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PENSIERO O PRASSI?    

Il Dubbio /. 67

PENSIERO O PRASSI?    

di Enea Di Ianni

Quando una società si evolve è indubbio che il segnale più forte si evidenzi nei cambiamenti dell’esistente. Si comincia coi modi di dire, col modo di vestire, con il cambio di abitudini, l’apparire di nuove abitudini, che vanno a modificare le cosiddette  stagionate consuetudini, mutano i comportamenti per finire con i cambiamenti del modo di pensare. In verità si dovrebbe partire dal pensiero e farlo seguire dall’azione, ma non è una regola.

Tante volte delle “prassi”, anche non particolarmente gradite, ma in uso, finiscono per diventare “regole”, consuetudine e, poco per volta, si fanno pensiero prevalente, comune anche se non condiviso dalla totalità.

Abbiamo sperimentato tutti come delle banali battute inserite in spots pubblicitari possano finire col diventare, senza che ce ne accorgiamo, abituali e familiari nel nostro parlare comune.

Negli anni 50-60, quando musicalmente Renato Carosone andava ancora alla grande, tra gli adulti – e il campionario, ovviamente, è quello relativo al mio ambiente di vita reale! -, ogni volta che una discussione su un qualsiasi argomento si bloccava su due posizioni fermamente contrapposte, uno dei due contendenti, non volendo mettere a repentaglio l’amicizia e neppure avere partita persa, concludeva il dibattito con un suggerimento alla controparte, preso in prestito proprio da una canzone di Carosone: – Ma “pigliate ‘na pasticca. Siente a mé!?!”- A quell’invito l’altro, fan anche lui di Carosone, si lasciava andare ad un accenno di sorriso che spegneva ogni residuo di tensione.

In tanti battibecchi, tra amici e non, quando accadeva che uno dei due contendenti si spingesse un poco oltre col linguaggio, l’altro cambiava tono e, pacatamente, lo tacitava ricordandogli ”…Con quella bocca puoi dire ciò che vuoi!” E si fermava lì, senza citare il dentifricio della pubblicità che cominciava a prendere piede tra le abitudini della gente comune.

Successe ancora dopo, tante volte ancora e, a farla da padrone e da paciere, erano proprio alcuni spots di “Carosello”, lo spettacolo televisivo più seguito dagli italiani. Grandi e piccoli.

Tornando al dentifricio, non posso fare a meno di aprire un inciso che mi riguarda personalmente e che può aiutarci a cogliere meglio il senso, il rapporto tra pensiero e prassi. Una delle prime volte che assistetti al passaggio del Giro d’Italia dalle nostre parti, la novità vera, che stupì grandi e piccini, non fu tanto lo sfilare, veloce, di una lunga processione di ciclisti con maglie variopinte inumidite da secchiate d’acqua addosso, neppure i tanti strombazzamenti di clacson stravaganti, né il vociare della gente o le sirene della Polizia, ma la “Carovana” che precedeva e seguiva il Giro e che si intrufolava all’interno del paese e improvvisava vendite, offerte e omaggi vari.

La “Carovana” al seguito del Giro era costituita da automezzi strani, agghindati in modo vistoso e inneggianti a prodotti diversi, rappresentati da gigantografie sfiziose e sottofondi musicali d’effetto.

C’era di tutto: cioccolate, pentolame, biancheria, maglie ricche di immagini stampigliate sul davanti, berretti con la visiera in celluloide colorata, prodotti miracolosi per la pulizia della casa e degli oggetti di casa e tant’altro ancora. Una di questi automezzi della “Carovana” transitò lanciando al pubblico una pioggia di piccoli tubetti bianchi.  Novità per tutti e tanto timore nell’osare  aprirli per verificare il contenuto e immaginarne un possibile uso.

Spavaldi o incoscienti? Come sempre, noi piccoli, calzati sulla testa i berretti colorati con visiera in “celluloide” (forse era plastica, ma non lo sapevamo ancora…), ci appartammo in un’aia appena fuori paese e, insieme, svitammo i piccoli tappi che chiudevano i tubetti, prememmo sul morbido degli stessi e, al via del “capobanda” di turno, leccammo un poco di quella morbida crema verdastra. Un fresco sapore di menta ci invase la bocca e profumò l’alito, rinfrescandolo. Coraggiosamente incoscienti, assaporammo e deglutimmo senza esitazione; anzi bissammo.

Non avevamo dubbi: si trattava di crema alla menta, una sorta di caramella cremosa messa in un  tubetto e da poter assaporare  ovunque, soprattutto viaggiando.

