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L’ITALIA IN TOP 20 GRAZIE ALLE BIOPRODUZIONI

Educazione e Ambiente / 57

RILEVAZIONI GREEN: L’ITALIA IN TOP 20 GRAZIE ALLE BIOPRODUZIONI

di Paolo Rico 

Non è più rossa… di vergogna l’Italia, che risale  – invero, un po’ a fatica –  la classifica verde mondiale. Così, entra finalmente nella Top 20 internazionale lo Stivale, che è premiato particolarmente dalle ottime perfomances di un’agricoltura sempre più bio. A comprimere purtroppo il risultato green italiano nel mondo è uno scarsissimo tasso di mobilità ecosostenibile, con grave pregiudizio alla tossicità delle emissioni in atmosfera.

Il Nord Europa conferma  – da tradizione ormai consolidata –  il primato in ognuno dei parametri “puliti”, che concorrono alla posizione in graduatoria. In testa, ecco la Scandinavia. Poi, ad intervalli brevissimi, ci sono Danimarca; Islanda; Norvegia e Finlandia. Una vera e propria filiera dell’eco-equilibrio planetario sembra accomunare questa serie di Stati pressoché contigua geograficamente sia per esiti sociali; che in priorità politico-economica e scelte comportamenti personali e collettivi: tutto all’insegna, appunto, della tutela ambientale. 

Che si tratti di una classifica verde a scalare, quanto a virtù, da nord, eccellenza, via via a scendere verso il sud del mondo, meno ecosostenibile, sembra dimostrarlo anche la collocazione dei paesi dalla maglia nera. Vi si indicano: Iran; Algeria, Paraguay; Qatar; Guatemala e Ghana. Senza tralasciare Russia e Ucraina, che, impegnate da oltre 2 mesi in un tremendo conflitto, si osserverebbe dalle alterne fortune sul terreno, sono malauguratamente appaiate, invece, nei peggiori livelli di inquinamento interno. Colpa, pare, di un assoluto immobilismo nel fronteggiare le variabili della sorveglianza ambientale.

Quasi come in Cina e negli Usa- Entrambe in zona medio-alta della graduatoria mondiale, ma tutti e due i Paesi condividono politiche ambientali pressoché da coda della classifica. Quel che viene interpretato sia come la classica arroganza di potenze mondiali, sia come disastrosa incoscienza, tipica di atteggiamenti e pratiche inconsulte in tema di equilibrio ecologico; di egoismo e di irresponsabilità. Senza che nessuna efficace censura possa contrastare tali violazioni al concento internazionale.

In Danimarca, ad esempio, sono stati tesaurizzati circa 762milioni di dollari da aste pubbliche destinate ad investimenti in programmi di transizione energetica e di modernizzazione ecologica. Nei Paesi bassi procede spedita la sostituzione di treni e vettori collettivi con mezzi a diesel ed elettrici. La capitale dell’Islanda punta a massimizzare la disponibilità di trasporto locale ad idrogeno. Inoltre, nella città di Reykjavik solo lo 0,1% dell’elettricità consumata è prodotta da combustili fossili. Si è vicini a migliorare addirittura il record europeo  di ricorso alle rinnovabili, perché la capitale danese diventi rapidamente la prima città del mondo ad emissioni Ø. Si tratta evidentemente di vero e proprio habitus nazionale; di una specie di fattore identitario, per nulla distante dallo stile di vita di Paesi contermini, come si arguisce, apprezzando analoghe dinamiche nei territori contermini del Nord Europa più virtuoso ambientalmente.

E da noi come va? Il rapporto, argomentato con le stime del Green Feature Index, saluta questa volta una rimonta verde del Paese. Ringrazia  – come anticipato –  la svolta ecocompatibile delle coltivazioni. Il 15% dei seminativi è bio: più che nel resto d’Europa. Ma, per la qualità dell’aria, il miglioramento non pare così premiale. Perché il prefato rapporto si basa sull’analisi combinata di risultati, derivanti dall’osservazione di una serie organica di parametri ambientali. 

Quanto ad emissioni di CO₂, è vero, si è passati in un anno da 579 a 431milioni di tonnellate, ma l’Italia è inchiodata al 37.mo della graduatoria internazionale. Si è registrato un incremento nell’uso di auto elettriche; ma la maggior quota di queste vetture non sono auto private, piuttosto si tratta di mezzi a noleggio, per lo più disponibilità aziendali e non patrimonio personale sostitutivo della macchina a trazione tradizionale, più tossica ed inquinante. Colpa dei prezzi troppo alti delle novità su strada: di questo sembra essere generalmente convinta una domanda interessata, ma balbettante. Però, tra gli altri indicatori di avvelenamento del rapporto esaminato, ci sono i valori di sfruttamento delle capacità verso la transizione energetica; l’estensione di verde; la condizione del clima; il ricorso a tecnologie pulite e la diffusa capacità di organizzazione innovativa. Insomma, tutti settori in cui il nostro Paese arranca, anche se l’applicazione per scalare la classifica è testimonianza da trend più e meno positivi a macchia-di-leopardo, rilevati dalle misurazioni convergenti alla definizione della posizione conclusiva.

Non essere più al 22.mo gradino, ma conquistare quest’anno il 17.mo posto ripaga  – con l’ingresso in Top 20 mondiale –  delle misure adottate verso una più omogenea e convinta azione di ecosostenibilità. Una scelta, che va ufficialmente caratterizzando l’azione istituzionale concertata per Roma, almeno nell’ambito del turismo. Ambito, cui la capitale si approccia, infatti, con l’offerta da parte di quasi tutti i tour operator di proposte, che, in programmazione di visite guidate e di ricettività, non disegnano buone prassi di circolarità ambientale e di sfruttamento energetico sostenibile. Sarà tattica di breve momento? Magari è solo un tentativo per riposizionarsi sul mercato turistico, disastrato dal crollo della clientela vecchia e nuova, a causa della pandemia e, ora, anche per la guerra russo-ucraina. Però, il fatto che gli stakeholders si siano ritrovati d’accordo   nell’azione positiva per situare la vacanza romana in un ambiente all’altezza dovrebbe  certificare che la strada è imboccata e non sarà reversibile. Ottimo così, perché tra un anno tornerà puntuale e inoppugnabile la verifica della classifica mondiale dei Paesi green.

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