FIDUCIA O CAMBIALI?

 

IL DUBBIO / 71 

 FIDUCIA O CAMBIALI?

di Enea Di Ianni

 

Il boom economico degli anni 60, quando torna alla memoria, continua a riprodurre, probabilmente ancora oggi, le stesse emozioni che accompagnarono chi, allora, gli stava dando impulso. E’ come quando ti trovi ad accedere in un luogo dove si sta vivendo l’allestimento di una sagra, di una festa popolare i cui protagonisti sono le persone del posto.

Tu ti ci imbatti e sei preso e incuriosito dal fervore di movimenti, dal trambusto di voci e dall’ambiente intorno a te che si va, velocemente, modificando.

Si muovono in tanti, anzi quasi tutti, senza distinzione di ceto, età, sesso; tutte le braccia si rendono utili, tutti i suggerimenti graditi e, intanto, la piazza cambia arredo e diventa altro da prima con le comparse che si fanno  protagonisti e il fervore che si traduce in movimenti finalizzati al cominciar della festa.

Il buio si illumina, la musica inebria, i sapori si respirano nell’aria assieme agli umori gradevoli, accoglienti ed aggreganti.

Tu, che sei arrivato prima che il tran tran cominciass, non sei riuscito a startene fuori, a distanza. Ti sei offerto, spontaneamente, come aiuto e, magari, ti è toccato  disporre le sedie intorno alle tavolate e ti sei incrociato con quanti facevano la stessa cosa e con altri che, pur non facendo la stessa cosa, ti hanno sorriso in segno di saluto  e quel saluto ti è arrivato come gesto di accoglienza e gradimento.

Poi, a sagra iniziata, ti ci sei ficcato dentro con i tuoi cari che ti avevano aspettato in auto. Insieme avete gradito, consumato, brindato; vi siete ritrovati tra tutti quelli che gustavano le stesse vivande, intonavano gli stessi ritornelli, ma vi sentivate diversi e a convincervi erano i gesti di complicità che vi giungevano da chi aveva apprezzato e non dimenticava l’aiuto ricevuto nel disporre le sedie.

Poca cosa? Solo una goccia d’acqua? Può darsi, ma sono le singole gocce che consentono di alleviare l’arsura, di rinfrescare il viso, di ristorarci per davvero.

Negli anni tra il 1958 e il 1960 cresce, in Italia, la produzione industriale e crescono le esportazioni. Il basso costo dei salari, una forte disponibilità di manodopera uniti ad una sana politica capace di accendere e incentivare lo spirito ottimistico e la voglia di vivere “meglio” fecero diventare competitive, a livello mondiale, le nostre aziende e i nostri prodotti.

Va detto, e non ultimo, che ci furono anche, a dar man forte, le puntuali e numerose rimesse dei nostri emigranti alle famiglie ed anche, credo, uno Stato, il nostro, allora particolarmente attento e vigile nella gestione delle risorse e nella scelta delle priorità (si veda l’attività dell’ENI e dell’IRI, istituito per la ricostruzione industriale).

Quando parliamo di “oculatezza” dello Stato  stiamo parlando di “politica intelligente”, quella che va rintracciata, sì, in quel che “si fa”, ma non può rimanere estranea al “come si fa”, al “perché si fa” e “per chi si fa”.

Così in quegli anni sono in tanti gli italiani che salgono in auto “italiane”, le famiglie che si contornano di elettrodomestici: gli “aiuti” di casa!

Se c’è l’auto vuol dire che si viaggia, se si viaggia ci si muove, ci si sposta e si visitano luoghi. Se ci sono in casa gli elettrodomestici le faccende di casa si snelliscono e, oltre al guadagno in termini di energia fisica non spesa, c’è l’incremento, per le donne, di “tempo libero”.

Una volta che si dispone di tempo libero ci si dedica alla ricerca del modo migliore per impegnarlo. Pian piano ci si confronta, ci si contagia e ci si attiva. La cura della persona, il benessere fisico, la voglia di elevarsi culturalmente portano l’incremento nella produzione e nell’offerta di ciò che viene richiesto: vestiti, prodotti di igiene personale e di bellezza, cinema, teatro, letture, sport e via dicendo.

Tutto questo è quanto  il boom di quegli anni ha attivato, ha messo in moto. L’acquisto dell’auto, del televisore, della lavatrice, la frequenza del centro estetico avevano, però, dei costi e pensare di poter disporre subito della cifra occorrente per pagare tutto subito, era utopistico; ci  voleva, invece, tempo, tanto tempo di attesa per raggranellare il necessario e l’attesa avrebbe vanificato il bello dei sogni. Però…sì, qualcosa si poteva fare: si poteva pagare “poco a poco”, diluito nel tempo, tutto e avere già da da subito l’oggetto del desiderio.

E allora presero a fiorire le “cambiali”, le cosiddette “farfalle” che permettevano di avere un’automobile con l’assunzione d’impegno, da parte del cittadino o cittadina, a versare una certa somma mensilmente fino alla copertura del debito. L’impegno non solo era di farlo, ma di farlo puntualmente, rispettando la data di scadenza di quei “pagherò” sottoscritti. Il binomio “sogno-cambiale” ha permesso a tanti di vivere in uno stato di agiatezza gradevole e hanno fatto sì che certi sogni potessero realizzarsi, certi desideri essere esauditi con immediatezza.

Qual era l’essenza di quelle cambiali? Cosa sosteneva l’assunzione di impegno contenuto in quei “pagherò”?

