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“Sospesi” SULLA SABBIA DEL PLATEAU

Benessere / 63

“Sospesi” sulla sabbia del plateau

   È il giorno 6 febbraio 1999.

   Se l’Africa non muore di fame, morirà di freddo, ho pensato svegliandomi.

   Vestito come se avessi dormito in una baita di montagna, piego la mia tenda; prendo il Lariam (una pillola contro la malaria); faccio, per le venti persone del convoglio, sette macchinette da nove tazze, per un totale di sessantatré caffè: un bar, nell’oasi, avrebbe fatto affari d’oro.

   Fatta la riunione mattutina con la guida, che ci ricorda di fare dei minimi controlli alle auto, partiamo e ci dirigiamo verso Al Katrun, per fare i controlli per attraversare il confine.

   Arriviamo al forte (sede del posto di polizia) e il nostro capo spedizione bussa al portone, come se ci trovassimo in piena Milano: piccoli tocchi e molto distanziati. Naturalmente, non apre nessuno, come nella migliore tradizione dei posti di polizia dei confini dei paesi desertici.

   Ospitati nel confortevole piazzale antistante il fortino, inganniamo l’attesa leggendo stampa locale, ascoltando buona musica e conversando con la gente del posto (praticamente, siamo davanti ad un portone che non si apre e siamo infreddoliti dal forte vento che ha ripreso a soffiare; “porconiamo” coloritamente rifugiandoci dentro le macchine, mentre l’attesa si prolunga; cerchiamo di capire cosa c’è scritto su una ritaglio di giornale trasportato dal vento; chiediamo notizie del posto a delle … capre, che girano attorno alle nostre auto). Vista da fuori, la sceneggiatura potrebbe essere di un bel film … demenziale! Stiamo aspettando e non sappiamo chi debba arrivare, a portarci i passaporti timbrati. 

   L’idea di lasciare il pigiama sotto gli abituali abiti si è rivelata vincente (l’ho visto fare in una trasmissione televisiva, sulla sopravvivenza in Antartide. Qui, però, siamo in Africa!).

   Un timido sole incomincia a riscaldare l’aria, mentre alcuni “locali” si stringono l’un l’altro, messi al riparo di un lungo muro, alla ricerca di un po’ di tepore. Usciamo dalle auto e facciamo visita al mercato, che, nel frattempo sta organizzandosi attorno ad alcune bancarelle. La guida, intanto, discute con un giovane del posto sul futuro percorso, disegnandolo per terra, sulla sabbia. Passano due ore. Conosciamo due viaggiatori che ci chiedono un passaggio: hanno lasciato il loro camion (carico di oltre cinquanta persone e di, almeno, duecento tonnellate di merce) a parecchi chilometri, al posto di confine di Tumu, perché sono andati in panne col mezzo. Breve conciliabolo e decidiamo di caricarli e di portarli con noi: dobbiamo fare la stessa strada e passare per quel posto di confine. Conosciamo una guida locale che ci fornisce “strane” informazioni sulla strada che vogliamo fare e ci consiglia di passare per il confine del Ciad (paese per il quale non abbiamo il visto), giurando che la strada per il Niger è assolutamente pericolosa e non transitabile.

   Le altre due persone, quelle del camion in panne, invece, parlano bene della pista per il Niger e temono quella per il Ciad. A chi credere? La guida conferma l’itinerario per Tumu: 310 chilometri, di cui 220 di pista e sabbia. Intanto arriva un soldato, munito solo del cappello militare (il resto dell’abbigliamento assolutamente normale), che ci riporta i passaporti, ma senza timbri, perché gli stessi saranno messi a Tumu! Questa è l’Africa, nella quale stiamo viaggiando! 

   Partiamo dopo trenta minuti. La strada è asfaltata, ma invasa dalla sabbia; si viaggia, comunque, a 80-100 km/h.

   Conveniamo, viaggiando in fila, di accendere i fari per segnalare eventuali anomalie stradali; questo segnale, raccolto da chi sta davanti, dovrà essere trasmesso fino al capo colonna che, fermando tutti gli altri, potrà tornare indietro per verificare il motivo di chi ha fatto la prima segnalazione.

   Siamo sulla sabbia molle; stiamo viaggiando sul “plateau” desertico della Libia, con ogni pilota che si disegna il proprio itinerario. Si viaggia a vista e con velocità diverse, a seconda delle resistenze dei diversi tipi di sabbia. Viaggiare così è come navigare: adesso lo capisco! È come andare con un barchino, in laguna: bisogna far “uscire” il mezzo, lanciarlo e poi, mantenendo una velocità costante, “godere” di un fluido dondolio, come di barca che procede oscillando.    

   Continuiamo a “navigare” a vista, per parecchio tempo.

   Allertati dalle luci accese, ci fermiamo per aspettare un’auto che si è insabbiata. Cerchiamo della sabbia dura (più scura e più grinzosa) per fermarci, sempre ad una distanza che permetta di avere la vista delle altre auto e che consenta il dialogo. 

   Tastiamo, per curiosità, la sabbia: è freddissima! Tira, ancora, un forte vento che, comunque, non solleva la sabbia. La guida ci fa sgonfiare ancora le gomme. Ripartiamo, ma dopo mezz’ora si insabbia un’altra auto. Ci allarghiamo in cerchio, ognuno cercando il luogo migliore, sempre a distanza audio-video. La guida ci urla che, se tutto va bene, dovremmo arrivare su un terreno roccioso che ci consentirà di fermarci e fare il campo.

   Dopo altre ore, passate ad aspettare chi si insabbiava, incominciamo a vedere a distanza, col sole che si abbassa sull’orizzonte, delle forme collinari, brune: sarà il posto dove fare accampamento.

   Siamo stati un giorno intero immersi in un tempo senza confini ed in una luce che rendeva nullo l’orizzonte; nessuno ha guardato l’orologio e tutti hanno avvisato una pace interna ed il sorriso sulle labbra. 

   Pare che questa serenità sia generata del deserto! Siamo arrivati, stanchissimi, ma incredibilmente felici, alle falde di strane forme collinari.  

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