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SPOCCHIA O PRESUNZIONE?

Il Dubbio / 65

SPOCCHIA O PRESUNZIONE?

di Enea Di Ianni

Vai con chi è meglio di te e fagli le spese!” Me l’ero quasi dimenticato questo detto, credo comune a tanti luoghi della nostra Italia e che serviva, per lo più, a chetarci ogni volta che si riceveva una fregatura, una brutta azione da una persona che ritenevamo assolutamente fidata, leale, incapace di un certo tipo di gesti o trattamenti.

L’età dell’innocenza è sì quella delle scoperte, ma è anche quella delle sorprese, belle e brutte, che poi, alla fine, sono quelle che ci maturano davvero e ci aiutano a crescere sul serio.

Sono evitabili le fregature? Non credo; devi riceverle per esserne consapevole, per conoscerle e, dopo, provare ad evitarle. Ammesso che ci riesci.

Il detto dei nostri genitori serviva per lo più da corollario alle premure con le quali avevano cercato di tenerci alla larga da certe compagnie per loro poco rassicuranti e per noi, invece, assolutamente importanti fino a quando non toccavamo con mano la beffa.

Quando accadeva, provati da una disfatta non preventivata, ci veniva spontaneo interrogarci e interrogare su quel “Vai con chi è meglio di te…”, soprattutto sul senso di “meglio di te”. C’erano davvero nel nostro contesto? Come si faceva a riconoscerli?

Molte volte il “meglio di te” lo si identificava con l’appartenenza sociale ad un ceto superiore al nostro. Si trattava di mirare e tendere un po’ più in alto del nostro orizzonte, di cercare nelle fasce di cultura ed economia superiori alla nostra.  Ecco, la chiamavano “aspirazione”, tendere a qualcosa di più da quel che si era, da quel che si aveva e da quello che si poteva. Aspirazione voleva dire non accontentarsi di ciò che si era.

“Vai con chi è meglio di te….” Sapeste quante volte mi è risuonato nelle orecchie e quante volte mi è parso di averlo trovato e, poi, senza preavviso, si è palesato  non essere il meglio, anzi addirittura essere la personificazione del “peggio”! Di sicuro si è potuto sperimentare che non può essere l’ “avere” a determinare il meglio o, almeno, non sempre. Neppure il “robusto”, il forzuto può essere il meglio solo perché impersona la possanza fisica, la stessa che pur possedeva il gigante Golìa che, però, dovette soccombere al meno robusto Davide. Neppure il lecchino, il servizievole, quello , pian piano, a convincerci di essere davvero “speciali”.

E’ difficile dare un volto, un identikit al meglio. Il meglio dovrebbe essere quello che ha per noi solo elogi ed ammirazione, accondiscendenza e che ci porta, pian piano, a convincerci di essere davvero speciali.

Il “meglio di…” dovrebbe essere quello che ci dà torto quando non abbiamo ragione, che ci dà coraggio quando abbiamo paura, ci convince a pazientare quanto ci domina l’irruenza, a saper aspettare quando vorremmo essere interventisti, a saper tacere quando ci sentiamo retori e vogliosi di dire tutto e di più.

Qualcuno sostiene che bisognerebbe viverla due volte la vita: la prima volta per subirla, da sprovveduti, la seconda per poter far tesoro della precedente esperienza ed evitare il negativo.

Sembrava facile dirlo – e lo facevamo in tanti! – ma la vita non è un film che si snoda sempre allo stesso modo col succedersi delle stesse sequenze. La vita, ogni vita, ha la caratteristica primaria dell’ “unicità” e della “irripetibilità”: nulla si bissa, niente si ripete. Certo poterla vivere, la  vita, una seconda volta  conservando piena coscienza del vissuto della prima, potrebbe permettere a tanti personaggi, anche in vista, di correggere il proprio comportamento evitando di fare, della spocchia, una risorsa.

