HomeLa RivistaEducazione e AmbienteCLIMATE CHANGE:RISVEGLIO VERDE DELL’ISLAM GRAZIE A UNA “ECOTEOLOGIA” DELLA SOSTENIBILITA’

CLIMATE CHANGE:RISVEGLIO VERDE DELL’ISLAM GRAZIE A UNA “ECOTEOLOGIA” DELLA SOSTENIBILITA’

 di Paolo Rico 

Dio non sta con gli assassini

Muhammad Ali

Passerà, prevedibilmente, per la religione la svolta ambientalista musulmana.  Best practices in proposito  – certamente, non numerosissime né visibilmente incisive –  sono salutate ovunque nei paesi arabi con grande interesse da parte soprattutto di osservatori  – particolarmente, occidentali –  della geopolitica.

Tali processi virtuosi di peacebuilding, circoscritti alle tematiche della conservazione dell’habitat, sono ricondotti addirittura  – magari, con enfatica connotazione simbolica –  alle considerazioni di un saggio (invero, una tesi di dottorato) della sudafricana Najma Mohamed, a capo di una coorte di oltre 500 movimenti verdi del Continente nero. Della studiosa il titolo-slogan della sua ricerca: «Ecoteologia della liberazione», con esplicito rimando a quella quasi omonima spinta rivoluzionaria, che dall’America meridionale ha innervato consistentemente le trasformazioni del cattolicesimo romano, attaccando radicalmente una consolidata tradizione dottrinaria e catechetica petrina, financo missionaria, se si pensa alla severa condanna, pronunciata, ad esempio, contro taluni estremismi colonialisti.

Senza sicumera indagatrice e con la naturalezza del cronista, la citata operazione si fonda sugli arcinoti presupposti della religione islamica. Segnatamente, sul principio coranico del mizān come riconoscimento da parte di Allah di un mirabile equilibrio tra tutte le creature dell’ecosistema. Armonia, valorizzata dal mondo musulmano e soprattutto contrapposta al turbinio della stagione positivista occidentale, giudicata, infatti, dall’Islam la principale causa dello sconvolgimento di costumi sociali e della natura edenica, prodottosi nell’Occidente modernista ed ateo. Proprio come apprezzato specificamente in tutti i passaggi diacronici, che segnano le tappe fondamentali delle più aggiornate sensibilità green  del mondo musulmano.

Realtà, che, secondo le ricostruzioni più accreditate, prende forma sostanziale e decisiva all’incirca 40 anni fa. Nel 1983 l’iracheno Mouel Yousef Samarrai Izzidien lanciò una sorta di manifesto-verde, che diede impulso alla Islamic Declaration on Global Climate Change, lanciata nel 2015 ad Istanbul. Proprio questo documento, in forma di collazione di disparate fonti coraniche, trova il bandolo di un fil rouge teoretico-religioso  – di esclusiva matrice musulmana –  per insistere sulle ben note priorità ambientali e dar referenza ideologica all’urgente istituzione di aree protette. Un po’ quello, che ha spinto, ad esempio, il consiglio indonesiano degli ulema  – considerata un supremo think tank di superdotti giureconsulti islamici –  a lanciare nel 2014 una fatwā a difesa di specie in estinzione, come letteralmente si indica: «tigri; rinoceronti; elefanti; orango e altri tipi di mammiferi, uccelli e rettili, prossimi a scomparire per colpa di errati comportamenti umani». E valutando l’uomo  – creatura di Allah come tutto il creato –  suo vicario in terra, all’uomo stesso, perciò, è assegnato mandato di difendere l’ecosistema tutto. Questo «affinché non si patisca alcun danno», ammonisce la fatwā indonesiana, principiando di fatto una vera e propria ecoteologia islamica.

Natura, per tornare a bomba, della citata opera di Najma Mohamed, considerata  – si insiste –  la “carta” del cosiddetto “ecologismo-del-califfo-verde” (cfr. l’ultimo numero di Oasis). In realtà, sulla scorta di tali valutazioni si sono esercitate le politiche ambientali di taluni paesi a maggioranza islamica. E’ il caso di Masdar City, ritagliata su Abu Dhabi come esperimento altamente innovativo di città ecosostenibile, modello di futuribile socialità urbana in un’area mediorientale e sul Golfo , a sua volta icona della stessa civiltà islamica tutta. Se non fosse che questo modello di smart city  – anzi, di più: di eccellenza urbanistica di là da venire –  si scontra con la dura realtà di un territorio ipersfruttato per le estrazioni di oro-nero e il ricorso esagerato ed esclusivo a combustili fossili; eppoi, sicuramente un piano  – perfino, sotto il riguardo urbanistico –  quanto avveniristico tanto poco sostenibile.

Ciò non deve, però, portare a sottovalutare interventi, intanto educativi, di attenzione alla priorità dell’ambiente, condotti in alcuni stati arabi. Iniziative, ancorate al dibattito sul cambiamento climatico ovvero su quell’aspetto maggiormente sviscerato nell’azione della ricordata ecoteologia musulmana della liberazione, ascritta alla dr.ssa Najda Mohamed. Si richiama paradigmaticamente l’apertura ambientalista del corso di religione nelle scuole inferiori e superiori della Giordania. Gli alunni sono guidati perché riflettano costruttivamente sul rapporto con gli animali; l’instabile equilibrio dell’approvvigionamento idrico; i vantaggi personali e collettivi dell’igiene urbana; in generale, la pretesa catechistico-islamica del rispetto per l’ecositema e l’insistenza  – sempre teologicamente giustificata –  della responsabilità, che Allah ha riconosciuto all’uomo come custode del creato. Insomma, questi orientamenti pedagogici preludono significativamente ad una strutturata etica musulmana della protezione dell’habitat al di là di ogni altro concorso teorico-disciplinare di valutazioni perfino scientificamente motivate.

Del pari, in Indonesia, la patria di Najma Mohamed, è insegnamento di speciale riguardo formativo la conoscenza pratica e teorica di metodi organici di coltivazione, rispettosi  – quant’altri mai –  della valenza bioagraria e fitogreen, anche a noi particolarmente cara. Talché l’ecoteologia della liberazione incide, da ultimo, perfino nel triangolo israelo-giordano-palestinese  – cioè, in un posto quanto di più “caldo” deve considerarsi un fronte di scontro arabo-israeliano –  per provare a riconciliare sunniti e sciiti. Obiettivo, perseguito facendo leva su comuni interessi di preservazione dell’ecosistema circostante (particolarmente, su condivise paure per il cambiamento climatico) secondo le migliori attese di peacebuilding, nell’ottica perfino di convergenti convincimenti religiosi, pur tra comunità dottrinariamente distinte e distanti.

 

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