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Madama: posto di frontiera

Benessere / 70

Madama: posto di frontiera

di Giuseppe Mazzocco

 

      Continuiamo a viaggiare a buona velocità, sulla traccia di una vecchia pista o sulla sabbia appena increspata dal vento, usando moltissimo gli specchietti retrovisori perché, per i bruschi cambiamenti di direzione, per evitare improvvisi cumuli di pietre, potremmo entrare in rotta di collisione con le altre auto.

   La temperatura all’interno dell’abitacolo è torrida (è un eufemismo, per dire che stiamo scoppiando di caldo), ma quando ci fermiamo, fuori è freddo ed il sole sembra non scaldare. Che strano questo deserto! A chi potrò mai raccontare che, se dovessi stare fuori dalla mia auto, sentirei freddo?

   Il posto della sosta è bellissimo: quattro alberi e, in lontananza, altre macchie verdi. Per stare fuori e sgranchirci la braccia e le gambe, raccogliamo degli sterpi ed accendiamo un bel fuoco: solo le foto possono testimoniare che in mezzo al deserto, in pieno sole, si sta bene accanto ad una fiamma! Seduti in cerchio attorno al falò, scambiamo le nostre impressioni su questo viaggio e sulla nostra avventura africana: siamo tutti incredibilmente felici di far parte della comitiva!

   Ripartiamo, dopo aver annotato che abbiamo fatto 112 km in due ore. Dopo poco, in lontananza, si intravede il netto profilo di un muro merlato e di un gruppo di alberi. Quando siamo a distanza ravvicinata, notiamo un soldato, armato, che ci invia nella nostra direzione altri suoi commilitoni che sbucano, all’improvviso, da dietro una alta duna: non li avevamo visti. Avvicinandoci, vediamo che sono tutti armati di pistole e di mitragliette. Sono sorridenti ed hanno le divise con lo stemma del Niger. Questo vuol dire che abbiamo attraversato la “terra di nessuno” fra Libia e Niger.

   Ci chiedono i passaporti e le carte di circolazione e ci inviano verso uno sparuto gruppo di alberi, lontano dalla turrita e murata caserma.

   Il luogo dove ci fermiamo, “ricco” di tre alberi, è la “sala d’attesa” della frontiera nigeriana: Madama, è il nome del posto. È affollata da molte persone che, in attesa (sappiamo dopo) da giorni del visto per il passaggio, si sono “accampate” vicino agli alberi.

   Nota: le persone sono allungate e sfinite per terra, appena coperte da panni pieni di buchi, insabbiate da un vento che, adesso, spira fortissimo e che alza una soffocante polvere. Noi restiamo chiusi in auto.

 Fuori girano i soldati armati che ci hanno detto di non poter fotografare (chissà quali segreti nascondono!) e che (lo apprendiamo con drammaticità, dal nostro capo spedizione che ha già fatto visita al comandante della guarnigione) le frontiere resteranno chiuse, non si sa per quanto tempo, perché nel paese in cui siamo appena entrati (il Niger) sono in corso le elezioni presidenziali. In queste circostanze, si ferma tutto. Compreso il burocratico lavoro degli uffici doganali di frontiera (sic!).

   Ci guardiamo in faccia, attraverso i vetri delle auto. Siamo attoniti ed assolutamente impreparati a questa evenienza. Usciamo dai nostri sicuri abitacoli e ci relazioniamo con gli altri ospiti, della frontiera nigeriana, che da come divorano le arance che offriamo, capisco che sono “abbandonati” sotto quei tre alberi da tanto tempo, senza nessun conforto, accecati da un vento fortissimo e “sporco di polvere” ed al freddo. L’ultimo fuoco, prima che finisse la poca legna per i falò, l’hanno acceso due giorni prima. Conservano qualche ramoscello per tempi che, da come parlano, saranno sicuramente lunghissimi e peggiori di oggi. Sono in attesa che finiscano le elezioni e sperano che l’esito sia conveniente per chi già governa, altrimenti (arguisco da spallucce e tentennamenti di testa) potrebbero esserci degli “assestamenti” politici, con pesanti ripercussioni anche sui luoghi di frontiera.

   Il nostro capo spedizione, affascinato dal clima elettorale, va “in gusti” ed ipotizza, anche per noi, una tornata elettorale che possa riconfermargli la totale fiducia del gruppo. Gli faccio presente che, logisticamente, non abbiamo la richiesta attrezzatura (seggi elettorali e schede) e, soprattutto, non sono trascorsi i tempi tecnici fra la firma del decreto ed il giorno per andare alle urne. Il capo spedizione accetta la mia nota e rimanda ad altra data la verifica elettorale. Si chiude in macchina e scrive due discorsi: uno da fare all’attuale suo collega (il Presidente del Niger in carica, in caso di riconferma) ed uno da fare all’avversario (se avviene un capovolgimento politico).

   Nota: il capo spedizione è veramente in auto, ma a riempire i moduli per l’attraversamento della frontiera e per far compagnia al medico ammalato, che soffre ancora di una pesantissima emicrania. Vedo, attraverso i vetri che è assorto ed immerso in grossi pensieri: sta sicuramente escogitando uno dei suoi capolavori di diplomazia internazionale. Spero che riesca, vivamente, a tirarci fuori da questa che, considero, una vera iattura: potremmo stare fermi, sotto quei tre spelacchiati alberi e davanti al fortino con soldati veri che ci controllano, per qualche settimana, mandando all’aria la cronologia del nostro viaggio ed il ritorno, in aereo, che abbiamo già riconfermato. L’Africa ci chiederebbe un sacrificio troppo grosso!

 

 

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