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IL CERVELLO PROATTIVO (parte prima)

Benessere psicofisico / 68

IL CERVELLO PROATTIVO (parte prima)

di Lorena Menditto

PREMESSA

Quando ho cominciato a pensare all’amore in altri termini, ho dovuto rivedere le mie posizioni sulle emozioni e con questo articolo traggo conclusioni diverse da quelle che ho sempre esposto  per molti anni. Ho cambiato idea dopo aver fatto tanta ricerca e aver lavorato in ambito clinico: ogni paziente che ha raccontato il suo vissuto ha affinato il tema del quale andrò ad esporre le caratteristiche.

L’elaborazione sulla latenza e il cervello proattivo hanno risentito, oltre che del vissuto esperienziale, anche delle letture notturne dei testi di Hebb e dei vecchi Maestri filosofi, che inevitabilmente riportano sempre a casa chi si perde. 

Ecco, con questo piccolo articolo destinato alla rubrica Benessere & Salute di Centralmente, intendo marcare un cambio di passo, legittimo per me e dovuto ai lettori che mi seguono e a tutti gli studenti che hanno ascoltato per anni le mie spiegazioni sulle espressioni facciali.

Le teorie non sono teoriche. Mi sento molto sollevata nell’averlo capito.

IL PENSIERO ANALITICO SUL VERBO

Usiamo troppi aggettivi perché siamo abituati a familiarizzare efficacemente con il verbo colloquiale. 

Mischiamo le parti, per ragioni sempre diverse, in giri inestricabili di sintagmi; difficile, pertanto, sapere con chi stiamo parlando poiché ogni volta siamo di fronte a definizioni di questo essere umano che resterà sconosciuto per noi, nonostante i suoi tanti aggettivi.

Tenterà di aggiungere cose laddove il terreno sarà già pieno di dubbi, con l’unico risultato che niente di ciò che ci dirà sarà vero.

O meglio, nulla risuonerà come tale.

Un bell’errore cartesiano.

Vi siete mai chiesti che cos’è davvero un’emozione? Come mai la sentiamo così fortemente in posti così lontani dal cuore? Damasio direbbe che la sentiamo nello stomaco perché è un collegamento tra ragione e cervello e che non c’entrano proprio nulla le espressioni facciali di Ekman. Fino a qualche tempo fa dicevo che le emozioni erano un’attivazione fisiologica riconoscibile, che partono dal cervello e che hanno delle evidenze basate sull’osservazione.

Per molti anni sono ho sostenuto che le espressioni facciali potessero essere una soluzione per la comprensione della persona, o meglio, per la comprensione delle emozioni di chi avevo davanti.

Nulla di più lontano da me ora, poiché oggi sono giunta al sorprendente convincimento che le decisioni solide scaturiscano da una mente lucida e fredda e che il circuito emozionale tutto può comprendere tranne che l’associazione fatta dalla relazione sillogistica di: occhi (ti guardo) – emozione (ti amo) – reazione (mi vedi).

Oggi mi trovo più vicina alla spiegazione della proattività.

IL CERVELLO PRO-ATTIVO

Ho tentato più volte nell’ultimo anno di capire chi avessi veramente di fronte, senza alcun proficuo risultato se non quello atteso: incontrare maschere e coperture di maschere; questa specie di pathos inconscio ha fatto si che io riflettessi un po’ su questa questione antica dell’innamoramento.

Quando incontriamo una persona che ci piace a qualunque titolo, dovremmo provare a stabilire con Essa, come diceva Aristotele, che cosa sia il nome e che cosa sia il verbo. In seguito, poi, che cosa siano la negazione, l’affermazione, il giudizio e il discorso.

Come faccio a sapere se l’altro mi capisce davvero e, se lo fa, me ne accorgo e ne tengo conto?

Questo articolo parlerà dell’empatia cognitiva in maniera differente rispetto al passato, riportando alcuni dati e proiezioni di dati che disciplinano ormai da anni la questione del cervello proattivo, dell’anticipazione dell’azione.

Sappiamo molte cose del cervello, le sappiamo dalle neuroscienze, dall’eugenetica, dalla psicologia positiva, da quella clinica, dalla neuro-pedagogia, dall’ingegneria psicologica, dalla fisiologia e, certamente, dalla filosofia.

I vecchi filosofi, i Maestri, lo sapevano già e lo sapevano dire anche benissimo: i suoni della voce sono simboli delle affezioni che hanno luogo nell’anima e le lettere scritte sono simboli dei suoni della voce.

Semplice: è tutto qui!

Ma a che disciplina appartengo questi argomenti? Se non riesco a dare il nome ad una cosa, figuriamoci se riesco a dare il nome ad una persona o, addirittura, ad un’emozione: il dilemma è qui.

Il nome è ciò che esprime una determinazione e l’aggettivo definisce la parte “sospesa” che non diciamo.

Farò un esempio: se dico “Chi sei tu?” mi aspetto di sentirmi rispondere “Piacere, mi chiamo Mario e sono un ingegnere” oppure “Mario, sono un padre che ama la natura, amo il mio lavoro, sono un po’ stanco, etc.”.

Entrambe le determinazioni esprimono traiettorie temporali, ma solo una contiene una flessione temporale al di fuori del presente. Che sia vero o meno che Mario è ciò che dice di essere, importa poco in questa sede, poiché la realtà è essa stessa una flessione inalienabile di determinazioni. 

A me interessa molto di più sapere cosa arriva a me, di Mario.

Perché sento prima di vedere? La sensazione temporale di prossimità è una dichiarazione semantica, non oggettiva. Mario potrebbe essere l’archetipo del mio uomo ideale solo per come si accende la sua sigaretta, atto che magari, fino al giorno prima, aveva destato in me grandi fastidi, ma che tra le sue dita, ora mi ricorda chi sono Io, non già chi è Lui.

Mario riflette me stessa. 

Questa è la naturale verità a cui nessuno di noi vorrebbe mai credere: quando ci innamoriamo lo facciamo con il cervello, con lo stomaco, mai con il cuore. Non riconosciamo l’emozione di repulsione dall’angolatura esterna dell’occhio, ma dalla reazione elettrofisiologica che quella mano, con quella angolatura, con quella sigaretta, con quell’odore (e introduco lentamente gli altri sensi) con quella voce, inspiegabilmente ci respingono. Come per Ekman anche qui possiamo dire che ci vogliono da   vvero pochi secondi, per la precisione, Hebb ci dice che abbiamo 4 millisecondi per inviare alla corteccia frontale l’arrivo di un pericolo, e che, solo dopo 4 minuti la parte centrale è in grado di verbalizzare l’ostacolo evitato, grazie alla precedente latenza. Tutto ciò accade nel complesso amigdaloideo, nel talamo, nell’amigdala, nell’ippocampo. Non altrove. 

E allora l’accettazione di questo significherebbe ammettere che, quando un amore finisce, siamo noi ad aver smesso di sentire, in un verso o nell’altro. 

Un segnale non captato, non vuol dire che non è stato emesso.

Questo può sembrare un discorso dichiarativo, ma la verità è che ho alcune evidenze di cui vi vorrei parlare. 

(continua nel n. 69 di Centralmente- La RIVISTA della Domenica)
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