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SCHELETRI DI CAMMELLI: PIETRE MILIARI DELLE VIE DEL DESERTO

Benessere / 64

Scheletri di cammelli: pietre miliari delle vie del deserto

  di Giuseppe Mazzocco

   Sveglia di buon’ora; veloce colazione, quasi con l’ansia di partire; controllo delle auto e raccomandazione della nostra guida: è finito il “plateau” ed incomincia un terreno roccioso e molto pericoloso per le gomme.

   Si procede in fila indiana. In lontananza un profilo di montagna. 

   

   Facciamo una piccola sosta: cantucci e nutella: uno sballo!

   Ci rimettiamo in viaggio; la pista è un tormento, un rapido susseguirsi di terreni rocciosi, sabbiosi e di terra rossa. Procediamo molto lentamente, facendo molta attenzione e con dei rapidi cambi di direzione, per evitare appuntiti spuntoni di roccia o pericolose buche di sabbia.

   La guida, dimostrando confidenza col terreno desertico, sceglie le strade migliori sulle quali noi tutti, in fila indiana, ci dobbiamo incanalare, senza perdere il punto cardinale verso il quale dobbiamo dirigerci. Consulta spesso la bussola, perché i cambi di direzione, obbligati dal viaggiare sul terreno accidentato per evitare insidie, potrebbero portare fuori rotta. La guida dimostra tutta la sua abilità e competenza, riuscendo a non perdere il giusto punto, su un terreno che non lascia segni di niente. 

   Un’andatura “torcibudella”, alla velocità media di 10 km/h, con uno zigzagare che sconquassa la schiena. Attraversiamo una bruna pietraia con affilati e lunghi spuntoni di roccia che, se fossero stati presi dalle gomme, avrebbero provocato danni veramente grossi. Il modo di guidare si fa molto attento. A tratti, la pietraia scopre dei “fiumi” di bianca sabbia: è uno spettacolo bellissimo. Sembra di viaggiare sul dorso di una gigantesca zebra, con l’alternanza di strie bianche e scure. Il passaggio sulla sabbia bianca alza nuvole di polvere che rendono ancora più difficoltoso l’andare avanti.

   Incontriamo i primi scheletri di cammelli (eravamo a conoscenza di questi “reperti”, ma non avevamo considerato l’emozione dell’osservarli dal vivo). Ricominciano a vedersi le lame di pietra nera, quasi lunghi coltelli che la natura mette per difendersi dai passaggi profani: forse la traccia della ruota non dovrebbe sovrapporsi all’impronta del cammello, in un luogo in cui l’aria e la sabbia hanno chiesto un lugubre pedaggio, disossando carcasse animali.

   La pista continua ad essere bruttissima, con continui e vari ostacoli: sabbia molle, alti sassi, aguzze lame di pietra nera. Non vi sono tracce da seguire, ma solo le intermittenti indicazioni del GPS, che la guida non perde d’occhio un solo secondo e che, perdendo il campo, crea ritardi e cautela.

   Improvvisamente finisce la pietraia ed incomincia un terreno di sabbia sottile, ricoperta da sassolini grigi. L’andatura si fa più veloce, ma le vibrazioni che impone il terreno arrivano fino al cervello. Viaggio con la bocca aperta per non sentire i denti che sbattono! Penso alla cefalea del medico: viaggiare su questa strada è un trattamento di sicuro effetto.

   Superiamo dei grandi dossi e ricominciamo a procedere a zig-zag, mentre si alternano terreni rocciosi a quelli sabbiosi. Incontriamo, ancora, bianche carcasse di cammelli. Riappare una pietraia nera, con una traccia di sabbia bianca molto ben visibile, incredibilmente tortuosa, che rallenta l’andatura, ma procura soddisfazione per chi guida: sembra di correre su una pista da cross!

   Si sono appannati i vetri: la temperatura esterna deve essere scesa di molto. Si scopre una pietraia incredibilmente bianca, con sassi molto sottili e con polvere come talco: si alza in pesanti nuvoloni e resta in sospensione aerea, quasi come un immobile tendaggio. All’improvviso appare una profonda vallata, che imbocchiamo attraverso uno stretto spazio, lastricato di pietre piatte. Passata la gola, il fondo, improvvisamente, torna ad essere di sabbia sottile che lascia le tracce delle nostre gomme con solchi profondi. Attraversiamo la vallata e, alla fine, ci addentriamo in un altro stretto passaggio. Avanziamo a fatica, toccando il fondo delle auto sulla cedevole sabbia, fra le due carreggiate. 

   Ci fermiamo per una piccola sosta.

   Chissà perché, quando ti fermi per un piccolo riposo, dopo un lungo periodo passato seduto in auto, la prima cosa che fai è … sederti!

   Facciamo quattro passi, affondando i piedi su una sabbia sottilissima, bianca e molto cedevole; adesso capiamo perché abbiamo dovuto inserire marce basse, di potenza, e ridurre di tanto la velocità! Il terreno appare, così composto, a vista d’occhio, ci guardiamo attorno: stiamo “respirando” una natura incontaminata che noi, in punta di piedi, cerchiamo di attraversare, senza mortificarla nemmeno con inutili calpestii! 

   Risaliamo in macchina e ripartiamo. 

   

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