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BALLARE PER VIVERE O VIVERE PER BALLARE?

Il Dubbio  / 63

BALLARE PER VIVERE O VIVERE PER BALLARE?

di Enea Di Ianni 

Una settimana fa, non prevista, c’è stata una breve immersione nel mondo della Scuola dell’infanzia, quella frequentata dalla mia nipotina Ginevra, autrice dell’invito e impegnata, quel pomeriggio, con altri bimbi e bimbe, in un momento di sport, quello cosiddetto “di strada” ( “Sport di tutti i quartieri”) che non vuole affatto essere cosa poco nobile, è un voler restituire ai bambini spazi di vita nell’ambiente paesano o cittadino e consentigli di potersi cimentare, con gioia, impegno e vivacità, in giochi di movimento che un tempo, quasi naturalmente, l’infanzia  viveva da protagonista e in autonomia, non condizionata dalle interferenze degli adulti, i “programmatori”, portati a credere, erroneamente, di poter predisporre tutto,  misurare e governare ogni cosa. 

  Son così tornato, questa volta da nonno, alla Scuola dell’infanzia “Don Antonio Di Nello” che ho visto crescere e modificarsi da Dirigente scolastico. Ho goduto a pieno del bel momento ludico-sportivo-canoro; ho ammirato le coreografie, respirato l’ansia, malcelata, delle insegnanti, ho avvertito l’attenzione dei genitori a tratti disturbata dalla fregola di immortalare il tutto col cellulare, e poi mi sono lasciato sommergere dal sapore di vita fresca di bimbe e bimbi che, facendo finalmente cose da bimbi, riuscivano ad essere grandi e ad avere l’attenzione dei “grandi”. 

Per un momento adulti e bambini ci siamo confusi in un identico desiderio: cercarci reciprocamente con lo sguardo per ritrovarci in un breve contatto visivo, un incrocio di sguardi forte e tenero, come mille abbracci.  

A conclusione, tutti si sono lasciati andare in una danza liberatoria, anticipatrice dell’imminente estate e che si fa davvero coinvolgente subito dopo l’interrogativo  Quindi dove andiamo?” 

All’unisono le voci di tutti, in coro, sovrastando quella del cantante, sono imposte, decise, sul dove andare:

“…Dove si balla!

 Fottitene e balla

tra i rottami, balla
per restare a galla negli incubi mediterranei…!”

Cullato dalla coralità viva e vera del momento, ascoltati i meritati  complimenti del prof. Antonello Passacantando, coordinatore del progetto, “bambini, insegnanti, genitori, collaboratori…”, mi sono riconfermato nei miei convincimenti… 

…La Scuola dell’Infanzia è davvero un giardino che sa di vita, vita che si apre al mondo. Sa di curiosità che si inseguono, di timori che ti assalgono e si vincono, sa di un’indomita voglia di fare.

I bambini in età di scuola dell’infanzia sono instancabili, ricchi di energie e profumano di vita semplice, non ancora omologata dagli adulti.

Non è facile essere insegnante in tale scuola anche perché, per quanto ci si possa preparare didatticamente e metodologicamente, sempre ci si ritrova di fronte a qualcosa di non previsto e non contemplato dalla casistica ufficiale, qualcosa che dipende proprio dalla originalità e specificità di ogni bambino o bambina e dalla novità di ogni momento che si vive. 

La didattica e la metodologia aiutano, è vero; quello che, però, fa la differenza è l’empatia vera, non simulata, e che si esprime a pelle, a volte con uno sguardo e un sorriso particolari, altre volte con un abbraccio istintivo e rapido, ma sempre in un contatto fisico di vite.

…Lavorare con i bambini non è difficile, ma i bambini, e tutto ciò che fa parte di loro devono piacerti: l’imprevedibilità, la spontaneità, la schiettezza, i ritmi e i tempi con cui vivono i diversi momenti e impegni. Deve piacerti anche il naso che gli gocciola, il pancino che si scopre, le verità, non gradevoli,  che dice quando non te l’aspetti. 

Devono piacerti le sue eccessive coccole e i suoi rifiuti, ma anche le finte attenzioni di alcuni genitori, la trascuratezza di altri, le ansie e le fobie di altri ancora. 

E poi i colleghi insegnanti e il personale tutto, che non può non essere collaborativo. Lavorare davvero in équipe nella Scuola dell’Infanzia non può essere “un modo”: è l’unico vero modo. L’ “uno per tutti” e il “tutti per uno” in questa scuola non è un optional, mai!

Anche il ruolo del “sostegno” trova, proprio in questa scuola, la possibilità di essere vissuto nella forma e nelle modalità più rispondenti alla sua specificità. 

I bambini non ti chiedono che “maestro/a” sei; per loro sei “uno/a” dei maestri e perciò devi avere occhi e orecchie per tutti anche se non perdi mai di vista il “perché” sei lì. Ci sei per sostenere l’attività che, grazie anche a te, mira a facilitare il percorso di crescita funzionale e psicofisica a chi ha più difficoltà senza ignorare gli altri tutti.

Il luogo, il lavoro, i colleghi, il personale costituiscono, insieme ai bambini ed alle attività, qualcosa di bello oltre che di utile, però…

La Scuola dell’Infanzia non può vivere in un’altalena di frammentarietà e di incertezze sia pure dipendenti da forza maggiore, come il Covid. L’altalena delle presenze-assenze, l’episodicità del funzionamento collegato a momenti di forzata quarantena di alunni, familiari e personale, le restrizioni generali hanno, comunque, sottratto all’infanzia tanti necessari momenti ludici, affettivi e socializzanti nella scuola e fuori di essa.

L’allerta continua al suo interno, le limitazioni ai contatti tra famiglie e il distacco dai nonni, hanno privato i bambini e le bambine di esperienze fondamentali quali l’incontro, il confronto, il gioco-lavoro, le corse, le scoperte di spazi vitali come scuole, giardini, parco giochi, centri ricreativi parrocchiali.

E’ mancata tanta vita proprio ad una scuola, quella dell’infanzia, che è davvero la più vicina alla vita vera e che non può essere contenuta in spazi ristretti o finti.

I bambini devono poter correre, parlare, camminare, toccare, odorare, osservare, giocare, respirare annusare, assaggiare, assaporare, cantare, strappare, costruire stando insieme ad altri bambini e ad adulti. 

Negli ultimi due anni i momenti di solitudine sono stati troppi. Sono mancati, sempre per la pandemia, i momenti di collegialità diretta sostituiti da quelli in video, che non sono la stessa cosa e non generano gli stessi effetti, perché, senza clima didattico, non generano ansia e neppure curiosità e confronto umano-professionale.

E’ bastato tornare “insieme” per accorgersi che la Scuola, e soprattutto quella dell’infanzia, non possono vivere di surrogati. Dovremmo chiedercelo ogni giorno “Dove andiamo?”, e se non andiamo “dove si balla”, cioè dove non si sta fermi, dove ci si muove, si dice, si fa…Se non si va dove si vive, che senso ha l’andarci?… 

Ritorno nel mondo dei bimbi proprio mentre il cantante chiosa: “Ma va’ a capire perché si vive, se non si balla!”  Già, perché si vive? 

Forse per essere in  cammino sempre e, ogni volta, i percorsi sono nuovi, diversi e continuano a sorprendere e incuriosire. Come l’amore.  

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