HomeLa RivistaFolklore e dialettiFARE LA STORIA O FARE LE STORIE?

FARE LA STORIA O FARE LE STORIE?

IL DUBBIO / 68

Fare la Storia o fare le storie?

di Enea Di Ianni

Lo so. Molti, tantissimi di noi nel 1919 non solo non c’eravamo, ma facciamo anche fatica ad immaginare come si potesse vivere allora, quale stile di vita andasse per la maggiore, quali sogni si coltivassero. Quello che di certo sappiamo è che si era appena usciti da una grande guerra, la prima guerra mondiale, quella del 1915-1918, dominavano le difficoltà economiche, c’era disoccupazione, inflazione e tutta un’industria da riconvertire.

C’era anche, forse, da fare gli italiani nel senso che l’appartenenza fisica allo Stato italiano era un dato politico-geografico acclarato, ma occorreva promuovere l’affiatamento sociale, culturale e anche linguistico. Sì, linguistico perché all’inizio del conflitto mondiale soltanto il 24% dei soldati parlava l’italiano e, di quel 24%, facevano parte, per un buon 90%, gli ufficiali.

Dominante era la differenza linguistica tra regioni e, al loro interno, tra luogo e luogo e, in uno stesso luogo, tra ambienti sociali differenti.

A completare il quadro delle difficoltà e ristrettezze di quel tempo si aggiunse la “Spagnola”, la grande influenza che tra il 1918 e il 1920 colpì circa 500 milioni di persone in tutto il mondo uccidendone 50 milioni su una popolazione mondiale pari a due miliardi.

Tanta deprivazione, tanti accadimenti negativi, tanta povertà non riuscirono, però, a spegnere la voglia di vivere, di sognare, di guardare oltre il buio, di poter risorgere.

La guerra di trincea aveva favorito l’accostamento, il contatto tra soldati diversi per provenienza, condizioni sociali, cultura e stili di vita. Dall’affiancamento all’affiatamento il passo è breve: le paure dell’uno trovarono l’incoraggiamento dell’altro e, insieme, ci si accorse che si poteva anche sperare, oltre che lottare. Sperare e sognare perfino di vincerla, quella guerra. I giovani di allora nutrivano sogni che sapevano soprattutto d’amore. Amori timidi, forse segreti, molti non confessati neppure all’interessata.

Al tacere delle armi quei sogni riprendevano vigore, corpo e voce, si facevano arditi e si lasciavano andare sulle note tremolanti di un’armonica che provava a sorreggere il canto: ” Staje luntana da stu core, a te volo cu ’o penziero: niente voglio e niente spero ca tenerte sempe a fianco a me!…”

Era solo uno dei canti, perché diversi altri andavano, poi, a seguire. Ogni canto era un messaggio da lasciare, un ricordo da immortalare, un sogno da coltivare; passato, presente e futuro erano lì, in quei testi, in quelle parole che le note incidevano negli animi.

Alla fine della guerra quei motivi, seminati e coltivati in trincea, si riversarono in ogni luogo, tornarono a rivivere ovunque perché i “reduci”, giovani e “veci”, erano dappertutto e, con essi, dappertutto si diffusero le colonne sonore dei giorni di guerra.

Fu così che il Nord conobbe il Sud e viceversa, che il Centro si lasciò toccare e contagiare da Nord e Sud e ad entrambi si aprì. E’ stato così che, dopo la guerra del 1915.1918, negli anni a seguire e fino ai giorni nostri, tanti momenti di convivialità e intrattenimento, in osteria e in teatro, in sagre e feste paesane e cittadine, si animano con quelle note e con quei testi, diventando cori contagiantI e irresistibili. Una pandemia canora capace di far miracoli.

Ho provato a cogliere un’ immagine di quegli anni cercandola nelle canzoni, un’immagine che potesse essere più o meno “rappresentaviva” di un sentimento, come l’amore, che non ha limiti di tempo né di generazioni. Così ho incrociato Achille Togliani, bravo cantante e attore degli anni 50-60 che, in una sua composizione, parla di un lontano amore risalente proprio a quegli anni. Glielo ha ricordato, in segreto, il suo cuore parlandogli di “…una signora di trent’anni fa”. Prova a ricordare alcuni particolari…

Sì, è stato “Nel millenovecentodiciannove..” , ed era una donna “…vestita di voile e di chiffon…”.

Sa di averla incontrata, ma non gli sovviene dove. Forse “…Nel corso oppure a un ballo-cotillon…” Ricorda bene, però, il suo sguardo e i suoi occhi: ”…gli occhi, gli occhi solamente, segnati un po’ con la matita blu…” In quella occasione lui le ha giurato qualcosa, ma non è facile ricordare. Ci prova: sì, le ha giurato d’amarla eternamente e poi tutto è andato via insieme alla trascorsa gioventù. Un canto d’amore delicato, quello di Achille Togliani, delicato e rispettoso di lei e del sentimento vissuto. 

