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UOVO  DI  PASQUA, MA PER CHI?

BUONA DOMENICA DI PASQUA E BUONA SETTIMANA AI LETTORI DI “CENTRALMENTE” LA RIVISTA DELLA DOMENICA

a nome di tutti gli autori

                                                                   Il Direttore Pierluigi Palmieri 

Il dubbio  / 54 

UOVO  DI  PASQUA, MA PER CHI?    

di   Enea Di Ianni

L’uovo, l’ovetto della nonna con quel suo tuorlo tante volte sbattuto, di mattina, con lo zucchero e assaporato da bambini per meglio crescere e supplire alle assenze di farmaci e medicinali divenuti, poi, pane quotidiano per ogni età e problema. 

L’uovo, quell’occhio bianco dalla pupilla gialla, adagiato in un minuto tegamino di creta, pronto a sostenerci quando, “garzoncelli scherzosi”, si aveva necessità di chetare i morsi della fame intingendo, in quell’occhio ancora caldo, tanto tanto pane.

 

L’uovo, quella minutissima botte bianco-rosata che la nonna accostava al calore dei carboni del camino dopo averne inumidito  il guscio e restava a vigilarla osservandola, per un minuto o due, pronta a sottrarla al calore al momento giusto per farne un pasto prelibato, da centellinare con calma, dopo aver forato una delle polarità, magari la più appuntita, per intingere nel morbido rosso, leggermente spolverato di sale, tante sottili strisce di pane. 

Un pasto speciale quell’uovo alla “coque”, tanto speciale da somigliare ad un rituale che aveva anche del miracoloso se, considerata la piccolezza dell’uovo, riusciva a saziare la grande fame di chi lo mangiava permettendo a tante, ma proprio tante, strisce sottili di pane di attingere gustosità fino a saziarci.

L’uovo, quell’insieme di bianco e di rosso che, abilmente amalgamati  e tuffati in una padella a malapena cosparsa di olio, si faceva frittata, tipico pasto “sociale” capace di riunire, intorno a sé, amici e parenti per storiche “rimpatriate”.

L’uovo, quell’involucro chiaro, volutamente lessato in acqua bollente e che, reso sodo e poi colorato nei modi più diversi e geniali, andava ad arricchire e vivacizzare la tavola pasquale e a deliziare il palato di piccoli e grandi. 

Ne toccava, di quelle uova, una parte anche al buon parroco che l’avrebbe ricevuta al momento della benedizione delle case. 

L’uovo, quello di cioccolata con all’interno una sorpresa! Gioia e delizia di fidanzati, fidanzatini e innamoratini in erba, l’uovo di cioccolato ha costituito, per un buon periodo, l’omaggio amoroso più ricorrente, e gradito, che gli innamorati, ufficiali e ufficiosi, preferivano scambiarsi sia per la dolcezza del prodotto che per la sorpresa contenuta e che, a dire il vero, agli inizi giungeva davvero gradita a tutti. Sicuramente dipendeva dal fatto che, negli anni in cui si aveva tanto poco, appariva davvero azzeccato, quasi su misura del destinatario o della destinataria. Sono venute, poi, le uova  pasquali con sorprese per “femmine” o per “maschietti” e, poco più in là nel tempo, abbiamo avuto le uova che includevano soprese personalizzate, ad personam, nel senso che, a richiesta, la sorpresa da includere veniva portata al pasticciere direttamente da chi commissionava l’uovo. 

Perciò sorpresa individualizzata, a misura del destinatario o della destinataria dell’omaggio pasquale. 

Dopo questa carrellata intorno all’uovo, una domanda ce la possiamo fare soprattutto in riferimento al rapporto dell’uovo con la Pasqua. 

L’uovo è il simbolo concreto della vita, è la cellula riproduttiva degli animali e delle piante e quando le galline vivevano libere nei pollai di contadini e famiglie di paese, la stagione primaverile, quella in cui cade la festività della Pasqua, coincideva col tempo della maggiore produttività di uova e di covate. 

  Non erano ancora i tempi delle aziende, quelle che, per incrementare la produzione di uova, tengono le galline assiepate in stie, l’una stretta all’altra, dentro ambienti fortemente illuminati, sempre, per dar loro la sensazione di una lunga interminabile giornata di sole e aumentare la produttività di uova a discapito della durata della loro vita. 

Che bellezza le covate di tante galline, future chiocce! 

