Abruzzesità poetica  / 65

LA VITE

  di Rino Panza

Abbiamo fatto già la conoscenza di Rino PANZA, poeta abruzzese nativo di Introdacqua (AQ), uomo di scuola grande per cultura, sensibilità, lealtà e tanta, tanta semplicità di vita. Il suo poetare riflette  una musicalità particolare, nata ascoltando e frequentando luoghi  e personaggi del mondo bandistico di Introdacqua. I suoi versi si fanno senza fatica immagini vive, capaci di accendere delicate emozioni che sanno di desiderio, timidezza e di tanta nostalgia velata.

Ad apertura della raccolta “La scale”, a cura del Centro Studi Abruzzesi, edita il 7 luglio del 1973, quasi cinquant’anni fa, Rino Panza scrive:

La scala chiama alla mente, d’istinto, pensieri di ascesa, mentre quella della vita è – ahinoi – in discesa: Almeno fisiologicamente. La “scala” di questa raccolta, ad ogni modo, consente di fare il bilancio di un cammino scandito, anche con frequenza non omogenea, sulle date dei lavori in dialetto qui raccolti. Ogni lavoro (e quanti ne son dovuti restare fuori), un gradino; ogni data un pezzo di esistenza. Anche la disposizione in stretto ordine cronologico vuole essere un contributo sui modi di tale svolgimento, nelle sue evoluzioni o involuzioni che siano. Unica certezza: la sincerità delle intenzioni.”

Il componimento “La vita” è del 1955, precisamente del 25 ottobre.

LA VITE                    

di Rino Panza

E’ finite la messe. A une a une

la gente va a la case: ecche  la squadre

de giuvinétte allegre;

se férmene nu puoche a ogni puntòne

pe’ salutà l’amica che remane.

Voce squillante, risatélle piene

come nu suone chiare de campane;

la stradicciòle pare ch’è rinàte

all’improvvise. E quande s’alluntàne

chella freschezze, reste nu silenzie

che treme ancore de na resatèlle…

Passe na vecchiarèlle,

l’ùtema ch’è rimàste nella chiese,

e lu bastone pare che ripete

ancore pe’ la vie

la cantiléne dell’avemmarìe…

LA VITA.    

La messa è finita. Una alla volta

la gente torna a casa. Ecco la squadra

delle allegre giovinette;

si fermano un poco ad ogni angolo

per salutare l’amica che ha raggiunto casa.

Voci squillanti, risatelle piene

come  un suono squillante di campane;

la stradina pare tornata a nascere

all’improvviso. E quando si allontana

quella freschezza, resta un silenzio

che vibra ancora di un sorriso.

Passa una vecchiarella,

l’ultima rimasta in chiesa,

e il bastone sembra ripetere

ancora (picchiettando) sulla strada

la cantilena dell’Ave Maria.

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