Dal 1919 ad oggi è trascorso più di un secolo, cento anni di vita, di fatti, accadimenti, invenzioni, scoperte e, ancora, guerre. Sì, non solo la seconda guerra mondiale, ma tanti altri conflitti nel mondo: quelli di cui si dice, ma anche quelli di si tace.

Sono cambiati i costumi, la velocità è di moda e l’amore c’è ancora anche se sceglie modi e toni diversi per esprimersi e raccontarsi.

Non so se le donne vestano ancora di “voile” e di “chiffon” e se, nel trucco, segnino ancora gli occhi con la matita blu. So per certo dove preferiscono andare ragazzi e ragazze: “Dove di balla” e ovunque si balli, anche “tra i rottami”. Ce lo ripete, in questa estate rovente, Dargen D’Amico. Perché i giovani ballano?

Per restare a galla negli incubi mediterranei” ed anche per evadere.

Potremmo dire per tenersi a galla in un presente sconcertante, frutto di un passato prossimo da dimenticare. Lo fanno anch’essi con la musica, ma con la loro musica, con la “musica dance” a tutto volume, a palla, tanto a palla da poter frantumare “i vetri di casa” e riuscire a farsi sentire anche da un certo zio Pino, “un parente di giù”.

Ballano tutti, i giovani? E chi non balla? Chi non balla peggio per lui: se non si balla non si vive e, se si vogliono vivere storie, bisogna mangiare, nutrirsi. Basta con gli amori sospirati, la passionalità va alimentata e le storie che finiscono non tolgono l’appetito. Si cambia menù e si prosegue. E gli ideali? Diversi:

1.“Finalmente ho quarant’anni”,

2.ho ancora fame,

3.“non parlo col mio cane ma c’è un bel legame”,

4.sto vedendo una da tre sere,

5.“per ora mangiamo assieme ma promette bene”.

Nel 2010, da assessore, feci gli onori di casa, a Sulmona, ad una delegazione europea rappresentativa dei servizi sociali attivati a favore dei minori e degli anziani. Il capo delegazione, ungherese, diversamente dagli altri membri, si attenne rigorosamente al protocollo limitandosi a visitare i luoghi, studiare i diversi progetti posti in essere, prendere nota via via di quanto andava osservando. Scambi interpersonali tenuti al minimo essenziale. La delegazione greca fu da subito aperta ad un approccio cordiale, quelle tedesca e rumena lo fecero qualche giorno dopo. Gli ungheresi rimasero sulla loro, condizionati dal loro capo. La serata conclusiva scelsi di viverla e farla vivere agli ospiti presso un Centro sociale per anziani ubicato in una frazione. Era uno dei primi Centri sociali col nel quale stavamo sperimentando l’apertura anche a giovani e giovanissimi e a nuclei familiari. Menù abituale e cordialità di sempre, il tutto accompagnato da momenti di musica dal vivo suonata da un trio di soci del Centro, i “veci”. Tavolata a ferro di cavallo con i partecipanti collocati solo sul perimetro esterno in modo che tutti potessero vedere tutti. Io mi collocai tra il capo delegazione ungherese e quello tedesco. Affiancato dall’interprete, cercai di mettere in evidenza e sottolineare lo scambio generazionale che in quel centro si andava realizzando e il rafforzamento, accertato, dei legami socio-amicali tra generazioni diverse per età, cultura, formazione ed anche gusto e genere musicale. A conclusione una brevissima cerimonia di consegna doni-ricordo e del testo, tradotto nelle diverse lingue, del canto “O surdato ’nnamurate”. Il ritornello lo avevamo lasciato volutamente in lingua. Era servito, e ancora serviva, quel canto ad avvicinare tante generazioni diverse, a creare rapporti di fratellanza amicale. – Al ritornello, mi piacerebbe che tutti, prendendo in mano ciascuno il proprio tovagliolo, unissimo le nostre voci nel coro e facessimo sventolare in alto i tovaglioli. Io…- e mi fermai. Inaspettato, arrivo un corale “…Tu?…” – Io suonerò! –

Tra lo stupore degli amici delle delegazioni, imbroccai la fisarmonica e introdussi il canto. Al primo “…Ohi vita, ohi vita mia…” il coro esplose, robusto e intonato, mentre lo sventolio dei tovaglioli dette la misura, visiva, del coinvolgimento di tutti. Il finale, mai dimenticato, chiuse non burocraticamente il progetto e aprì una profonda amicizia tra noi tutti.

L’abbraccio del capo delegazione ungherese, la sua gioia e il suo insperato sorriso non sono svaniti. Fu bellissimo, per me, sentire il mio nome scandito con accento magiaro: “énéa… grazzìe…!”

Ancor più bello l’abbraccio, sincero e commosso, di un uomo che era rimasto guardingo e sulle sue quasi una settimana e che, alla fine, si era offerto all’amicizia, quella vera, che va oltre una sera, oltre un incontro di delegazioni e segna per sempre delle vite partendo da una canzone. Sì, partendo da una canzone.

Nessun Commento

Inserisci un commento