Lo scorso 10 giugno, durante un comizio elettorale in vista delle elezioni comunali a Mira, in Veneto, è andato in scena uno strano botta e risposta tra un politico, il Ministro della Pubblica Amministrazione, On.le Renato Brunetta, e un operaio. L’operaio esprime qualche lamentela circa le pretese dei datori di lavoro e l’on.le Brunetta, dal palco, gli si rivolge direttamente  domandandogli : “Ah sei dipendente? E cosa chiede il tuo datore di lavoro?”

L’operaio risponde di chiederlo direttamente al datore di lavoro. Il politico, dal palco, incalza: “Perché non ti metti in proprio?” e resta in attesa di una risposta. L’operaio è esitante, poi si decide e alla richiesta di poter parlare, è cambiata la disponibilità del Ministro ad ascoltare: “No, non ti lascio parlare perché il microfono ce l’ho io, quindi comando io. Viva la democrazia. Continua a fare il tappezziere, dipendente”. Poi, sempre dal Ministro, la chiusa del discorso:

Vedete il mondo è bello anche per questo perché io, figlio di venditore ambulante, mio padre mi diceva sempre ‘mai sotto padrone’. E io questa cosa l’ho continuata nella mia vita, ho avuto solo un datore di lavoro, lo Stato”   (da F. Q., 17.06.2022)

Ho riletto più volte l’episodio riguardante lo “scivolone”, sgradevole, del nostro Ministro Brunetta nel tentativo di poter trovare una parvenza di giustificazione… “Non ti lascio parlare perché il microfono ce l’ho io…” Qualcun altro, in una lontana notte di Natale, mentre gli veniva posta sul capo la Corona regale ricordo abbia detto “Dio me l’ha data e guai a chi me la toglie!” Ma una Corona è pur sempre una corona e chi la poneva in testa era pur sempre un Papa! Un microfono, per quanto potente e pregiato possa essere, fa parte di un server ed è lo stesso che passa di mano in mano fino a scordare in quanti sono a prenderlo. Ma il Ministro, negando l’uso del microfono, in pratica ha tacitato una voce, ha tolto la parola ad un uomo, magari dissidente, ma pur sempre un cittadino con diritto di parola e di voto.

La fortuna è che la vita non è mai a senso unico e rifugge dal doppio senso; la vita si apre a tanti differenti percorsi. Qualche giorno dopo vengo rincuorato da una bella ricorrenza: il 25 giugno del 1678 abbiamo avuto, in Italia, la prima donna laureata nel mondo: Elena Lucrezia Corner Psicopia, nell’Università di Padova, si laurea dottore in Filosofia. Nata a Venezia il 5 giugno del 1546, a 19 anni prende i voti come “oblata benedettina” (secolare, un cristiano, uomo o donna, sposato o no, che là dove si trova, vive con intensità gli impegni della vita cristiana, cioè del suo Battesimo, lasciandosi condurre dal Vangelo).

 Quando avvia i corsi universitari per potersi laureare in Filosofia, ha l’opposizione del Cardinale Gregorio Barbarigo perché, a suo giudizio, sarebbe stato uno sproposito che una donna diventasse “dottore”. A suo dire, ci saremmo ridicolizzati in tutto il mondo! Così non è stato. Non ci siamo ridicolizzati per aver consentito ad una donna di diventare “Dottore in Filosofia”, anzi avremmo, forse senza volerlo, aperto un percorso di parità anche nell’accesso alla formazione universitaria e al  dottorato e saremmo stati apprezzati in tutto il mondo.

A soli 38 anni, appena 6 anni dopo il conseguimento del dottorato, Elena Lucrezia Corner Psicopia conclude, a Padova, la propria esistenza terrena. Mi domando se questa donna, forte nell’impegno di cristianità solidale e innamorata della cultura e dello studio, potendo disporre di un microfono, avesse consentito l’uso ad un elettore-lavoratore per chiarire il per chiarire la sua posizione di “dipendente”.  Sicuramente sì, perché la Filosofia da sempre, ha la sua forza nell’ascolto e si fonda sull’umiltà del pensatore che “sa di non sapere”; la Politica, quella più recente, ha la sua forza nelle parole  e si fonda sulla presunzione di sapere sempre cosa, come e quando fare.

La prima sa e si nutre di umiltà, la seconda  sa e si nutre di presunzione.

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