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EREDITARE O DESIDERARE?

IL DUBBIO  / 60

EREDITARE O DESIDERARE?

di Enea Di ianni

Diverse volte è capitato e capita a tanti – se non a tutti – di domandarsi, magari nei momenti meno felici della vita, perché  non sia toccato a noi di essere eredi di qualcuno molto, ma molto, benestante. Ci siamo rammaricati per non essere stati baciati dalla dea bendata, magari ci sarebbe bastato che ci avesse sfiorato leggermente con le dita e, forse, il nostro destino sarebbe cambiato da così a colà!

Lo abbiamo pensato le volte che avremmo voluto possedere un’utilitaria di seconda o terza mano e invece, a malapena, avevamo una bici non proprio fiammante e, poi, siamo tornati a pensarlo quando avremmo voluto poter fare i galanti con le ragazze, ma in tasca disponevamo appena degli spiccioli per pagarci la corriera che ci avrebbe riportato in paese.

Certo è che in quei momenti di grigiore sembrava crollarci il mondo addosso e non riuscivamo a intravvedere uno scorcio di sereno. Poi il destino ci poneva a fianco, come amici, altrettanto sognatori di mestiere e, insieme, magari appena fuori paese, in un angolo  visitato solo da un raggio lunare, ritrovandoci quasi a piagnucolarci addosso, cominciava la rinascita, l’emersione dal buio o, come la chiamava lo storico del gruppo, il “risorgimento”. Si cominciava col domandarci cosa avremmo fatto se, da figli di papà o mammà, ci fossimo ritrovati  a far parte dei pochi fortunati che nuotavano nel benessere più sfacciato. E cominciava, come un fuoco di artificio, l’esplosione dei desideri più segreti, Senza esitazione si rincorrevano uno dietro l’altro e, man mano che esplodevano all’esterno, cominciavamo a sentirci più leggeri. Dopo la raffica iniziale, anche i desideri si facevano più radi e proprio allora cominciava una lenta disamina stimolata dalla domanda, ricorrente, che lo psicologo del gruppo, poneva a ciascuno: “Per farci che?”

Sì, il nostro gruppo aveva lo storico, lo psicologo, il “ci penso io”, tre di noi che, nei momenti cruciali, cercavano di capire la consistenza del dato di fatto, i possibili percorsi per risolverlo, In genere, dopo un’ampia disamina di ciò che ci stava a cuore, pur apprezzando le qualità dei personaggi di cui sopra, ognuno rimaneva con la propria opinione e con la rogna da grattarsi. Nel caso in questione, alla domanda “Per farci che cosa?” sembrava facile poter rispondere, invece, strada facendo, si rimaneva a corto di risposte.

Che avremmo fatto se fossimo stati figli di papà? Avremmo comprato, comprato, comprato… Tutti mancavamo di tanto, perciò il primo impulso era quello di poter avere,… comprando.

Il terapeuta incalzava.“Bene. Dopo aver comprato tutto quello che avete elencato, provate a dire cosa ci fareste?”

Di botto la bolla che ci aveva tenuti sospesi, facendoci galleggiare, a mo’ di sogno, in un mondo immaginario, si scioglieva. “Avere” ci era sembrato davvero il massimo, ma il dover dire “per farci che” ci riportava, senza volerlo e rapidamente, a fare i conti con la differenza tra “essere” e “avere”.

Fu allora che mi fu chiara la specificità di questi due ausiliari. Se avessimo avuto, avremmo comprato tutto. E poi? Una volta avuto tutto, che fine avrebbero  fatto la voglia di  sognare e il desiderare? Già, che fine avrebbe fatto il “desiderio”, ch’era la molla di tutto il nostro agire e pensare?

Desiderio, dal latino de-sidus, “…composto dalla preposizione de, che in latino ha un’accezione privativa, e da sidus che significa, letteralmente, stella. Desiderare significa quindi avvertire la mancanza delle stelle

Ma non basta, perché quel prefisso “de” “…ha anche valore di origine o provenienza, quindi un altro significato del termine è: proveniente dalle stelle”.

Come dire? I desideri dimorano in alto, ci innamorano dall’alto e ci spingono a guardare su, in alto e in lontananza.

