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FINIRE IL CARBURANTE IN MEZZO AL NULLA

Benessere / 61

Finire il carburante, in mezzo al nulla

di Giuseppe Mazzocco

È il giorno 4 febbraio 1999.
La sveglia è alle 6.00. Fuori è buio pesto; piove; tira un forte vento e fa tanto freddo. In albergo manca l’acqua; viene il sospetto che il capo spedizione, “mazzettando” non so quali autorità, abbia dato ordine di chiudere l’acqua corrente, cosicché l’equipaggio, non potendo fare le normali abluzioni mattutine, fosse pronto prima, per la partenza. Mi viene in mente di chiedere al caposala una flebo di “fisiologica”, per lavarmi almeno i denti! Facciamo una fredda e frugale colazione (la quantità e la qualità, man mano che andiamo verso sud, diventano sempre più povere! Secondo me, per colazione, arriveremo a succhiarci le dita!).
Partiamo sotto una pioggia battente, attraversando la cittadina di Gharyan con le strade allagate che i pedoni tentano di attraversare mettendo dei grossi sassi sotto i piedi. Naturalmente, le auto, per scansare i sassi che affiorano dall’acqua, fanno dei pericolosi slalom, alzando secchiate d’acqua su chi si trova in equilibrio precario sugli stessi. Qualcuno, tra l’ilarità generale, finisce in acqua, con tuffi assolutamente privi di ogni stile. Fuori dalla cittadina incomincia di nuovo a nevicare! Neve in Africa!

Le auto, naturalmente fornite di pneumatici da sabbia, non si trovano molto bene sulla neve e l’andatura si fa prudente; con mia grande gioia accendiamo i riscaldamenti interni, a tutta potenza!
La strada che percorriamo è incredibilmente dritta e per tantissimi chilometri. Incomincia a scarseggiare la nafta. Da lontano avvistiamo un distributore; ci fermiamo per fare rifornimento, dando delle incredibili “sgassate”, prima di spegnere.
Sorpresa africana!
Il distributore ha esaurito tutte le scorte di carburante, in un paese dove il gasolio è quasi gratis ed è fra i produttori più forniti di petrolio! Incomincio a sentire un po’ di panico. Un uomo locale ci dice che ad 80 chilometri vi è un altro distributore. Partiamo a velocità ridottissima ed arriviamo, quasi a folle, all’area di servizio successiva. Anche questo distributore non ha più gasolio! Però, pare che il rifornimento debba arrivare di pomeriggio, ma non è certo di quale giorno! In Africa il certo non esiste!
Sono le 11.30. Un giovane del posto ci suggerisce di andare a poca distanza, in un grosso cantiere gestito da coreani dove, sicuramente (dal momento che hanno tantissimi camion), avranno gasolio. Arriviamo davanti ai cancelli del cantiere coreano e l’addetto all’apertura dei cancelli, in maniera molto scortese, ci comunica, in un inglese molto stentato, che non dobbiamo allontanarci dalle auto o avvicinarci alle recinzioni (il più vicino silos che si riesce a scorgere, oltre la rete, sarà stato, almeno, a tre chilometri di distanza). Grida che non possiamo, assolutamente, fare foto e che per avere il gasolio dobbiamo aspettare il primo pomeriggio, il rientro del loro manager, che potrebbe darcene un po’. Ci fermiamo davanti ai cancelli, ma a debita distanza, controllati dal guardiano con la faccia sempre più truce che indicava il cappello che aveva in testa (simbolo di comando); attrezziamo un modesto tavolo per fare un veloce pasto; scattiamo foto a bizzeffe; io, addirittura, fotografo un cammellino bianco, nato da pochi giorni, che a mala pena si regge in piedi.

Da lontano, all’improvviso, vediamo uno che corre verso di noi. È il giovane locale, che ci aveva indicato il cantiere, che ci dice che al distributore, che avevamo precedentemente lasciato, è arrivato l’auto-botte della nafta. Bisogna andare subito, prima che si formi l’ingorgo dei mezzi che si devono rifornire. Rimontiamo, velocissimamente, e ci dirigiamo verso l’area di servizio (non nego che, passando di nuovo davanti al cancello guardato dal cerbero coreano, col cappello da comandante, qualcuno ha fatto i saluti con dei … gestacci).
Facciamo poca fila davanti alle pompe, perché siamo arrivati in tempo utile, dopo la “soffiata” del giovane locale, che ha rifiutato, per questa sua gentilezza, una ricompensa venale, ma (vedendo i nostri cappelli) ne ha chiesto uno uguale: gliene abbiamo consegnato, per la sua gioia, un numero spropositato.
Assistiamo, mentre aspettiamo il nostro turno per fare rifornimento, a quella che battezziamo “operazione tombino”. Siccome il coperchio del contenitore interrato di carburante non vuole aprirsi, l’addetto lo … spacca in due con delle vigorose martellate! Poi, per guardare noi (che nel frattempo approviamo rumorosamente la “spaccata” del coperchio, con un italico applauso), si distrae e ci … casca dentro! Facciamo la foto al benzinaio con una gamba dentro al bocchettone del serbatoio; ne facciamo un’altra al papà del benzinaio, che l’ha chiesto per essere, probabilmente, pari al figlio e che, indicando i cammelli che brucano vicino, ci ha detto, a gesti, che sono suoi. Ora, oltre all’allevamento degli animali, gestisce il punto vendita dell’area di servizio: biscotti, sigarette, accendini, ecc.

Facciamo il pieno e ripartiamo. La strada continua ad essere incredibilmente dritta e noiosa. Il panorama, predesertico, è invece molto bello, con tutte le tonalità del marrone. Ad un incrocio, veniamo fermati da quattro soldati che, ci dicono dopo, vivono in un piccolo caseggiato, a stanza unica, che ci fanno vedere. La monocamera è tenuta in condizioni miserrime (per terra vi è di tutto) e li ripara quando sono liberi dai turni di guardia di … dieci giorni (non capiamo cosa difendono, dal momento che sono senza armi e senza radio e non riusciamo ad immaginare dove vanno quando sono in libera uscita: attorno non c’è niente).
Si fa notte quando arriviamo a Sabha; prendiamo possesso delle camere in un albergo incredibilmente sporco e molto “trascurato”. Guardando bene il letto, e scoprendone le lenzuola, vedo tanti peli adagiati sopra: mi viene il sospetto che, prima di me, ci sia stato un cammello! Tolgo le lenzuola e decido di dormire mettendo il sacco a pelo sopra il materasso. Il medico, che dorme in una stanza definita suite, ha un letto matrimoniale con le coperte e senza le lenzuola; l’architetto ha una camera con bagno, ma sprovvisto di sanitari. Sono stati divelti ed è rimasto, solo, il buco sul pavimento.
Prese le camere, usciamo dall’albergo ed andiamo a cena in un ristorante tipico, dove mangiamo pollo e riso e beviamo, apertamente, vino e liquori, con l’approvazione del cameriere e del cuoco che, a gesti, ci chiedono se si possono unire al “beveraggio”. Simpatica compagnia di beoni.
Ritorniamo in albergo e decidiamo di partire, l’indomani, alle 8.00.

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