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“ La colpa del senso di colpa “

Benessere Psicofisico / 70

“ La colpa del senso di colpa “

di Lorena Menditto

CASE STUDY –IL SENSO DI COLPA*

Applicato al disturbo da restrizione o abbuffata alimentare  

     “Se lo avessi saputo prima!”, magari, forse avrei potuto…” Quante volte sarà capitato di aver ospitato questa frase dentro di noi e di averla, peggio ancora, detta a qualcuno. Nell’esitazione della buona fede ci sono tante dimensioni che si scontrano con la realtà sostanziale di una evidenza: “se tu lo avessi saputo prima, non lo avresti potuto evitare!” E aggiungo, per fortuna. In questa domenica estiva, per parlare di questo argomento che ci dorme accanto con buona frequenza, inizierò dalla pratica clinica della mia esperienza personale con le ragazze anoressiche, per proseguire poi con la coppia nel successivo numero.

Se è vero che l’anoressia mentale viene vista come una difesa paranoide intra-personale in cui l’affermazione del proprio potere viene condotta nelle istanze intra-personali (Palazzoli, 1981), nel corso dell’ultimo anno trascorso con le mie pazienti e con il dolore del riempimento dello spazio vuoto, ho visto da vicino il senso di colpa. Le dimensioni come il “segreto”, la “rabbia”, la “negazione”, il “sabotaggio” hanno preso le sembianze del soggetto contestuale, quindi di fronte non ho avuto solo giovani donne angosciate dalla propria immagine, bensì ho avuto di fronte l’isomorfismo con la storia delle loro famiglie. Andando avanti con le osservazioni mi sono accorta che le situazioni che emergevano nel corso delle sedute, ripetute nel tempo, erano sì l’espressione del vissuto del singolo, ma anche il risultato di emozioni e di comportamenti vissuti nel sistema familiare. La sensazione è di aver avuto di fronte, durante i lunghi mesi invernali, la rappresentazione del Mito di Sisifo, nel calvario del peso del fardello indicibile, che ricade sempre a valle, un graduale discendere verso la gravità della vita che però non porta mai ad una risoluzione di sollievo o di salvezza. In questo Sisifo, nell’interpretazione che mi piace assumere qui dall’Odissea[1], Omero non specifica bene il perché di questo accanimento verso Sisifo, sa che parteciperà ogni volta nel riportare sulla cima del monte il suo fardello, per poi vederlo ricadere inesorabilmente a valle. Qui si insinua il potere del senso di colpa. Chiunque lo eserciti non può non sentirne la potenza, la supremazia soverchiante, come quella della pioggia monsonica, che arriva a farci mentire su chi siamo e relativamente alla conoscenza di noi stessi Γνωθι Σεαυτόν, che letteralmente in greco moderno corrisponde ad un laconico conosci te stesso, riflette tutte le fatiche generazionali di passaggio, in un socratico viaggio verso la conoscenza del proprio Sé. La potenza alienante del senso di colpa ci mette in contatto pericolosamente con il sottile e malcelato, ma forte da contrastare, senso di onnipotenza. In ottica sistemica la circolarità che riguarda ogni fase di questi vissuti, ci dice che possiamo tenere il senso di colpa lontano dall’onnipotenza, così come però, non si può separare Sisifo dal suo masso. 

Come fare allora a proteggerci dal viraggio doloroso verso questo tipo di disposizione dell’animo umano? In questo schema che riproduce in sintesi breve, alcuni aspetti del disturbo di personalità ricondotto all’onnipotenza, mostra come la storia di vita, la memoria, gli stati di tratto della personalità, l’identità, siano tutte dimensioni utilmente collegate all’interazione tra le parti.

    La multi-componenzialità del disturbo alimentare contiene dimensioni note come i contesti familiari opachi, appartengo a famiglie tutte legate tra loro in un invischiamento tipico della cosiddetta “famiglia di Minuchin”, in cui i confini labili si alternano a confini più rigidi, in un leite motive comune di evitamento del conflitto iniziale e dell’esplosione della reattività, tutte dinamiche più o meno esplicite.

   Mi sono trovata di fronte a situazioni riconoscibili come tentativi di coalizioni seduttive con il terapeuta, situazioni esplosive di dolore urlato, manifestazioni di dolore sommerso da dinamiche invischianti e abusanti.    Una complessità di trattamento che nella dimensione familiare trova l’esplicitazione delle competitività.     Le figlie che ho conosciuto sono frutto di famiglie, alcune volte ricostruite, dove i luoghi dei rituali del cibo e del sonno sono invischianti e inospitali. In siffatti questi scenari si consumano le abbuffate e le astensioni, in ossequio ad una rigida fedeltà verso la regola familiare.

[1] Odissea, XI, 745 e ss

 

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