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IL GASOLIO, LE BANANE, LA NEVE

Benessere / 60

IL GASOLIO, LE BANANE, LA NEVE

di Giuseppe Mazzocco

È il giorno 3 febbraio 1999

   

La mattina, sveglia alle ore 6.45 (sempre col solito metodo da caserma per sordi, del nostro capo spedizione), colazione fredda e ritorniamo alla frontiera fra Tunisia e Libia. Se uno non sa che cos’è la frontiera d’ingresso libica (soprattutto se i soldati vedono che è stata attraversata, nella stessa direzione, il … giorno prima), sarebbe meglio che restasse nell’ignoranza. Comunque, il capo spedizione “evade” le pratiche di frontiera (tutte scritte in arabo) alle ore 13.50. Non sapremo mai cosa abbia raccontato ai militari libici, per convincerli a farci passare. Siamo, per la seconda volta e nel giro di poche ore, di nuovo in Libia.

  Una pioggia scrosciante bagna il nostro ingresso in questa ex colonia italiana. Sui bordi delle strade i cartelloni pubblicitari sono scritti nella sola lingua araba: non vi è traccia di niente che possa ricordarci il nostro mondo. Il regime ha proibito ogni cosa che possa essere collegata con l’Europa e col resto del mondo creando, così, uno isolamento strano, perché molti tetti accolgono antenne e parabole che ricevono trasmissioni italiane!

   Annoto che i libici guidano in maniera pericolosa e l’ambiente appare molto sporco. Ci fermiamo presso un mercatino, in una stazione di servizio lungo la strada, ed il capo spedizione fa un cambio, in nero, di dollari in valuta locale; sostiamo per fare rifornimento e ricevo la piacevole sorpresa di fare un pieno di gasolio, pagando 37 lire al litro! Un regalo.

   Più in là, vediamo un venditore di frutta; comperiamo delle banane, al prezzo di 1.500 lire l’una! Un furto. Col prezzo di una banana si pagano 40 litri di gasolio. I libici avranno lo stomaco vuoto, ma posso scorrazzare, quasi gratuitamente, in lungo ed in largo!

   Per ricordo chiediamo se possiamo fare una foto del venditore di frutta e del benzinaio: accettano molto volentieri!

FOTO N. 2

   Ripartiamo che incomincia a fare notte, con la temperatura che si è ulteriormente abbassata. Dopo qualche chilometro, incomincia a nevicare! I tergicristalli fanno fatica a scansala!

   Le gomme da sabbia hanno poca aderenza sull’asfalto, reso viscido dall’abbondante nevischio.

   Non crediamo ai nostri occhi; in qualche bivio dobbiamo aver sbagliato a prendere la strada giusta: fra pochi metri, sicuramente, incontriamo il cartello “Benvenuti a Cortina”!

Invece, arriviamo a Gharyan e prendiamo possesso di un hotel del posto. Ci rannicchiamo nelle poltrone della hall. Fuori, mentre ceniamo, continua a nevicare. È freddissimo! La stanza, naturalmente, non ha nessun tipo di riscaldamento. La sera vado a letto, dentro il mio sacco a pelo messo sotto le coperte, indossando tutto quello che ho: due magliette intime, un pigiama sopra l’altro ed un pile.

   Guardo fuori dalla finestra, appannando i vetri con il mio respiro. È incredibile veder la neve che viene giù con ovattata corposità; che copre gli alberi appesantendone i rami; che “sopraeleva” i tetti a terrazza delle case innalzandone i profili; che “asfalta” di bianco il nero manto delle strade e che crea un freddo che ti costringe a “ritirare” il collo a tartaruga. Il fatto è che mi trovo nel … deserto africano e non in una baita di una stazione sciistica alpina. Il capo d’abbigliamento più pesante che porto è una leggera giacca a vento e non il mio confortevole piumino, né la montanara calzamaglia in lana; ai piedi ho scarpe di tela e non i caldi moon boot; sulla testa ho un traforato cappellino e non il mio passamontagna! Dov’è la mia confortevole giacca a vento? Dov’è il caldo africano? Perché parlano di effetto serra e di innalzamento della temperatura, senza mai essere stati nel deserto libico, sotto una tormenta di neve? Domani, fuori dalla porta, potrei incontrare Armaduck, il fido cane da neve di Ambrogio Fogar, e non il classico cammello del Sahara!

   Dio mio, come sono cambiati i tempi!

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