HomeLa RivistaSaluteGIOCO E GIOCATTOLO: DALL’ESPERIENZA ALLA RAPPRESENTAZIONE

GIOCO E GIOCATTOLO: DALL’ESPERIENZA ALLA RAPPRESENTAZIONE

BUONA DOMENICA DI PASQUA E BUONA SETTIMANA AI LETTORI DI “CENTRALMENTE” LA RIVISTA DELLA DOMENICA

a nome di tutti gli autori

                                                                   Il Direttore Pierluigi Palmieri 

Benessere / 57

 

Gioco e giocattolo: dall’esperienza alla rappresentazione

(Ultima parte)

di Franco Trequadrini (*)

(Testo raccolto da Giuseppe Mazzocco)

 

   Il “gioco antico”, tramite la marcata componente somatica, promuoveva l’acquisizione dell’idea di esercizio corporeo come esperienza di libertà e, come tale, avente anche una forte valenza creativa. Mediante la sinergia dell’espressione verbale favoriva, inoltre, l’acquisizione dello schema corporeo, così come è sottolineato in G. B. Soubiram – J. C. Coste, Psicomotricità e rilassamento psicosomatico (ed. Armando, 1983): “Spesso il bambino anticipa le conquiste della rappresentazione: egli incomincia a fabulare, mettendo così alla prova le parole e il loro potere di suggestione. Il ruolo del linguaggio è quindi profondamente attivo, perché favorisce l’organizzazione formale e rileva le possibilità insite nello schema corporeo” (pag. 27). Tale osservazione degli studiosi francesi è, in realtà, lo sviluppo in “espressione corporea” dell’originale concetto di “schema corporeo”: coscienza del proprio corpo arricchita dalla percezione dello spazio e dei propri atteggiamenti, su cui si fonda la predisposizione del corpo al movimento e all’azione. Se si considera, poi, che lo schema corporeo va visto come una realizzazione ottimale e progressiva dell’adattamento di tutto il corpo, una “idealità” dello spazio vissuto come una legge esterna, risulta meglio visibile quanto finora si è cercato di dire parlando di giochi: essi favoriscono l’organizzazione formale e l’interazione con lo spazio, l’interiorizzazione di esso che diventa poi spazio vissuto.

   E, infine, la socializzazione.

   Quasi nessuno, dei giochi sopra descritti, prevede il bambino solo, ma in un contesto di socializzazione e di cooperazione o anche di competizione. In effetti, superata la fase dei tre anni, è problematico pensare che i bambini possano organizzare e interiorizzare uno spazio vissuto fuori di un contesto di condivisione emotiva, affettiva e di scambio di esperienze.

   La funzione fortemente socializzante di quei giochi, le cui regole non avevano altro fine che quello di una corretta e gratificante esecuzione, conferisce a quei giochi stessi il valore di un tesoro perduto, di salvifica difesa dell’identità che si fa fatica ad attribuire allo schematismo e alla rigidità dei giochi che si svolgono oggi, nello spazio precario di un luogo di risulta, di una palestra male attrezzata o nel cortile di un condominio, le cui regole non prevedono, o annullano, l’“abitante bambino”.

   Potrà sembrare retorica, ma è invece amara e realistica constatazione, il fatto che stiamo organizzando spazi come scuole, palestre, condomini, parchi, ludoteche come “zoo” dei bambini.

   Stesso odine di considerazioni va esteso, traslato, ai giocattoli. Ne Il catalogo dei giocattoli (ed. Theoria, 1988), Sandra Petrignani rievoca la “cerimonia”, ad esempio, con le sue motivazioni ed i suoi scopi: “Se qualcuno avesse avvertito i bambini di avere un particolare riguardo per una determinata persona, la persona sarebbe caduta in disgrazia. I bambini inventavano un linguaggio segreto da usare soltanto per parlare di quella persona (…). Il più delle volte le pallottole non colpivano il bersaglio, in gran parte andavano disperse. Erano di carta pressata, impalpabili. Eppure, pesanti di emozione (…). Il siluro partiva e ci si nascondeva per farla franca, esaltati dalla paura di essere scoperti …”; e la corda, che “infonde allegria e fiducia in sé stessi (…). Si registra una preferenza femminile per questo giocattolo. Al fatto non deve essere estraneo che la coda di cavallo delle bambine, seguendo le oscillazioni della corda, spazzoli l’aria e frusti le guance con notevole benessere delle proprietarie della coda medesima. Chi non ha mai portato i capelli lunghi non può immaginare il sollievo che dà sentirli volare e poi ricadere sulle spalle dall’alto”. Visione poetica, indubbiamente, che però induce a prendere atto della verità che la predilezione differenziata dei due sessi, per alcuni giochi, non è soltanto frutto di una scelta culturale compiuta dagli adulti (per esempio, giocattoli marziali per i maschietti e d’iniziazione domestica e di ruolo per le femminucce, ma anche di una diversa sensibilità per il proprio corpo, come dimostra il modo diverso di giocare con la palla, che sembra essere diventato esclusivo appannaggio dei maschi, mentre, come annota la Petrignani, “Nausica giocava a palla con le ancelle, quando incontrò Ulisse”.

   I giocattoli dei quali stiamo parlando sono, come si vede, quelli “poveri”, se è lecito definire così dei giocattoli ricavati dalla necessità di dar vita a un’attività e poi a un’esperienza. Perché l’interrogativo da porsi è questo: i giocattoli di oggi, danno al bambino la possibilità di svolgere un’attività e di elaborarla in esperienza? Premesso che per attività si intende qualcosa tramite cui il bambino entra in dialogo con le cose, conosce il mondo, se stesso e prende gusto per l’attività esplorativa e conoscitiva, quindi la destinazione dei giochi e la loro configurazione in un progetto organico: mentre per esperienza si intende il significato in cui si elabora, ovvero è il significato cha fa di un’attività un’esperienza (per esempio, il bambino gioca con l’argilla e mentre compie i suoi gesti attribuisce a tutto questo il significato del dono o della gioia: in questo caso l’attività di impastare l’argilla si è fatta esperienza di gioi). Può sembrare passatista la risposta che i giocattoli di oggi consentono l’attività, però non sempre rendono possibile l’esperienza, ma in effetti, il giocattolo acquistato secondo le mode e costoso quel tanto che ci basta per avere stima di noi stessi, chiama il bambino a una presenza statica ed esecutiva perché è tutto previsto, ordinamentato ed è, in sostanza, quello che prevede (come dice il già menzionato Roland Barthes) il bambino utente.

   Non il bambino che conosce il mondo, ma il bambino che si adatta al mondo.

                                                                                                                   (Fine ultima parte)

(*) Franco Trequadrini è stato Professore Ordinario di Letteratura per l’Infanzia e Preside del Corso di Laurea in Scienze della Formazione Primaria dell’Università dell’Aquila. Ha dato vita (1985) alla cattedra di Storia della Letteratura per l’Infanzia, punto di riferimento nazionale per gli studi sulle fiabe, poesia per ragazzi e teatro per giovani. È stato impegnato nella critica letteraria ed ha pubblicato molti saggi e libri. A suo nome è stato istituito un Premio, organizzato d’intesa con l’Università dell’Aquila ed il Comune di Villalago (AQ) e, dal 2016, con l’Ufficio Scolastico Regionale per l’Abruzzo e l’Associazione Italiana Maestri Cattolici. Il Premio Franco Trequadrini pubblica, annualmente ed a scelta della commissione giudicatrice, la tesi vincitrice sulla Letteratura per l’Infanzia.

 

Nessun Commento

Inserisci un commento