è “spart-ire”, dividere e andare, fare le parti e, ancor più, fare le parti e, dopo averle assegnate, “ire”, andare. Ognuno per conto suo, ognuno alle sue incombenze.

La spartenza” del pastore scannese racchiude il senso del “dividere”, del “separarsi” per colpa di una “partenza” che, in questo caso, è quella di lui, ma contiene dentro anche una promessa implicita:  lui torna e lei rimane ad aspettarlo. Momentaneamente la coppia si divide, ma l’impegno di entrambi è quello di ricongiungersi. Perché affidare ad una serenata questo commiato? Già, perché cantarlo alle stelle, alla luna, al vicinato dormiente?

Perché  tutti potessero sapere che una forza maggiore determinava quel temporaneo distacco, quell’allontanamento fisico e, soprattutto, che lei, la moglie o la sposa,  non avesse nulla da rimproverarsi o di cui preoccuparsi e conoscesse il motivo per il quale lui dovesse “spartirsi” da lei. Il testo del canto, spesso modificato qua e là nell’enfasi del momento, è una malinconica elencazione  di accadimenti, immagini e pensieri sparsi, tirati fuori come vengono, col magone in gola e tanta concretezza di fatti:

La neve ha recupèrte le mundàgne / la Puglia me rechiàme  e tu nen chiagne…!

Mò stòme a carecàre le vettéure / ’ddumàne repejàime ju trattéure…!

Recùperane le mòrre, chiàne chiàne / da le mundàgne càlane a le piàne…/

Ju retràtte téje j’ pòrte davéntr’a la sécchia/ ’ccuscì nen ze schelèura i nen ze màcchia…!”  Ju pecuràle appènne la vesàccia…/  ’na làcrema ce cala pe’ la faccia!”

La differenza tra “partenza” e “spartenza” può rintracciarsi, ancora oggi, in quella lacrima che solca, solitaria e furtiva, la faccia del pastore?            

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