HomeLa RivistaFolklore e dialettiOMAGGIO POSTUMO AD AVEZZANO PER MARCELLO ERCOLE

OMAGGIO POSTUMO AD AVEZZANO PER MARCELLO ERCOLE

«GENIUS LOCI» DELL’ARTE CHE SI LASCIA GUARDARE

 OMAGGIO POSTUMO AD AVEZZANO PER MARCELLO ERCOLE

 di Paolo Rico

At pulchrum est digito monstrari et dicier: hic est! (…ma è bello essere indicati con il dito, dicendo: «E’ lui!») 

PERSIO, Satyrae, I, 28

«(…) Siano proprio osservazioni ordinarie quelle che mettono in moto i primi scambi». 

Con Ovidio (Ars amatoria, I, 145) mi piace credere che sia stato così pure per Marcello Ercole tradurre fattualmente, via via incrementandolo, il suo bisogno d’arte. Perché è da questa sorgiva energia interiore, che si sostanzia nella diacronia dell’opera una sinestesia tra tratto e figurazione; colore ed emozione; stile, argomento e visionarietà. Tutti, fattori di quel fondamentale transito da total art , in grado di connotare la «rivoluzione lenta» del Nostro.

 Scomparso 94nne, un’articolata retrospettiva lo inscrive ufficialmente nel pantheon della cultura, che l’amministrazione comunale di Avezzano (L’Aquila)  – nella sua patria marsicana –  gli dedica meritamente nel secondo anniversario della scomparsa. Occasione, che ha permesso alla secondogenita, Simonetta, di richiamarne, nel vernissage ieri sera, il tratto di autentico garbo, fondamento ogni volta dell’approccio positivo di Marcello Ercole al cavalletto. Alla primogenita, Tiziana, la puntuale ricognizione tematica del lavoro del babbo, nella cerimonia inaugurale della retrospettiva ieri sera, ad Avezzano. 

In un ambito immersivo, l’esposizione di una trentina di opere è arricchita dall’offerta di bozzetti, album della memoria, scatti inediti e clip con interviste all’A. in vita, assieme a videocommenti, che confortano il viaggio del visitatore dentro, più che attraverso le creazioni in chiave progressiva, offerte alla riflessione personale e all’interlocuzione relazionale. Vieppiù stimolate dal click di Guido Bianchini, leale nella riproduzione fino al crisma dell’originale, senza nulla concedere, perciò, a facili ammiccamenti o a leziosità oleografiche, seppur a servizio di chi osserva, se disincantato o in colpevole ritardo sull’immediatezza percettiva delle opere. 

Sul cui contenuto è arrivato ieri sera a lumeggiare, ma non per condizionarne la decodifica, il florilegio delle intuizioni, snocciolate nell’avvincente canovaccio del giovane attore Alessandro Scafati. Nel reading sono state evocate opportune atmosfere di coesistenza triangolare tra platea, vissuto dell’A. e seme dell’opera nella sua ricontestualizzazione estetica. 

Tramite tra dato ed evento, che ha rivolto l’interpretazione del curatore dell’antologica-omaggio, Maurizio Lucci, verso un approdo idealtipico, riconoscendo a Marcello Ercole fede nella libertà, cifra  – ha argomentato il relatore –  dell’autonomia intellettuale e dell’indipendenza produttiva, che hanno sempre contraddistinto la natura schiva e determinata assieme del Nostro. Perfino nel perentorio rifiuto di pur autorevolissime pressioni, esercitate mercatisticamente, per favorine un “salto” entro la sperimentazione di sfide nebulose su percorsi tormentati. Tradendo i fondamentali di un equilibrio, difeso da Marcello Ercole all’interno del recinto delle proprie fonti ispiratrici. 

 

Ad esempio, la terra dei cafoni: talvolta resi nell’insolita lezione di kafoni, a sottolineare, con quell’iniziale, forse la scelta di campo, tutta a favore delle più democratiche aspirazioni di riscatto siloniano da parte di un intero spaccato di mondo più che per conto di un astratto perimetro di confinata identità. Una resa, ad esempio, alle questioni, ancora aperte nella storia presente dopo gli infausti esiti monitori di un recente processo di dolore universale, legato  – si è ricordato ieri sera –  alla guerra dei manuali di storia e della nostra cronaca di oggi.

 Questione, che ha alimentato la vena iconografica diretta e lo scavo psicologico di diversi schizzi di Marcello Ercole, visibili nella retrospettiva avezzanese. Occasione, per l’A. di confrontarsi con le volumetrie e le pensosità picassiane, ma per ridurre la prova ad una spiccata elaborazione soggettiva di simbologie e razionalizzazioni; di rimandi ermeneutici e figurazioni concrete; di potenziali onirici e manifesto realismo, incrociando dramma e amore; contraddizione e linearità; violenza e pacificazione. Tutto, attingendo ad un repertorio prêt-à-porter, a disposizione di un’illusorietà transitiva in quanto capace di trasfigurare la realtà circostante, sublimandola in valore. 

E’ il vocabolario, adoperato da Marcello Ercole, attingendo un lessico di moderazione dalla cassetta-degli-attrezzi, occorsagli, nel caso, per tratteggiare caricature. Così ha ricordato ieri sera ad Avezzano l’autore e curatore della mostra Maurizio Lucci, il quale ha sottolineato come nel Nostro sia assente sempre e comunque, al di là dell’onusto gavame etimologico sul termine «caricatura», l’«improprio accenno alla provocazione». 

Del pari, nella fenomenicità metafisica dello pseudo-magrittismo di Marcello Ercole: quanto nitido nello splendore espressivo tanto folgorante nella profondità emozionale. Mix di suggestione e disegno chiasmaticamente alternati dall’A. nelle figurazioni sacre, nelle quali si indulge sul paesaggio natìo, per sostenere  – come in una quinta sul palcoscenico –  una prosa ecologicamente esaustiva lungo l’asse narrativo, che intreccia effettualità estetica e trasmigrazione simbolica. Grazie al colore  – creatore di luce –  e al paesaggio  – cono di prospettiva –  dalla cui convergente valorizzazione esplode la potenza del messaggio artistico; la sintassi espositiva del pensiero e dell’operare artistici dell’A. nella scansione di registri grammaticali piani e dichiarativi; talvolta, allusivi, per proporsi parenetici o anche strutturalmente intensivi, per offrirsi fungibili.

La retrospettiva avezzanese sull’opera di Marcello Ercole  dà voce, pertanto, ad un’insoddisfatta domanda di sguardo facilitatore per un’arte, che non voglia farsi rincorrere su zigzaganti sterrati, ma proporsi come traducibile acquisizione di corrispondenze tra mistero costruttivo ed immediata deducibilità argomentativa.

Nessun Commento

Inserisci un commento