HomeLa RivistaLA DISINVOLTA PREPARAZIONE “DELL’ALLEGRA BRIGATA” PER LO STUPORE AFRICANO

LA DISINVOLTA PREPARAZIONE “DELL’ALLEGRA BRIGATA” PER LO STUPORE AFRICANO

Benessere /56

di Giuseppe Mazzocco

Prologo

   Io mi qualifico, per dare a questo scritto pregnanza accademica ed autorevolezza di cronaca, professore e giornalista. Naturalmente, come per tutte le false qualifiche che ho scritto sul diario ufficiale per i miei amici e compagni di viaggio (guida, viaggiatore, imprenditore, senatore, dirigente, medico, architetto, religioso, giornalista, ecc.), mi sono attribuito titoli che non ho e molto di quello che riporterò in seguito (soprattutto nei dettagli, in cui risolvo situazioni particolari nei luoghi fantasiosi che avremmo attraversato) l’ho copiato, miseramente, dal “Manuale delle giovani marmotte africane”.

   Invento, inoltre, un “passaggio” nel quale il gruppo mi nomina, prima di partire, “piccolo scrivano africano”, per gli amici “lo scriba”, per cui (forte di questa investitura, ma assolutamente incapace di scrivere un diario) metto assieme queste quattro parole, contando di affidare il ricordo delle emozioni, vissute davanti agli spettacoli africani, alle immagini delle molte foto che scatterò.

   In verità, per la mia vetusta e difettosa macchina fotografica avevo pochi rullini. Per fortuna, con me c’erano fotografi previdenti, super forniti e con mezzi modernissimi, che mi avrebbero “allungato” le loro preziose pellicole per scattare immagini da accoppiare a queste povere righe: nel diario, l’illustrazione avrebbe “aiutato” la parola.

La preparazione

   Gli incontri che avevamo fatto per preparare il viaggio in Africa avevano sempre avuto più il sapore di momenti conviviali che di riunioni tecniche, anche quando dovevamo prendere decisioni specifiche.

   A pensarci adesso, a distanza di anni, vedo nettamente la nostra disinvolta superficialità nel solo parlare di quel viaggio; riconosco la leggerezza sociale del “cittadino” che nel proprio ambiente riesce a superare le quotidiane avversità con un colpo di telefonino, in un mondo in cui una semplice carta di credito vale una fortuna o si può bypassare con un elicottero una città strozzata dal traffico.

  Solo adesso mi rendo conto che non stavamo, però, progettando di andare a New York, ma nel cuore del Sahara. Volevamo vivere da esploratori, ma senza saper piantare neanche una tenda, anzi, dimenticando di comperarne di adatte.

   La certezza di dover fare tanti chilometri di pista, di deserto, di asfalto, di terra rossa, di rocce, di polvere, di savana, in condizioni atmosferiche sconosciute, non avevano spaventato chi, vivendo in città, non incontra e non conosce l’ignoto.

  

Eravamo partiti da lontano. Il viaggio era stato ipotizzato due anni prima della partenza, con la voglia di andare in Africa, realizzando un itinerario coraggioso: partire da Milano, andare a Genova; imbarcarsi per la Tunisia e, da qui, entrare in Libia; attraversare il Ténéré, superare il Niger fino al Burkina Faso, per arrivare in Bénin. Nello specifico, dopo la partenza da Milano, le tappe dovevano essere: Genova, Tunisi, Surmar, Shwayrif, Sabha, Tarla, Tumu, Pic Zoumri, Agadez, Tahoua, Niamey, Fada-Ngourma, per arrivare a Tanguiéta.

   Da Milano (Italia) a Tanguiéta (Benin), per vivere la “leggenda sahariana” del caldo torrido, dei miraggi, degli incontri con i Tuareg, a contatto con una natura che, per antonomasia, sapevamo essere misteriosa.

   Erano state prese delle ottime auto fuoristrada (che avremmo lasciate ai nostri amici dei due ospedali, cariche di altre necessità per chi vive in quelle terre), già predisposte per viaggi del nostro tipo e che erano state ulteriormente preparate da chi, del deserto, aveva ottima conoscenza. Anche questo ci tranquillizzava.

   Quando, infine, ci comunicarono che al nostro convoglio si sarebbero aggregati, per un buon pezzo di percorso, un camion ed altre due auto, debitamente attrezzate e con gente che aveva fatto la Parigi-Dakar, la nostra superficialità si consolidò in presuntuosa sicurezza.

   A ciò porta la sola idea di andare in Africa: questo è il senso dell’avventura.

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