Anzitutto la fiducia nell’uomo e nella donna che le firmavano, il senso di dignità personale che si aveva e il valore della “faccia” che non si voleva perdere  e che si rischiava qualora non si fossero rispettati gli impegni assunti. C’era, poi, una certa tranquillità sulla prospettiva di lavoro e non solo statale, ma anche di quello non statale garantito dall’impegno di politici anch’essi legati al valore della “faccia” che, personalmente, mettevano negli incontri non soltanto “pre-elettorali”, ma di routine, con le comunità che li avevano scelti e votati. Durante le cosiddette “campagne elettorali” la vicinanza tra candidati ed elettori era importante e non solo ideale, ma anche fisica. Il tuo possibile rappresentante lo incontravi, lo ascoltavi, gli parlavi, lo toccavi fisicamente, incrociavi il suo sguardo, ti stringeva la mano. Sì, poteva anch’egli non rispettare gli impegni, poteva dimenticare le promesse, ma non li avrebbero dimenticato gli elettori.

I cambi di casacca erano “eccezioni”, la regola era data dalla fedeltà all’idea e al simbolo che la rappresentava.

Siamo lontani anni luce da quella tipologia di mondo politico e di rapporto tra cittadini e candidati. Qualcuno dirà che non c’è tempo, oggi, per incontri veri tra elettori, gente comune e candidati in lista. Il cittadino potrà ascoltare i “leaders” a “Porta a Porta”, nei diversi dibattiti e confronti televisivi.

Ma sono incontri freddi, ricchi di voci e vuoti di animo, di passione e verità. Sono confronti da imbonitori, che non prevedono la presenza di elettori che possano incrociare il proprio sguardo con quello dell’altro, con quello dell’uomo o della donna che dovrebbe o potrebbe suffragare col voto.

I candidati che si propongono non sono solo i “leaders” presenti nelle trasmissioni televisive, ma anche altri e non sono solo politici.

Ci sono i tantissimi “prestati alla politica” (…e, per quanto tempo, non si sa!), i diversi “scelti”. Ma da chi? Forse dall’ignaro cittadino che ha, a malapena, il tempo per districarsi tra il lavoro che scarseggia, le tasse da pagare, i figli da vestire  ed equipaggiare per i loro impegni, la salute da tutelare e curare?

Non ha più tempo, il lavoratore, neppure per recarsi dal proprio medico di famiglia per un controllo di routine e manco il medico ha tempo per visitarlo. Si sentono, ci si ascolta e “ausculta” telefonicamente o su WhatsApp. Quando il cittadino riesce ad andarci in ambulatorio, il buon medico, attento e scrupoloso, gli richiede, giustamente, una sequenza di esami, di “accertamenti” per essere sicuri di…

…Per essere sicuri di dover tirare fuori dalle tasche soldi per i diversi ticket previsti. Qualcuno suggerirà di andare a fare gli esami  presso le strutture sanitarie pubbliche. Quali? Quelle della propria città, del comprensorio o della circoscrizione ASL di appartenenza? Proviamo a chiedere a chi queste peripezie le ha vissute sulla propria pelle e ci renderemo conto di quanto sia facile e tempestivo servirci della struttura sanitaria pubblica, Lungaggini a non finire e, spesso, attese impossibili. Ci sono le eccezioni, è vero, ma a scuola ci hanno insegnato che le eccezioni servono solo a confermare la regola!

Mi sto chiedendo se può avere un senso chiedere, oggi, ai candidati che si accingono a competere per essere eletti “Deputati” o “Senatori” della Repubblica Italiana, a quelli che fanno parte della Circoscrizione o dei Collegio che ci riguarda, se sono pronti a sottoscriverci una “cambiale”, una forma di “pagherò” contenente non mille cose, ma cinque impegni, tanti quante sono le dita di una mano sana.

Rimettere in auge, insomma, quelle “farfalle” che consentirono, negli anni 60, di respirare, di riprender fiato e, un poco, di tornare a sognare e sperare.

Solo cinque “farfalle”, cinque “Mi impegnerò…” ai quali dover dare priorità:

1° … a non cambiar casacca nel corso del mandato,

2°… a “vivere” la Circoscrizione e/o il Collegio e a raccogliere “de visu” le

 istanze più urgenti in fatto di sanità,

3°… a restituire spazi di vita sociale davvero fruibili dall’infanzia, dai disabili, dagli anziani,

4°… a tutelare la peculiarità dei nostri ambienti affidando l’impegno lavorativo primariamente alla gente del posto e la manutenzione ai giovani,

5°… a coinvolgere i cittadini della Circoscrizione e/o Collegio nella formulazione delle  proposte da avanzare e nella condivisione delle iniziative da intraprendere.

Sarà possibile oggi e basterà la sottoscrizione di un “M’impegnerò…”, una “cambiale” anni 2022, a ridare un poco di fiducia ad un elettorato stanco, deluso e disilluso, ma, soprattutto, preso davvero in giro da tanti cosiddetti “politici”?

Negli anni 60 perdere la faccia era una cosa seria, un marchio disonorante. Vale anche oggi? Forse sì, forse no, chissà, può essere…

Personalmente di fronte a un candidato capace di sottoscrivere, almeno per quanto può riguardarmi, quei cinque punti prima riportati, io mi sentirei meno inquieto e riacquisterei un bel poco di fiducia, quanto può bastare per confidare in un altro, in un gruppo, in un impegno.

Se poi, strada facendo, non tenesse fede alla parola data e venisse meno il suo impegno, almeno per me avrebbe perso la faccia, l’affidavit e il diritto di agire, fare e decidere in vece mia.

Poca cosa? Può essere, ma saprei chi non votare una prossima volta.

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