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SCUOLA  DISPERSA O RITROVATA

IL DUBBIO / 61

di Enea Di Ianni

Lunedì 30 maggio 2022: il mondo della scuola scende in piazza con la forza della disperazione, la disperazione di chi ha visto, per anni, sfrecciare nel cielo, come tante chimere,  promesse e proclami, impegni e assicurazioni, disegni e proposte che si sono rivelati parole in libertà, enunciati roboanti e solenni quasi mai tradottisi in “fatti” davvero apprezzabili.

Continua a trascinarsi, intanto, immersa in uno stato di palese sofferenza e stanchezza, il pachiderma “ Scuola”, una grande elefantessa chiazzata nel manto per le tante “toppe” che una passerella di Ministri e Governi si è sbizzarrita ad appiccicarci sopra. Dovevano essere segni di attenzione e di riguardo ed invece si sono rivelati solo chiazze appiccicaticce, sparse qua e là senza neppure il buon senso e l’estro per farne un vivace Arlecchino.

E’ nata proprio male la nostra “Scuola”, con una sorta di percorso al contrario, quasi contro natura. Tutti gli esseri viventi muovono, con gradualità, dall’infanzia alla maturità, passando per adolescenza e giovinezza, la scuola, invece, si è preoccupata prima dei giovani, poi degli adolescenti e, solo alla fine, dei bimbi.

Quando nel lontano 1867 Napoleone  istituì, nel Veneto, a Verona, il Liceo “Scipione Maffei”, ancora in attività oggi, il senso che a tale scuola si volle attribuire fu quello di “fucina”: fucina di cultura, di politica in senso lato, di crescita  democratica.

Legati a quei “Licei” troviamo la passione dei  docenti, il rapporto che essi stringevano con gli studenti, dentro e fuori la scuola. Quanti esempi di “Prof” che, il sabato pomeriggio, si ritrovavano con gli allievi per discutere di letteratura, di filosofia, di cinema, di politica.

Altri tempi? Altri giovani? Altri docenti?

Sicuramente sì, ma non perché fossimo in altra stagione, in altra epoca, in altra società. No, non è questo: era “altra” la Scuola e lo era per intenti, per impegno, per professionalità, per considerazione.

Erano “altri” anche i politici che nella scuola confidavano, credevano, riponevano speranza e fiducia. Non la lasciavano “sola” perché sapevano che contava per davvero!

Era, quella, la stagione in cui le scuole, le singole scuole, avevano ciascuna una propria personalità, oltre che un nome da onorare e un credito da non svilire.

Vogliamo parlare delle Università? Già il loro nome, “università”, nasceva come sinonimo di “apertura”, di accoglienza senza confini geografici e culturali, un’accoglienza che non si traduceva nell’abbassamento del livello di formazione, ma che si avvaleva di corsi di studio predisposti dagli stessi docenti e che fondava la propria efficacia nel “metodo” e nei percorsi che contemplavano la “lectio”, la “quaestio”, la “disputatio”,  la “determinatio”. Sì, la lezione, l’individuazione del problema, la disputa interpretativa, il confronto de visu, la sintesi conclusiva.

Tanti momenti davvero importanti, fondamentali per un cammino culturale che impegnava tutti: professori, studenti, famiglie, società, governti. E tutti assumevano, con se stessi e con gli altri, l’impegno di viverla, l’Università, rispettando puntualmente il proprio ruolo: il docente insegnava puntualmente, gli studenti frequentavano con assiduità le lezioni, i seminari, le esercitazioni coordinate dagli assistenti.

La sintesi conclusiva era la verifica in sede di “appello”: un esame pubblico, faccia a faccia, un confronto tematico dal quale si usciva promossi o bocciati, qualche volta, eccezionalmente, “rinviati” all’appello successivo. Costava l’Università, è vero, anche le scuole costavano, ma non è che oggi siano diventate gratuite. Erano solo per pochi? Anche oggi non sono ancora per tutti.

Tanto per divertirci potremmo cercare proprio su internet costi e offerte per accorgerci che i loro costi le scuole ce li hanno ancora. Ci siamo mai chiesti quanto costi la “mortalità scolastica”?  E’ un fenomeno che colpisce uno studente su quattro: il 30,6% degli iscritti alle scuole superiori di 2° grado non arriva al diploma e i maschi sono più delle femmine.

Perché si abbandona la scuola? Perché i percorsi di studio sono troppo teorici e le lezioni sono lontane dagli interessi reali dei giovani. Ma non è solo questo, che già è tanto e significa molto. Si abbandonano i percorsi di formazione secondaria di 2° grado  per “scarse condizioni economiche”, per “demotivazione”, per “senso di inadeguatezza”.

Il colpo di grazia lo ha inferto il Covid 19, con la tanto decantata didattica a distanza che ha davvero scavato trincee enormi di disuguaglianze.

E’ beffardo pensarlo, ma vile non dirlo: il Covid 19, in tutti i sensi, se l’è presa con i “deboli”, i deboli di salute e quelli mancanti di risorse.

Chi ha va e chi stenta rallenta… sembra una legge di natura, invece è solo una conseguenza dovuta a disuguaglianze sociali e non naturali, a indifferenza politica di chi si candida per il bene altrui (così dicono in tanti!) e alla fine coltiva gli orticelli  suoi. Quel che dispiace è che la mortalità scolastica costa; costa in dignità che annulla, in entusiasmi che spegne, in energie che occulta ed anche, come in tutti i decessi,  di soldi che si spendono a vuoto. Con la mortalità e la dispersione scolastica vanno in fumo settemila euro all’anno per studente,  un investimento pari a 55,4 miliardi, circa  3 miliardi l’anno.

Quello che, però, più tocca è il sapere che di quei giovani, che si perdono per strada, tranne le statistiche, nessuno parla. Verrebbe da pensare ad altri giovani che, in altra stagione, commossero il poeta: “Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!” Erano solo trecento e non passarono inosservati, i nostri dispersi e scolasticamente falciati sono tanti, di più, eppure nessuno li celebra mai. Non sono stati fortunati, non hanno, forse, incrociato quei professori d’altri tempi, quelli che, il sabato, fuori della scuola, continuavano a confondersi  con gli studenti.

Certo continuavano a discutere perché già nella scuola ci si ascoltava e si discuteva crescendo e apprendendo insieme.

Questo lunedì 30 maggio l’ho letto in chiave positiva: ha scioperato “la Scuola” che, fiera del proprio valore, rivendica rispetto e dignità e lo ha fatto senza pregiudizi di bandiera politico-sindacale. Hanno scioperato quelli che nella scuola non hanno mai smesso di credere e che vivono con sofferenza, nel cuore, ogni abbandono perché sanno che, quando accade, non si spegne solo una speranza, ma si conta anche una sconfitta umana e professionale.

Oggi è stato il primo passo. Mi auguro che, domani, il secondo lo faremo rivendicando il bisogno-diritto di vivere la scuola in presenza per tornare a lasciarci coinvolgere in un gioco di ruoli e sentimenti che esclude tutto ciò che ha sapore di distanza e di artificio.

La scuola è vita, vita vera e sempre e non può “disperdersi” nel nulla.

Luigi MERCANTINI, “La spigolatrice di Sapri”.

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