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SOS NATURA. URGE GALATEO PER LE SAGRE ESTIVE

EDUCAZIONE E AMBIENTE /62

SOS NATURA. URGE GALATEO PER LE SAGRE ESTIVE

di Paolo Rico

L’estate è il modo naturale di dire: «Andiamo a una festa!»

adatt. da Robin Mc Laurin Williams, attore, comico e doppiatore Usa

Se la pubblicità punta a fare del corpo un affare, sicuramente il corpo pare ribattere: io sono una festa! La pensava pressappoco così  – mostrava, almeno, di crederlo per il tramite dei suoi personaggi romanzati e delle loro battute –  il grande scrittore uruguaiano Eduardo Galeano (1940-2015). E chi non lo sosterrebbe con lui  – autorevolezza a parte –  alla vigilia del ritorno alla sagra, alla strapaesana, alla kermesse della tradizione locale? eventi, che l’estate si trascina immancabilmente dietro al suo lunghissimo codazzo di gaudenti della scampagnata, della tavolata serale, dei vocianti appuntamenti tra musica, ballo, cori fin troppo stonati e brindisi senza fine, con la scusa del caldo e della rimpatriata tra amici, per far divertire famiglie e comitive strutturate o improvvisate, omaggiando la libertà di stare all’aria aperta; soprattutto, venerando la licenza di prendersela tutta la propria autonomia personale, senza inibizioni e con scarso self control?!

Basta snocciolare qualche dato, per confermare l’impatto del fenomeno-sagra estiva. Solo d’agosto un sito ufficiale censisce oltre 500 manifestazioni di un certo rilievo: per giro economico ed interesse turistico. Come rileva, ad esempio, l’associazione delle seimila Pro-loco sparse per la Penisola e, per meno della metà, organizzatrice di affollati eventi sul territorio. Addirittura, talune amministrazioni regionali redigono veri e propri report pubblici, utili a sostenere normative di settore, ma, in primis, a riflettere sullo spessore di manifestazioni, che spesso si propongono come esclusive fiere delle tipicità  – in specie, enogastronomiche –  e qualificate borse dell’agroalimentare di nicchia, con risvolti socio-culturali oltreché consistenti incontri di business. Senza disdegnare che in certe tradizioni si fa emergere la natura di radicamento territoriale in senso trasversale ovvero con focus ad ampio spettro, che inerisce la stessa storia di usi e costumi locali quasi mai scevri da connotazioni direttamente ambientali, come suggerisce d’altronde la liaison tra l’iterazione dell’evento e la vita in senso lato delle comunità. 

Tanto che parlare di natura quando ci si riferisce a qualsivoglia sagra paesana diventa quasi una sovrapposizione terminologica; alternativo punto di argomentazione sulla kermesse, pur se questa non è propriamente dedicata a un aspetto dell’habitat. Verrebbe voglia  – grazie alla coincidenza della sua riedizione –  di por mente al Cantico dei cantici. Il poema biblico del IV secolo è, infatti, ancor prima di un inno sacro del celeberrimo re Salomone, un pregevole quadro del rapporto metaforico tra amore e naturalità. Così lo rendono non pochi ed illustri esegetici laici, desiderosi, evidentemente, di riconoscere registri di tenera adorazione alle declinazioni dell’ambiente negli accostamenti tra sentimenti amorosi e rimandi a suggestioni, indotte dalla varietà fenomenica dell’habitat. 

Così tanto plurima, da sfiorare  – nel caso di improbabili sagre di congiunzione tradizione-ambiente –  paradossali accostamenti celebrativi, per nulla suscettibili di invogliare ad un immediato abbraccio con la natura. Si cita all’occorrenza, nel salernitano, un’incomprensibile sagra della braciola di capra e pesca sianese nel vino, da stordire qualunque mente voglia ipotizzare una pista dell’omogeneizzazione spontanea tra carne e pesce comunque trattati in cucina. A significare come talvolta si potrebbe dar subito ragione ai ristoratori più inferociti contro le sagre, accusate di corrompere insensatamente menu; rovinare palati e sistema digestivo; contrastare la vera filiera delle tipicità agro-alimentari del circondario. Con che determinando pure ingiusta concorrenza ad un settore, che, garantendo lavoro e rispetto dell’habitat, promuove e affina gusto e offerta locale, portando a desco il fior fiore delle produzioni di nicchia e il top della loro trasformazione ai fornelli. 

Però, sagra sembra cozzare contro l’equilibrio dei luoghi di adunanza festosa, per quella carica di inquinamento che ogni kermesse comporta, per colpa di errate condotte individuali e collettive, dell’utenza, ma anche dell’organizzazione degli eventi. Non basta a prevenire tali criticità la congerie di disparati regolamenti comunali, più preoccupati del ritorno di immagine della rassegna, che non del vantaggio sociale di convenienti abitudini alla vita associativa all’aperto. A cominciare dall’uso improprio di stoviglie non totalmente riciclabili. Così, in una logica win win (unica strategia, per uniformare le responsabilità di clientela delle sagre e loro promotori), si pensa alla leva tributaria locale quale strumento per predeterminare scelte operative ecosostenibili. Uso di acqua potabile del posto compresa nel ticket di accesso all’evento; autonomo ricorso a stoviglie portate da casa in cambio di sicura logistica premiale all’appuntamento ricreativo; incentivi allo smaltimento differenziato non sul posto della sagra, ma con l’asporto delle porzioni non consumate, opportunamente ri-apprezzate dall’organizzazione a seconda dei reali bisogni di personale fabbisogno alimentare: quasi un incoraggiamento alla dieta più che alla consueta crapula da sagra. 

Buoni propositi? forse! Ma se il corpo  – si è detto nell’incipit  si presta al business per la pubblicità, si è pure asseverato che esso stesso è la festa: dunque, l’unico bene da preservare nel contesto di una sagra, che partecipi della natura senza attentarvi.

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