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TAPPAR LA BOCCA FA BENE O E’ PECCATO?

Il Dubbio / 64

TAPPAR LA BOCCA FA BENE O E’ PECCATO?

di Enea Di Ianni

C’ è stata una stagione in cui “incutere silenzio” non era un obbrobrio, ma una regola e chi l’ha vissuta non la ricorda certo con piacere. Poi… poi le cose son cambiate, ci siamo aperti alla parola, allo scambio verbale ed è stato un fiorire di oratori davvero eccellenti. La Chiesa  non è stata da meno della società laica tant’è che una vera e propria riserva di “oratori” eccellenti, subito dopo la seconda guerra mondiale, fu attivata proprio dalla Chiesa per portare il messaggio evangelico ovunque. Fu allora, negli anni 50-60, che anche i piccoli centri, i paesi meno esposti alle comunicazioni, quelli dell’entroterra, ebbero i primi approcci con i “predicatori” di mestiere. Da noi venivano in occasione delle celebrazioni della settimana santa e nei giorni delle festività religiose importanti, come la festa del santo Patrono. Durante il “precetto pasquale” l’aria solenne si respirava in ogni angolo del paese e nella chiesa parrocchiale aveva il suo momento di massimo spessore e splendore.

Momenti per sole donne, altri per soli uomini, altri ancora per giovanotti separatamente da quelli per giovanette, altri per l’infanzia e alcuni per tutti. Proprio nei momenti aperti a tutti, per lo più durante le funzioni serali, la chiesa era gremita in ogni ordine di posti, anzi c’era anche chi, per maggior sicurezza, si portava la sedia da casa. Si recitava pazientemente il rosario per non perdere il posto e, soprattutto, per poter ascoltare comodamente il “padre predicatore” che arrivava subito dopo il canto del “Salve Regina”, intonato “coram populo. Usciva dalla sagrestia indossando cotta e stola, tra le mani stringeva un breviario; si genufletteva davanti al tabernacolo e, tutto  concentrato, raggiungeva, senza fretta, il pulpito. Vi saliva su, baciava il Crocifisso collocato a lato e iniziava con un solenne “Sia lodato Gesù Cristo!” sopraffatto, subito, dalla coralità della risposta: “Sempre sia lodato!” 

Era un “Sempre sia lodato” liberatorio perché apriva, finalmente, all’ascolto dell’attesa predica. La voce dell’oratore era chiara, nitida, modulata ad arte e il  linguaggio comprensibilissimo. Dall’alto mostrava attenzione per tutti e, man  mano che procedeva, il silenzio si infittiva;  di tanto in tanto si avvertiva qualche respiro pronunciato che sapeva di commozione e condivisione crescenti.

Tante cose noi bambini non le capivamo, ma il predicatore era bravo perché all’interno del suo discorrere c’era, ogni sera, una storiella come esempio. 

La chiusa, sempre la stessa, non mi piaceva: ci sollecitata a pregare e operare bene perché dovevamo non dimenticare mai che “la morte è certa e che solo l’ora e il momento sono incerti! 

La poesia di tutta una serata di ascolto per me finiva con quella spada di Damocle sulla testa, quel dovermi ricordare di dover morire e che la cosa poteva accadere quando meno me l’aspettassi! In sagrestia l’oratore faceva dono di qualche confetto a noi bambini, confetti che, seppur dolci, non  toglievano l’amaro di quel finale di predica.

Al di fuori della Chiesa in quegli anni, in occasione delle competizioni elettorali, facemmo la conoscenza di altri oratori, abili affabulatori preceduti e annunciati da musiche e inni di partito a mezzo diffusori e altoparlanti collocati su furgoncini o automobili proprie. Arrivati in piazza, si collocavano sulla gradinata, rialzata, della fontana, piazzavano cartelloni e simboli dipartito  e anch’essi, con bravura oratoria e semplicità di linguaggio, attraevano l’attenzione di tanti, noi bimbi compresi, e, alla fine, con la garanzia di un futuro diverso e migliore del presente, chiudevano ricordandoci che “avremmo dovuto votare e far votare” un certo partito e un certo candidato. A differenza del “padre-predicatore” in chiesa, l’oratore di partito indicava con precisione “quando” bisognava votare e “come” votare. Arrivava anche l’omaggino finale: una penna sfera, un gagliardetto e fac-simili a volontà.

Impensabile che, dopo tanti anni, saremmo tornati a sperimentare, in forma diversa, il vivere con la bocca tappata e non più solo allegoricamente.

LA STAMPA ha riportato che,  da uno studio di Spi-CGIL, Rete studenti medi e Unione universitari, su trentamila ragazzi esaminati, il 90% di essi presenta qualche forma di disagio psichico: il 68% paura e rabbia, il 28% disturbi alimentari, il 14,5% autolesionismo, il 12% abuso di alcool, il 10% assunzione di stupefacenti.