Il desiderio vive sulle modulazioni dell’essere: sono, ma tendo, di volta in volta, ad un sarò che mi affascina e verso il quale sono fortemente attratto ed anche spinto. La forza dell’ ”avere”, però, non demorde, è sempre in agguato e torna come miraggio lasciando sottintendere che dall’avere possa derivare il  ben essere, lo star bene. Così sempre più persone, soprattutto uomini, negli anni 60-70, si ritrovano a giocare, settimanalmente, la schedina del Totocalcio.

La giocano non perché esperti di pallone, ma per tentare la fortuna. Tentano la fortuna senza essere esperti di calcio perché confidano nella sua cecità, nella cecità della “Signora” (la Fortuna!) che, muovendosi con gli occhi bendati, potrebbe inciampare in qualcuno di noi… “Non si sa mai!”, ripetevamo i più.

E mentre si passava dalla speranza alla delusione per tornare, poi, a sperare di nuovo per rimanere, ancora una volta, delusi, nella vicina Sulmona in quegli anni si festeggiò il primo miliardario, un miliardario di suo, fattosi con la lunga attività commerciale di famiglia. Provammo ad immaginarlo, il miliardario, nel suo abbigliamento senz’altro elegante, nel suo incedere, fiero, tra la gente, nel suo sentirsi al centro dell’attenzione, nel dispensare cenni del capo per rispondere al saluto ossequiente di quanti lo incrociavano.

E mentre l’immaginazione correva, la vita ci riportava ai problemi del quotidiano che andavano risolti, uno per volta e con impegno personale.

Fu allora che ci accorgemmo del piacere che si celava dietro la loro soluzione e di come fosse straordinariamente bello arrivarci, alla soluzione, dopo aver tentato, provato, sbagliato, riprovato e, finalmente, avercela fatta.

Era “dentro” che ci si sentiva euforici, ebbri di piacere che, però, prendeva corpo e raggiungeva il punto più alto di soddisfazione solo e soltanto nel momento in cui lo condividevamo con gli altri. Così un bel voto sul libretto universitario prendeva davvero senso e corpo nell’istante in cui lo comunicavamo a quelli che, affettivamente, per noi contavano davvero.

Vivere la vita è un continuo accorgerci che qualcosa ci manca, tant’è che muoviamo alla ricerca di quel qualcosa che non conosciamo, è vero, ma che pure siamo spinti a cercare. E’ qualcosa che non conosciamo, ma sappiamo che esiste e ci attrae perché fatti non fummo “a viver come bruti, ma per seguir virtude e cagnoscenza”; non per “avere”, ma per “essere”.

Ci sono due tipi di esseri umani: quelli che con il mondo hanno  un rapporto  di possesso e proprietà (vivono cercando di impadronirsi di ogni cosa e di ogni persona), e quelli che, col mondo, hanno un rapporto esistenziale fatto di  vitalità e affettività. Per i primi prevale I’ “io sono ciò che ho, ciò che consumo”, per i secondi io sono ciò che sento e ciò che faccio.

Torna la dualità tra “avere” ed “essere”: l’avere “si riferisce alle cose e le cose sono fisse e descrivibili. L’essere si riferisce all’esperienza e l’esperienza umana è in via di principio indescrivibile” (Erich Fromm, “Avere o essere?”, 1976).

Nell’esperienza quotidiana della vita tutto ci parla dell’avere e ci invoglia ad avere. “Se hai puoi…!”, ci urla, con linguaggio umano  subliminale,  il presente. Puoi tutto, non dovrai mai chiedere, ti sarà dato perfino l’amore se avrai l’accortezza di usare quel “parfum” particolare. E le immagini si arricchiscono di donne che stramazzano e uomini che si accodano all’incedere  di “lui” o di “lei” che emanano essenze inebrianti.

Qualcosa non mi torna. L’effetto “parfum” ha un suo pregio, non lo nego; finito l’effetto, che resta? E’ importante che resti il desiderio, il sogno segreto che ci anima dentro, quel momento di equilibrio provvisorio tra “essere” e “voler essere” che ci stimola a vivere e ad amare la vita.

Monica CARNALI, “Per un’educazione del cuore”.

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