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MODA SOSTENIBILE… PER IL PORTAFOGLIO,  NON PER L’AMBIENTE

Educazione&Ambiente /59

MODA SOSTENIBILE… PER IL PORTAFOGLIO,  NON PER L’AMBIENTE

di Paolo Rico 

Una moda che non raggiunge le strade non è moda   

                                                                       Coco Chanel

 

…”Se non si è pensato alla lotta all’inquinamento contemporaneamente all’abbattimento dei costi, si dovrà adesso agire per ridurre sprechi e scarti, migliorando le tecnologie del riciclo dei tessuti e contrastando razionalmente inutili sovrapproduzioni, per privilegiare diversificazioni ideative e lavorative”

Moda: cosa non si fa per te? Colpa, pare, di visibilità ed effimero, considerati i pilastri di quel consumo compulsivo, particolarmente diffuso nell’abbigliamento e settori merceologici affini: calzaturiero; pellame; tessuti; passamanerie; tovagliame; suppellettili; jewellery e via via ascendendo sulle creste ammiccanti delle cangianti catene dell’esibizione ossia dell’apparire-versus-essere. Tutto vero, tutto sperimentato: almeno fin quando le spire di un conflitto interno all’oggetto del desiderio consumistico non hanno avvolto, quasi stritolato, gli opposti schieramenti di prêt-à-porter e haute couture, disposti sulla scacchiera di questo consistente spicchio della nostra economia, come, più in generale, della vita di relazione ovunque presente. Ambito, che ha interessato anche la sociologia, impegnando illustri analisti nel lumeggiare le dinamiche esteriori e i contenuti di questo territorio di confine tra ingegno e manufatto; arte e società; cultura e produzione; emozioni ottative e razionalità decisionale; neuroeconomia e prospettive tecnologiche. 

Di qui, un recente studio, che principiando dalla svolta eco nel campo della moda, ne ha vagliato i riflessi nelle preferenze della domanda, per accertarne, infine, il grado di interiorizzazione delle salienze rintracciabili nel quadro completo di compatibilità ambientale, connesso alle produzioni di capi ecologici. Un’articolata disanima dalla sorprendente conclusione: l’ecosostenibilità nella moda sembra piuttosto premiale per i clienti e, per contro, davvero ingenerosa con la prioritaria lotta all’inquinamento. 

Ma non si può non chiarire innanzitutto la natura e il perimetro identificativi del concetto di sostenibilità, per fissarne le coordinate nell’equilibrio, stabilito tra gli attuali termini del consumo e le prevedibili esigenze future di una domanda sempre responsabile, non costretta, quindi, a costi superiori agli attuali, nell’auspicabile miglioramento dei parametri qualitativi dell’offerta, soprattutto per il profilo ambientale e il contrasto all’inquinamento. Tutto, realizzato lungo una direttrice, che sposta l’issue dell’«io e adesso» verso l’eminente approdo al «noi e domani», per la conquista del podio, riconosciuto al consumo senza danno all’ecosistema, in cui possiamo agire tutti quanti ma senza far male al contesto di tutti quanti noi, appunto.  

E’ l’operazione, scattata, nella ricerca in questione, con il riconoscimento di quella rivoluzione contemporanea nella moda, rubricata come fast fashion perché capace di soddisfare clientela, desiderosa di capi quanto convenienti tanto rapidamente disponibili nell’accelerazione, tipica per i nostri tempi, delle frequentissime variazioni di un gusto davvero instabile. Mutevolezza, manifestata, ad esempio, da collezioni, bistagionali fino a poco tempo addietro ed ora capaci di anticipare stili e tendenze con spasmodica frequenza, indotta, in qualche caso, da futuribili applicazioni dell’AI secondo processi di democratizzazione della moda, di slittamento del luxury, che ultimo viene spalmato su ogni collezione medio-bassa e pop contestualmente alle passerelle dell’alta moda. Ne segue un più efficiente impegno nel tener bassi i costi finali, perché la democratizzazione dell’haute couture abbia successo nel segmento della cosiddetta super fast fahion: del tutti i capi accessibili e presto. In che modo riesce in ciò il sistema produttivo è presto detto: controlli più sgangherati e tempi di lavoro luddisti, con inevitabile peggioramento per la qualità dell’occupazione,  profilabile come stagionale, decentrata e peggio retribuita, proprio come sul versante delle materie lavorate, al 60%  – individua la citata ricerca sociologica –  composta da petrolchimici e polimeri della plastica come nylon, viscosa, poliestere, e, soltanto per l’1%, da cotone organico. 

Insomma, drammatico quadro di intossicazione ambientale, provocato da un mercato veloce e senza qualità; perciò, alimento prediletto di discariche di rifiuti e di emissioni inquinanti degli impianti. 

La super fashion industry libera, infatti, 4-5 miliardi di tonnellate all’anno di CO₂, sottraendo almeno 79trilioni di acqua, per rilasciare oltre 92milioni di tonnellate all’anno di fibre tessili di scarto, e contribuire, infine, al 35% della mortalità degli oceani, soffocati da microplastiche e dalle stesse scorie di scadentissimi tessuti, in qualche modo collegati al crescente aumento del consumo di vestiario. Quest’ultimo  – passato da meno di 6 kg pro-capite a più di 13 l’anno –  nel 2030 potrebbe raggiungere complessivamente 102milioni di tonnellate. 

Ergo: la moda rapida e scontata può piacere al consumatore e piace, comprensibilmente, ma  – spiega la citata ricerca sociologica –  non è affatto un piacere per l’ambiente. Soprattutto quando l’indagine passa a scoprire che la domanda di capi ecosostenibili reclama equità di prezzi, disposta a pagare solo dal 10 al 25% in più rispetto alla moda convenzionale. Troppo poco  – calcolano gli economisti –   per remunerare i produttori di capi ecosostenibili. Con l’aggravante, osserva la ricerca, di una sottoutilizzazione dell’economia circolare, in grado di offrire vantaggiosamente l’usato o lo sharing, ignoti invece alle modalità di acquisto dell’81% circa della clientela media. Insomma, moda sostenibile ed economia circolare se ne vanno ciascuna per sé.

Si può forse evitarlo con una nuova educazione al consumo integrato. Difatti al consumatore sfuggono le ragioni di prezzi elevati per l’abbigliamento sostenibile. Il che interpella trasparenza; ovvero si impongono chiarezza ed accessibilità ai costi delle lavorazioni pulite e bio, soprattutto perché risultano troppo favorevoli all’imprenditore i costi dell’industria del fast fashion a causa della sua naturale indifferenza alle sorti del pianeta. Ed è più grave che questa criticità non è affatto condannata dalla domanda né lo sarà prevedibilmente in futuro alla luce degli scenari, ipotizzati ora dagli analisti. I quali stimano che clienti del fast fashion sono per lo più i giovani. 

Che fare? 

Se non si è pensato alla lotta all’inquinamento contemporaneamente all’abbattimento dei costi, si dovrà adesso agire per ridurre sprechi e scarti, migliorando le tecnologie del riciclo dei tessuti e contrastando razionalmente inutili sovrapproduzioni, per privilegiare diversificazioni ideative e lavorative.

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