Giorni e giorni accovacciate immobili, come matrone, su un giaciglio di paglia sul quale erano allocate delle uova e il tutto  all’interno di una specie di cesta rotonda, in materiale legnoso, detta, in abruzzese, “la còscena”, la stessa che si usava per portare in campagna, sulla testa, il pasto e le vivande in occasione della mietitura e trebbiatura del grano. 

Le uova da covare venivano rigorosamente selezionate dalla padrona di casa perché dovevano essere quelle giuste, quelle che potevano dar luogo al miracolo della nuova vita. Sì, perché l’uovo, la cellula che si forma nel corpo di un organismo femminile, e, nel nostro caso, in quello della gallina, per poter dar origine ad un nuovo essere vivente, ha bisogno di essere raggiunto da una cellula maschile in grado di fecondarlo. La donna di casa, dovendo approntare le uova per la cova, le prendeva una ad una, le sollevava ad altezza di occhio e,  interponendole tra il suo occhio “tecnico” e una sorgente luminosa (spesso una candela accesa), individuava quelle con la “gallatura”, quelle, cioè, contenenti anche la cellula maschile, quella del gallo.

L’immobilità della chioccia sulle uova faceva tenerezza a tutti, tant’è che tutti si preoccupavano se avesse mangiato e ogni tanto, lo ricordo benissimo, le veniva somministrato qualche pezzettino di pane, per lo più mollica, leggermente bagnato al vino. Seppi anche il perché: dovendo la chioccia tener ben calde le uova, l’ausilio di quel bocconcino – che la chioccia, tra l’altro, gradiva! – contribuiva a tener calde lei e la covata. 

L’immagine della chioccia sulle uova, della sua immobilità prolungata, interrotta solo da poche e piccolissime pause per cibarsi, mi ha dato, da sempre, la misura e un ulteriore segno della grande dedizione propria della maternità, che non ha limiti neppure nel mondo degli animali. Poi, per me assolutamente all’improvviso, da sotto quella taciturna matrona spuntava il primo neonato pulcino, incerto nei movimenti e timido nei pigolii. Dopo il primo, ne venivano fuori altri e, qualche volta, era lei, le chioccia, che, con tocchi leggerissimi del becco, aiutava un nuovo nascituro ad aprire il guscio dell’uovo perché, da dentro, il piccolo non ce la faceva. Un concerto di pigolii annunciava  i nuovi arrivati che la madre curava con attenzione. Poi, fiera di sé e dei suoi piccolini, ad un certo momento decideva di dare il via alla prima ufficiale parata della covata, la prima sortita pubblica per abituarli a guardarsi intorno e, soprattutto, per essere guardati ed ammirati. Entravano ufficialmente nel mondo degli umani. Lei avanti e i piccoli appresso; lei fiera di sé procedeva a testa alta, emettendo suoni accennati che scandivano comandi in codice, un codice sconosciuto a noi umani, ma che per i piccoli sembravano comandi in ordine ai quali davano riscontro con pigolii fuori tempo e passettini ancora un poco insicuri.

Quei pulcini, quelle vite, erano e sono, ancora e soltanto, le vere sorprese: tante nuove vite, proprio come quella alla quale ci richiama il Cristo risorto da ormai troppo tempo e che noi fatichiamo ancora a comprendere. 

Basterebbe, ad oriente come ad occidente, a nord come a sud, che quei tanti personaggi che si danno da fare nel predicare bene – e sono per davvero in tanti, anzi in troppi! -, parlassero di meno e, in coerenza col loro dire, si prodigassero nel fare, nell’agire quotidiano e ordinario, prendendo esempio magari proprio da una modesta chioccia che, senza avvalersi di apparati tecnico-scientifico-diplomatici sa provvedere per sé e per la sua covata. 

Home care”, prendersi cura, vuol dire anche aver rispetto della pazienza degli altri, chiunque essi siano e dovunque essi vivano. La grandezza di una carica pubblica non è mai direttamente proporzionata alla paura che si incute, ma piuttosto all’amore che si riceve a propria insaputa. 

Un sorriso contagia sempre e il pianto sconvolge,; è lo stupore che affascina e dà energia alla vita. 

E allora l’uovo di Pasqua per chi? 

Per me solo per chi riesce a stupirci e sa, ancora e davvero, stupirsi: uovo di Pasqua solo per i bambini, per tutti i bambini ovunque essi siano, i soli che hanno davvero la capacità di stupirci e stupirsi, di spingerci ad andare avanti, ad aiutare per davvero gli altri.

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