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“NOTTE ALLA MUNTAGNE” di Vittorio CLEMENTE

ABRUZZESITA’ POETICA / 70

“NOTTE ALLA MUNTAGNE”

di Vittorio CLEMENTE

Agosto non è solo tempo di relax, di vacanze, di tuffi al mare, di ricerca di luoghi “in” o particolari. E’ anche tempo di notti stellate che invogliano gli innamorati della quiete a viverla una nottata all’aperto, magari proprio sui pianori dei monti di casa nostra.

Lo si fa a Scanno attendendo la “Notte di San Lorenzo”, lo si fa a Villalago in prossimità del Ferragosto, appena un po’ prima dei festeggiamenti di San Domenico Abate, si faceva e, credo si faccia ancora, a Bugnara a cavallo della ricorrenza della Madonna della Neve.

Per chi non l’ha mai fatta e vissuta quella esperienza, rimane un ricorrente interrogativo per il quale nessuna risposta può essere soddisfacente.

Cosa si prova a mirare un cielo notturno, trapuntato di bagliori e solleticato da versi che s’odono e che sanno di strano e sconosciuto per chi ha scelto di vivere in città? –

Qualcuno racconta di concerti in notturno: concerti di grilli, trilli acuti di strani volatili, svolazzi che fermano il respiro…

Sì, ma anche viaggi immaginari tra la luna e le stelle, tra nubi e squarci di sereno, viaggi frammisti a sogni e sogni che si perdono viaggiando o si rafforzano in quel silenzio che non è mai totale.

La luce dell’alba chiarirà ogni cosa, dissiperà le paure, scoprirà i falsi segreti e ti lascerà, ci lascerà ricchi della nostra piccolezza di fronte al fascino misterioso del creato.

Quale fascino? Quello che scopre il poeta Vittorio Clemente e prova a farcene dono e a contagiarci, sì, contagiarci di emozioni che, per testarle e apprezzarle davvero,  devi provare a viverle. Nelle tue montagne e di notte. In agosto!

 

“NOTTE ALLA MUNTAGNE”  [1]

di Vittorio Clemente

 

Ha calate la notte. La muntagne

s’è messe ncuolle la cuperta scure

e dope na iurnate de bafagne

se còleche e se gode la frescure.

 

Ma nen s’addorme, proprie mo se scagne

na voce nche le stelle e nche gli fiure;

e pare ca mo ride e ca mo piagne

come se fosse vive, na criature.

 

Nen se sente nu soffie, nu rummore…

E se te stiénne ’n terre e te l’abbracce,

gli siente batte e sullevà lu core.

 

Tu deviente nu pìzzeche, nu stracce;

e alla vite t’acchiappe nu tremore:

Domeneddìe te parle a faccia a facce.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

NOTTE ALLA MONTAGNA

E’ discesa la notte. La montagna

s’è messa in collo la coperta scura

e, dopo una giornata di afa,

si corica e si gode la frescura.

 

Ma non si addormenta; proprio adesso  si scambia

una voce con le stelle e con i fiori;

e sembra che ora rida e ora pianga

come se fosse viva, una creatura.

 

Non si sente un soffio, un rumore…

E se ti stendi per terra e te l’abbracci,

le senti battere e sollevarsi il cuore,

 

Tu diventi un pizzico, uno straccio;

e per la vita ti prende un tremore:

Domineddio ti parla faccia a faccia.

 

 

 

                                  [1] Vittorio  CLEMENTE, Canzune de tutte tiempe, Editrice Itinerari Lanciano 1970, p. 96

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