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Arrivo a Tumu

   

   Sono state tante le ore di guida; abbiamo visto dei luoghi meravigliosi e dei colori della terra, della sabbia e delle rocce che non è facile dimenticare e tanto difficile da raccontare! Non ho parole (e lo stesso mi hanno riferito gli altri) per descrivere le emozioni scatenate dal vivere in un ambiente che sembra disegnato dalla fantasia! Alcuni colori mi sono apparsi, addirittura, nuovi! Incredibile! 

   Però, adesso, l’avventura ci presenta un conto salato: la fine della resistenza fisica impedisce di gustare qualsiasi altra emozione. 

   Durante una rapida sosta, vi è un consulto fra gli equipaggi che “leggono” il GPS al buio e, pur fra tante perplessità, si decide di proseguire: la nostra guida è certo che non siamo molto lontani dal posto di confine. Decidiamo di andare avanti, ma siamo stati ad un soffio dall’ammutinamento!

   Riprendiamo decisamente la marcia, in fila indiana, vedendo “ballare” il posteriore dell’auto che ci precede in modo così vistoso che riesco a scorgerne il fondo! In questo caso non so se il buio è un vantaggio o se esaspera gli scossoni di chi ci precede.

   In ogni caso, ormai, lo scuotimento dell’auto, che traballa su un fondo che non riesco nemmeno a vedere, mi impedisce di scrivere, per prendere appunti. Annoto, a memoria, una violenta testata data contro il vetro laterale (per un brusco cambio di direzione) ed una contro il cristallo frontale (per un improvviso arresto). Su questo percorso incredibile, incrociamo tre camion, carichi all’inverosimile di merci e con persone “appese” ai lati, che la fredda luce dei fari ci fa individuare a mala pena. Sembrano le “carrette del mare” che vengono in Italia da oltre Adriatico, trasportando profughi slavi.

   La stanchezza del viaggio, l’irreale scenario cha appare solo dove si posano i fari delle auto ed il “pesante” buio rendono credibile il paragone dei camion con le navi. Mi sembra quasi di sentire il rumore delle onde! Ci fermiamo e stabiliamo di continuare fino al posto di confine che dovrebbe essere, ormai, a non più d 20 km.

   Ci rimettiamo in marcia e dopo 500 metri notiamo una debole luce puntiforme: quasi il lumino di prua di un’altra “carretta del mare”. Ci dirigiamo verso quel piccolo segnale e scopriamo di essere al posto di confine. Non ci eravamo accorti assolutamente di essere arrivati. La luce che avevamo notato era quella messa sull’alto del camion che era stata lasciato in panne dai nostri due ospiti, che trasportiamo da quando siamo partiti.

   Quando le cinquanta persone si accorgono che riportiamo i loro autisti ed il pezzo di ricambio del camion rimasto in panne, alzano urla di gioia ed accolgono il nostro arrivo con pacche sulle spalle! 

Testimonio questo incontro punteggiandolo con lampi del mio flash e cercando di stringere delle mani di gente che sappiamo essere davanti a noi, ma che il buio incredibile della notte africana ci impedisce di vedere, per cui mi è successo di dare la mano al … mio compagno di auto, che mi ha prontamente detto: “ … Ma ti sei rincoglionito …”, e sbuffando si è allontanato! Un caratteraccio!   

   Due fari si sono accesi in lontananza e, puntando con decisione verso di noi, capisco che è un’auto, dal rumore del motore. E’ il soldato del posto di frontiera di Tumu. E’ arrivato di gran carriera per urlarci che è proibito fotografare! Arguisco (perché attorno non vedo niente per l’incredibile buio) di trovarmi in zona di segreti militari, ai limiti di imponenti “siepi di fili di ferro spinato”, davanti a “cavalli di Frisia” messi a protezione di caserme piene di soldati in assetto di guerra. Il soldato (di cui sento la voce e vedo solo il bianco dei suoi denti, per il fatto che siamo al buio pesto e lui ha la pelle scura) ci invita a non accamparci dove siamo adesso, a non fare più foto, a preparare i passaporti, le carte di circolazione, i riscontri assicurativi libici e di tutti gli altri documenti (di cui non ne capisco la necessità), ma che bisogna avere!

   Tutto questo … subito, sostenuto da altissime urla e dovendo riempire i moduli che portava con sé, con le richieste scritte in arabo, alla luce dei fari e con le mani che ancora tremano per lo sforzo fatto durante il terribile viaggio o di stringere i volanti o di mantenersi aggrappati ai sostegni interni, per non finire sbattuti contro le portiere.

   Il nostro capo spedizione si mette a fianco del soldato urlante, lo prende sotto braccio (lo capisco dal fatto che si allontanano un po’ da noi e con la stessa andatura) e gli propina, presumo, uno di quei discorsi che hanno convinto tutta l’Africa, di cui non riesco a riportarvi né il senso, né una sola parola, perché quando il nostro capo spedizione parla agli indigeni lo fa sempre in maniera molto confidenziale. Deve essere una tecnica di alta diplomazia! Conclusione: possiamo fare il campo proprio dove siamo; non solo, ma possiamo sceglierci anche la dislocazione delle tende! Addirittura, il soldato ci indica, correndo davanti ai fari delle nostra auto, quello che, secondo lui, è La zona più riparata!

   Il nostro capo spedizione deve avere parenti anche da queste parti, perché quando parla in quel modo, ogni soldato (riconoscendone, probabilmente, l’alto lignaggio) quasi si sbatte per terra, per la gioia di vederlo, con saluti che sfiorano la devozione e concedendo tutto quello che era stato chiesto! La potenza persuasiva di quel discorso è una chiave che apre ogni cuore! 

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