Il merito di questa impensabile “fragilità” giovanile andrebbe attribuita alle tante restrizioni e ai tanti obblighi-divieti sofferti durante il Covid, nello specifico anche alla “reiterata follia delle mascherine a scuola”. In pratica, presi da ricoveri, decessi, campagne vaccinali, tamponi a iosa, ci accorgiamo, ora, solo ora, che ci sono state “…vite condizionate, e talora spezzate, di giovani e giovanissimi alle prese con disturbi di psicopatologia complessa in aumento esponenziale” (Prof. Benedetto Vitiello, Direttore di Neuropsichiatria infantile al “Regina Margherita”). Quello  che ancor lascia perplessi è la precocità dell’età: tra gli 11 e i 17 anni e molte sono donne. C’è di più. Secondo la dottoressa Antonella Anichini, neuropsichiatra infantile presso lo stesso ospedale, non è ancora tutto: “…nel 2020, l’anno del lockdown, i problemi e i disagi si sono sedimentati, mentre nel 2021 sono esplosi a livelli individuale, familiare e sociale…” 

Perché sta accadendo tutto questo?

Perché “ancora adesso viviamo in un’atmosfera sospesa, mentre i giovani, spesso colpevolizzati per il loro desiderio di vivere e mortificati dalla negazione della loro difficoltà durante la pandemia, hanno bisogno di potersi relazionare. Prima ancora, di un orizzonte.

Ma come, gli esseri umani, oltre alle esigenze di una vita biologica, hanno anche delle esigenze “altre”? Quelle sociali? Quelle affettive? Quelle di natura psichica? E cosa c’entra la “psiche” con l’obbligo di indossare le mascherine o coi divieti di andare in giro e, ancor più, con quello di “fare gruppo” con parenti, amici e conoscenti? 

Sì, gli esseri umani, oltre alle esigenze di una vita biologica, hanno anche delle esigenze “altre”!

Per sviluppare il “senso di sé” non erano, anzi, non sono fondamentali proprio le relazioni? Quanto conta la reciprocità con gli altri, che non nasce magicamente, ma richiede del tempo per avviarsi e, sempre del tempo, per consolidarsi? 

E se vengono meno le “occasioni” d’incontro, quelle vere, concrete, fisiche, affettive, davvero pensiamo di poterle sostituire con l’utilizzo dei social?

I tanti baci su Facebook, su Messenger, su WhatsApp davvero sono i sostituti del bacio vero? Danno la stessa vibrazione? Emozionano allo stesso modo? 

Si domanda e ci domanda Claudio Romiti: “Tappar la bocca è peccato o fa bene? 

I tanti che hanno provato, nei secoli passati, a tappar le bocche hanno goduto di gloria momentanea. Godevano non certo del silenzio che generavano, quanto, piuttosto, dell’assenza di parole, della mancanza di suoni verbali che esprimevano, vocalmente, concetti, giudizi, sentimenti. Seppure inespressi, però, quei suoni vivevano nel pensiero, nelle intenzioni di ciascuno e, crescendo, pian piano prendevano vigore, forza e si facevano “vox populi”, tumulto pensante che, in un attimo, modificava l’esistente. 

Tappar la bocca è peccato? Il Vangelo è l’elogio della libertà, anzi “delle” libertà: quella di aiutare l’altro (il buon Samaritano), quella di abbandonare la propria casa (il figliuol prodigo), quella di scegliere di seguir Gesù e abbandonare ogni cosa (i discepoli al seguito del Messia), quelle del dar da bere, dar da mangiare, vestire gli ignudi e altro ancora. La libera scelta è un diritto soggettivo da rispettare oggettivamente!

Ha fatto bene, da noi, tappar le bocche?  Provate a pensare se i divieti che hanno sofferto i nostri ragazzi (ma anche noialtri …) avessero toccato la ragazza di Nazareth… All’arcangelo Gabriele sarebbe stato vietato di accedere in casa della giovane Maria, ma anche di muoversi nelle vicinanze… Maria, col fastidio della mascherina, non avrebbe potuto regalarci il suo stupendo “Magnificat”… Men che meno Betlemme avrebbe potuto permettersi il viva vai della notte santa e Fogazzaro, il poeta, non avrebbe avuto motivo di scrivereil campanile scocca la Mezzanotte santa…”. Non ci sarebbe stato il Natale, il presepe, l’albero, le tante luminarie che siamo riusciti, bene o male, a regalarci anche in pandemia.

E allora, secondo voi, ha fatto bene, da noi, tappar le bocche?

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