Tornammo in paese fieri della scoperta. Il miracolo vero fu che i grandi, meno coraggiosi ( o incoscienti?) di noi piccoli, osarono timidamente fidarsi e assaggiarono. Convennero con noi che si trattava di caramellato cremoso, probabilmente da viaggio e dal gusto gradevole di menta. Qualche anziana più dotta ipotizzò che potesse avere anche effetto rinfrescante per le viscere. Soltanto qualche tempo dopo scoprimmo che quel caramellato intubato era “dentifricio”.

Tanti si adeguarono nel  modo di usarlo, qualcuno lo rinnegò; diversi altri non abbandonarono del tutto l’abitudine di degustarlo in certi momenti particolari, magari poco prima di un incontro  col ragazzo o con la ragazza del cuore.

L’uso del dentifricio per noi era partito come “prassi”, pratica, consuetudine, e poi si era fatto, idealmente, momento d’igiene orale.

Tanti progetti nascono da un’idea, è vero; ma è vero anche che tante idee vengono dalla pratica.

Il primo umano che provò a  costruirsi un riparo sicuro per difendersi dagli animali feroci sicuramente non aveva l’idea di casa. Avrà proceduto per tentativi ed errori; tanti tentativi e altrettanti errori. Il giorno che  provò a farlo, avrà cominciato ad ergere, tutt’intorno a sé, delle mura protettive, ponendo, l’una sull’altra, pietre su pietre.

Il buio lo avrà sorpreso ormai stanco. Non facendocela più, si sarà lasciato andare al sonno distendendosi per terra. Il giorno dopo non s’è svegliato di buon’ora; stanco com’era e circondato da muri, neppure la luce del mattino lo ha raggiunto con facilità. Una volta sveglio, però, ha cercato di mettersi in movimento per andare a cercare del cibo. E’ stato allora che, riguardando i muri che lo attorniavano, ha cominciato a rimuginare su cosa e  come fare per uscire. Si sarà arrampicato andando in su e poi, raggiunta la sommità, si sarà lasciato andare giù, con un salto di un metro e sessanta-settanta, non di più.

Calmati i morsi della fame, il pensiero sarà tornato al problema, identico e inverso: come entrare? Avrà più volte proceduto per tentativi ed errori fino a ritenere risolutiva l’apertura di una buca su una delle quattro pareti. Grandissima la soddisfazione, ma di poco durata perché, dormendo con uno squarcio sul muro, il timore di poter essere preda di qualche animale feroce lo avrà tenuto sveglio sul chi va là. Pensa e ripensa, prova e riprova, dopo tanti tentativi sarà riuscito ad escogitare il modo per rimanere custodito tra le mura di quella rudimentale casa. Che so? Magari delle pietre  più grosse da addossare all’apertura. Insomma il procedere per tentativi ed errori è stato il nostro primo metodo di crescita e scoperta.

Crescendo, l’umanità si è andata tramandando, di generazione in generazione le azioni utili (le cose da fare in certe situazioni), quelle inutili (quelle che servono a poco) e perfino quelle dannose e da evitare comunque e sempre.

Nella ripresa post-bellica successiva alla seconda guerra mondiale, senz’altro a seguito delle tante sofferenze patite, dell’enorme povertà condivisa e che avvicinò tutti, il fermento di idee si indirizzò a ricercare e garantire il  Bene”, lo “star bene” di tutti e di ciascuno, con se stessi e con gli altri; l’idea di “bene” come molla per azionare la ricerca su più versanti: etico, sociale, politico, religioso.

Cos’è il “Bene” e che vuol dire “star bene” ? Star bene con se stessi è bastevole? O, forse, occorre ricercare, trovare modalità per star bene anche con gli altri?  Con i nostri simili, col nostro habitat, con la natura, con gli amici animali? Da questi quesiti si attiva e muove una grande ricerca ideologica che fa leva sui valori. E’ la stagione che scopre la “diversità” come risorsa, la “natura” come ricchezza, la tutela sociale come regola per la  vita in comune. Sembrava, allora, che il politico non potesse e non dovesse essere uno sprovveduto, ma persona attenta e impegnata  a finalizzare il proprio agire, di  uomo e di politico, alla ricerca del bene collettivo secondo i percorsi della ideologia condivisa.

Il pensiero avrebbe dovuto governare la prassi, guidarla, e la prassi, a sua volta, sarebbe dovuta essere il banco di prova del pensiero, dell’idea, dell’ideologia tradotta in azione. Anche di ideologie concordate. Poi…

Sì, poi qualcosa è cambiato: la natura è stata sacrificata all’industria, l’industria ha inseguito il guadagno, il guadagno è sconfinato nell’illecito.

E il politico? Il politico di oggi, giocherellone nel cambio di colore e poltrone, si è fatto abile nella prassi di “indurre bisogni” che, per poter essere soddisfatti, richiedono deleghe, solo e sempre deleghe in bianco.

Questa è la “prassi”, oggi;  il “pensiero  occorre cercarlo sui social.

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