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“SOSTENIBILE” LA VITIVINICOLTURA ITALIANA, MA NON LO FA SAPERE : I LIMITI DEL MARKETING

Economia e Ambiente / 67

“SOSTENIBILE” LA VITIVINICOLTURA ITALIANA, MA NON LO FA SAPERE :

I LIMITI DEL MARKETING

di Paolo Rico

«L’agricoltura, come l’industria, le scienze e le arti, non deve, non può essere stazionaria. (…) A bisogni nuovi, cose nuove»

Giuseppe Rossi, senatore del Regno d’Italia, Milano, 1902

Magari non è proprio buongusto vantarsi. Riconoscere, però, giusti meriti è opportuno. Soprattutto in commercio, quando lo scambio  – differenziale del profitto –  si giova grandemente dell’opportuno apprezzamento di beni e servizi. Insomma, alla base del marketing c’è ovviamente un sostrato persuasivo, formalmente friabile e destrutturato, quanto più credibile, però, se tanto più fondato. Principio, evidentemente ignoto al nostro vitivinicolo. Settore premiale dell’economia del Paese, non è poi tanto  – starei per dire –  presuntuoso, infatti, da mettere in piazza tutti quanti i pregi  – ad esempio, la sostenibilità – alla base delle sue legittime fortune. Soprattutto, se il successo  – così effimero e ingeneroso nel business  deriva anche dal raggiungimento di ulteriori impegnativi traguardi: tanto onerosi, che potrebbero non solo far la differenza rispetto ad una concorrenza talvolta poco dotata, vanagloriosa, presuntuosa, appunto; ma anche esaltare valore ed orgoglio di mete, a ragione agguantate, perfino in solitaria!

Succede  – nel caso, richiamato per il vitivinicolo, della solida reputazione ecologico-qualitativa –  quasi unicamente a ragione della natura tradizionale, domestica, proceduralmente scontata delle aziende, gestite da imprenditori moderni e competenti  – diversamente, non avrebbero potuto affermarsi –  ma non del tutto. Lo spiega un recentissimo ed accurato report dell’Università Cattolica. Ha chiarito che l’84% delle 70 attività indagate (statisticamente rappresentative della realtà in generale) è realmente in possesso di una certificazione ambientale o sociale e che il 53% è riconosciuto da documento V.I.V.A.-Sustainable Wine or Equalitas ovvero da dichiarazione di eccellenza ecologica, perché comprensiva delle tre dimensioni ESG (Environmental, Social, Governance) che racchiudono l’articolazione della specificità-biodiversità: risorse; best practices coltivatrici; performatività di cantina e di imbottigliamento; rispetto del territorio, del welfare attinente ai diritti dei dipendenti; organizzazione produttiva; efficienza gestionale; concorrenza ed innovazione di vendite e di mercato. Pur in presenza di un contesto tanto significativo e di prestigio nell’ambito di  qualità, habitat, sicurezza, patrimonio umano, il vitivinicolo  – intanto quello indagato dai ricercatori della “Cattolica” –  non appare in grado di centrare su queste “medaglie” il suo blasone in una stagione, particolarmente attenta a tali specificità ecosostenibili. Quel che dimostra un approccio poco integrato, una comunicazione sostanzialmente inefficace, una vetrina in penombra da parte di tutto il comparto, responsabile, in pratica, di inadeguata conoscenza del completo spessore qualitativo vitivinicolo da parte degli stessi consumatori. Difatti, poco più del 20% delle aziende al vaglio dei ricercatori consegna un Piano Strategico o redige una Tavola della Sostenibilità.

Eppure il nostro vitivinicolo ha la leadership produttiva mondiale, con 52-54milioni di ettolitri di vino l’anno sul mercato, particolarmente dell’export. Il 43% si avvale di etichette DOP; il 26% di riconoscimento IGP. 80 varietà di vitigni rendono poi la produzione la più assortita lungo la filiera di vini biologici, biodinamici, vegani e naturali. Perciò, si gonfia fino a 9,3miliardi di euro il fatturato stagionale. Tanto che il calo produttivo, legato alla crisi pandemica, è stato rapidamente recuperato, grazie anche ad un accresciuto interesse della domanda estera a favore delle bollicine italiane.

Un premio, forse, alla sostanziale caratteristica di ecosostenibilità, apprezzata dalla clientela. Risulta dall’indagine della “Cattolica” che il 67% del campione è fautore di un’ecoqualità oggettiva, basata su percorsi mirati effettivamente battuti dalla coltivazione alla produzione; dall’organizzazione interna al mercato. E’ quanto documentato, ad esempio, dalla verifica, compiuta dai ricercatori, sorpresi del fatto che addirittura il 37% del campione studiato non comunica nulla della propria fisionomia e che appena il 20% si limita ad informazioni generiche, circoscritte prevalentemente alla dichiarazione quasi burocratica di certificazioni ecosostenibili ottenute. Insomma, è davvero acerbo l’ultimo acino dell’uva italiana, pur da tempo immemore sul podio, specificamente e solo per le sue “vere” virtù proprie, naturali e manifatturiere.

Che fare? Ancora un’occasione per la formazione. E’ su questo versante che occorre insistere, infatti, per implementare la filiera innovativa del comparto. La cui leadership, sebbene datata, sempre contesa. Potrebbe esse sospinta ad un confronto sulle note di cosiddetta ”esteriorità” del settore, subendo inaspettatamente l’assalto di una concorrenza meno prestigiosa in sé, ma più allineata sugli standard attuali di tipo formalistico, richiesti da aggiornati orientamenti ecologici. Partita, che non può sacrificare il blasone storico, universalmente ammesso dalla comunità mondiale della competente nicchia produttiva. Così si potrà pure aderire all’esergo di questa nota, dedicata, appunto, al pensiero del politico illuminista meneghino di un secolo fa e passa, tanto preveggente nel consigliare di adeguarsi sempre e comunque alle novità quando è il momento. Ma quand’è il momento? facile, no?: sempre!

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