AMERICANI O ITALIANI?

Il Dubbio /. 66

AMERICANI O ITALIANI?

di Enea Di Ianni

Il 4 luglio del 1776, nello Stato di Pennsylvania, a Filadelfia, tredici Colonie britanniche della costa atlantica, riunitesi in apposita Convenzione, dichiaravano la propria indipendenza dall’Impero Britannico.

Lo fecero esponendo le motivazioni che erano alla base di quella decisione: la necessità di “mutare” quello che era stato, fino a quel momento, “il loro ordinamento di governo”.

Tanti, troppi i torti subiti dall’allora Re di Gran Bretagna; torti e usurpazioni mirati a fondare una vera e propria tirannia su quelle Colonie. Segue, nel documento, una lista di 18 punti che riportano, nel dettaglio, quei torti, quelle angherie, quei soprusi patiti malgrado il loro comportamento corretto,

A ogni momento mentre durava questa apprensione noi abbiamo chiesto, nei termini più umili, che fossero riparati i torti fattici; alle nostre ripetute petizioni non si è risposto se non con rinnovate ingiustizie. Un principe, il cui carattere si distingue così per tutte quelle azioni con cui si può definire un tiranno, non è adatto a governare un popolo libero….”

Avevano tentato, quelle Colonie, sempre rispettose dei fratelli britannici, di trovare ascolto nel Parlamento, facendo leva sul buon senso dei parlamentari:

“… Abbiamo fatto appello al loro innato senso di giustizia e alla loro magnanimità, e li abbiamo scongiurati per i legami dei nostri comuni parenti di sconfessare queste usurpazioni che inevitabilmente avrebbero interrotto i nostri legami e i nostri rapporti…”

Nessun ascolto, nessun sostegno, nessun segnale di vicinanza:

“…Anch’essi sono stati sordi alla voce della giustizia, alla voce del sangue comune. Noi dobbiamo, perciò, rassegnarci alla necessità che denuncia la nostra separazione, e dobbiamo considerarli, come consideriamo gli altri uomini, nemici in guerra, amici in pace.”

Mi ha colpito questa riflessione per la verità che contiene, mista all’ amarezza per una speranza disillusa: quella che faceva conto  su “comuni parenti “ e sull’ ”innato senso di giustizia”. 

Bella la chiusa: gli uomini, “gli altri uomini”, gli altri da noi, vanno considerati “nemici in guerra, amici in pace”. Cioè il nostro giudizio dipende da loro, da come si propongono e comportano, a seconda delle intenzioni che manifestano nei nostri confronti. Nel dialetto abruzzese del mio paese, ma credo anche in quello di tanti altri luoghi, c’è un detto che esprime un identico  concetto perché frutto dello stesso, comune, buonsenso: “A chi me battézza, le chiame a cumpàre” (Chiamerò compare o comare colui o colei che mi battezzerà). 

Chi sono, oggi, gli Americani?

L’americano è colui che, essendosi lasciato alle spalle vecchie idee e costumi, ne ha ricevuto di nuovi dal nuovo stile di vita che ha abbracciato.”  In pratica oggi, negli Stati Uniti, “gli individui di tutte le nazioni si fondono in una nuova razza di uomini, le cui fatiche e la cui posterità, un giorno, porteranno grandi cambiamenti nel mondo…” 

Noi, me compreso, l’ ”americanità” l’abbiamo vissuta indirettamente, ma molto da vicino perché cresciuti quando l’emigrazione dei nostri familiari ed amici ci fece conoscere com’era fatto il “dollaro”. La prima cosa che ci colpì fu quella di constatare che la banconota del dollaro rimaneva sempre identica a se stessa, fedele nei secoli, con quel suo colore tra il verde e il grigioverde. 

Ci colpiva quella identità duratura nel tempo perché le nostre, di monete, cambiavano spesso nel colore, nella foggia e nelle immagini. 

Cambiare serve a distogliere i falsari”, diceva qualcuno; tra me e me continuavo a non capire la ragione di quei cambiamenti che creavano disagio a tanti, soprattutto a commercianti che, in età avanzata, dovevano riadeguarsi alla novità. L’americanità  più pregnante l’abbiamo vissuta attraverso le storie che tanti emigranti, nel loro tornare in paese, soprattutto d’estate e in coincidenza con le feste patronali, ci tenevano incantati per ore ad ascoltare. 

Iniziavano col precisare che… 

In America, se non lavori, non mangi”! – 

Vedendoci perplessi, tiravano fuori la sorpresa: 

Sì, ma in America non lavora soltanto chi non vuole  lavorare, perché di job ce n’è tanto e per tutti! 

Quel chiarimento rasserenava i volti soprattutto dei più giovani che, in segreto, andavano nutrendo speranze di emigrazione. In America c’era lavoro per chi aveva volontà di lavorare e, a fine settimana, il venerdì sera, il Boss pagava puntualmente tutti. 

Il venerdì? Ma come, la settimana  finisce il venerdì? E il sabato? – 

In America sabato e domenica erano weeckend, giorni sacri da riservare alla famiglia e a se stessi. Dopo il silenzio che tale notizia generava soprattutto tra manovali e muratori presenti, qualcuno chiedeva se, nel cantiere, i compagni di lavoro fossero italiani anch’essi. “

Ci siamo di tutte le razze e di tutti i paesi… italiani, spagnoli, messicani, polacchi… Come comunichiamo tra noi? Parliamo in inglese…  Sì, anch’io ho dovuto imparare l’inglese, la lingua ufficiale. Ma non è stato un peso, anzi! Organizzano dei corsi serali apposta per noi lavoratori, corsi con tanto di esami finali! –

Dopo quella conversazione in paese c’era materiale sufficiente per tener vive le serate in piazza. Per quanti anni abbiamo pensato al mito americano, al sogno di quel popolo fatto da Stati che, pur con sfumature diverse, si ritrovano lealmente insieme soprattutto quando in pericolo è proprio quella unità fortemente voluta nel 1776 e vergata, senza esitazione, a Filadelfia? 

Sono diversi, tra loro, gli americani e le americane, com’è giusto che sia, ma hanno saputo, e sanno, tenere insieme una “miscela di religiosità e di democrazia” che costituisce il loro carattere nazionale. Sono capaci di passare, votando, da un Presidente democratico ad uno Repubblicano e viceversa, perché credono nel diritto civile del voto e nella libertà di scelta. Se sbagliano, hanno il coraggio di correggersi, di cambiare direzione rimanendo fedeli a se stessi. 

Alla fine sono riusciti ad innamorare anche i nostri emigrati che, fedeli all’Italia ma sensibili al fascino dell’americanità, si sono lasciati andare a carezzare amorevolmente, Lucy, John, Bob e Mary, i nipotini della nuova generazione. Sono fieri di loro, fieri e italianamente orgogliosi tant’è che quando, d’estate, tornano e li presentano alla gente del paese, accelerano sul nome in inglese soffermandosi invece, calmi, a chiarire che trattasi di Lucia, Giovanni, Roberto e Maria. Più di qualcuno, però, in paese se lo chiede: insomma questi nipotini sono  solo degli americani italiani o degli italiani americani?

                        La dichiarazione fu scritta dalla “Commissione dei cinque” composta da Thomas Jefferson, 

                    John Adams, Benjamin Franklin, Robert R. Livingstone e Roger Sherman.

         Anna Maria Cossiga, “Alla ricerca di un equilibrio”

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