HomeLa RivistaEducazione e AmbienteDAI NOSTRI GHIACCIAI AGLI ABISSI DEL TIRRENO A CACCIA DI BIOINDICATORI 

DAI NOSTRI GHIACCIAI AGLI ABISSI DEL TIRRENO A CACCIA DI BIOINDICATORI 

 

Educazione&Ambiente /63

di Paolo Rico

In alto mare: lì dove incrociano profondità e cime inabissate…

Anonimo latino del I sec. d. Cr.

 

L’ESTATE DELLA RICERCA AMBIENTALE

 Sentinelle della qualità ambientale mobilitate durante l’estate, a monitorare l’ecosistema. In vetta alle Alpi e per mare, team di scienziati all’opera, campionando i nostri ghiacciai alpini e le acque del Tirreno. Interventi distinti e distanti, ma riconducibili ad un unico filone: certificare cioè, lo stato di salute dell’habitat tramite analisi rivelatrici della tossicità atmosferica e dell’ittiobiosostenibilità.

Sulle nevi valdostane in azione gli esperti del Centro Eurocold della Bicocca, ad osservare le dinamiche delle polveri minerali libere in aria come sulla superficie del ghiacciaio del Rutor. E’ questo particolato a fare, infatti, da barriera  – come dire? –  fredda ai gas serra, responsabili del riscaldamento climatico. Una telecamera seguirà il comportamento di tali composti atmosferici, evidenziati da una raggio laser, capace di far brillare le polveri, colorandole nella diversa graduazione della loro specificità. Tutto, al fine di determinarne in laboratorio natura e caratteristiche. Così da capire di quanto l’inquinamento antropico sia sciaguratamente avanzato ad alte quote, testimoniando dell’onerosa responsabilità delle attività economiche in danno dell’ossigenazione.

In pratica, l’applicazione dei ricercatori del centro milanese Eurocod si concentrerà in laboratorio. Vi si simulerà un ambiente polare, con temperatura inferiore ai -50°C, allo scopo di verificare le performances del particolato di minerali in sospensione e in ricaduta diffusiva sul terreno algido e innevato.

L’intervento è sull’agenda del programma Optice, che Eurocod sviluppa nei suoi spazi di 600 mtq, dove dal 2013 si susseguono studi, misurazioni e scenari, in grado di suggerire best practices per la protezione ambientale. E nulla delle conclusioni ottenute nelle attività di ricerca rimane lettera morta. Secondo il principio della citizen science  – la scienza a misura di cittadini -, quanto noto viene condiviso in incontri di riflessione e di formazione nell’ottica di una sostenibilità consapevole ed introiettata dalla società, ad ogni livello.    Insomma, si individua un percorso di superamento delle criticità all’intersezione tra intuizione dell’ipotesi investigativa; svolgimento degli accertamenti; acquisizione delle conclusioni e sensibilizzazione di gruppo, globalmente considerati momenti coordinati della fondamentale sinergia conoscenza-azione pubblica. A dimostrazione anche del legame intercorrente tra l’eccellenza scientifica e l’opinione pubblica di riferimento, intanto accademico, nell’ordine della relazione università-territorio. Non soltanto per disporsi a trasformazioni del comportamento antropico, ma anche per accostarsi all’innovazione tecnologica, al fine soprattutto di comprendere l’utilità di alcuni investimenti  – notoriamente, al lumicino –  per la modernizzazione.

Del pari, procede attraverso il Tirreno  – per abbassarsi rapidamente dalle elevate quote delle Alpi valdostane –  l’operazione del catamarano a vela One. Attrezzato a bordo come laboratorio di biologia marina, il vettore in 12 settimane, navigando per quasi duemila miglia, farà tappa in 25 approdi di “mare Nostrum”, per rilevare ed osservare la relazione uomo-ambiente. Il progetto si conclude con report di volta in volta sulle spiagge, al fine di raggiungere una platea trasversale per stratificazioni civili, culturali, comportamentali, economiche, estetico-sociali. Il programma va sotto la denominazione di M.A.R.E., acronimo per Marine adventure for research and education. E’ operativo nel centro velico di Caprera, la più importante scuola di navigazione libera del Mediterraneo, fondata nel 1967 a sostegno di un turismo compatibile nell’arcipelago della Maddalena. Struttura, che ha permesso di capire come l’oceano riesca ad assorbire più di ¹/₃ dell’anidride carbonica in atmosfera, allevando e producendo fitoplancton, capace di consegnare più della metà dell’ossigeno diffuso e respirato: più e meglio del servizio offerto dalle foreste terrestri.

Quel che illumina sulle speciali caratteristiche di bioindicatori delle contaminazioni marine da riconoscere, appunto, allo zooplancton. E’ il caso di arsenico o mercurio, che testimoniano come resistano in acqua residui dei composti del micidiale ddt, ormai non più in commercio da quasi mezzo secolo. Ma il plancton marino documenta pure la resilienza delle plastiche e dei detergenti, in permanenza e in accumulo esponenziale in talune aree tirreniche, esplorate già dai ricercatori dell’One, i quali si interessano pure alle nuove specie di immigrazione nel “mare Nostrum”. Per studiarle, al fine di risalire alle sollecitazioni climatiche favorevoli a tali neo-insediamenti marini, l’équipe del catamarano di Caprera si dedica al campionamento del Dna delle acque superficiali. Le analisi permettono, perciò, di accertare quali e quante colonie di microorganismi più recenti hanno potuto proliferare da noi. Attività di prelievo, utili a contenere le uscite in mare, tagliare i costi della navigazione ed evitare disturbo all’habitat marino. Dunque, scelta di ottimizzazione ecosostenibile, secondo metodi, inseriti nell’agenda formativa dei bagnanti, che l’équipe di One sensibilizza nelle 25 tappe del tour per le acque del Tirreno. Insomma, cime e profondità marine, focus quest’estate della programmazione scientifica per la conservazione del nostro ambiente.

     

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