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GIOCO E GIOCATTOLO: DALL’ESPERIENZA ALLA RAPPRESENTAZIONE

Benessere /53

Gioco e giocattolo: dall’esperienza alla rappresentazione

(Seconda parte)

di Franco Trequadrini (*)

(Testo raccolto da Giuseppe Mazzocco)

   Nei Giuochi fanciulleschi, sesto volume di “Usi e costumi abruzzesi” (Firenze, 1897), si fa una rubricazione dei giochi che stupisce vedere in un’opera di demologia, anziché in un trattato di pedagogia o di educazione motoria: “Esercizi polmonare, muscolare, di braccia e digitale” (cap. XIV), “Esercizio di equilibrio” (cap. XV), “Esercizio muscolare di braccia e di mano, con la mira” (capp. XVII, XVII, XVIII), “Esercizio dorsale. Portare e andare a cavallo. Flessione, pressione e spinta” (capp. XIX, XX, XXI). “Esercizio muscolare di gambe e di piedi. Salto, ascensione, saltellamento” (capp. XXII, XXIII). “Lanciamento e afferramento con corsa e rincorsa” (capp. XXIV, XXV, XXVI, XXVII), Giochi vari con esercizio mentale (cap. XXXI).

   A ben vedere, questa scansione-classificazione dei giochi trova il corrispondente nelle fasi dello sviluppo psicofisico: a) fase realistico-egocentrica; b) fase realistico-fantastica; c) fase realistico-sociale, che si riversano simmetricamente nelle fasi di esplicazione del gioco: 1) gioco fisico; 2) gioco d’immaginazione; 3) gioco con le regole.

   Ai punti a) e 1) che ho indicato appartengono giochi come “Ntalèhhh”, “A rota lup”, “Uéhh! In seggette”: i primi due sono di movimento (“L’una dopo l’altra, sino all’ultima, deve far molinello col solito grido continuato, e mettere pegno se prende respiro”), mentre il terzo è “statico” (“E’ una “seggetta” – piccola sedia – formata da quattro mani, ciascuna delle quali deve stringere un pugno della propria persona e un polso dell’altra, da formare un ripiano (…). Un fanciullo è sollevato di peso dai compagni con gran chiasso, e si acconcia in seggetta …”) e accompagnato da una cantilena corresponsiva:

Mamma è ita a Roma, che ti riporta? …Una soma di legna!

Chi te la porta? …La gallina zoppa!

Chi l’ha azzoppata? …Il palo della porta!

Dov’è adesso quel palo? …L’abbiamo messo al fuoco!

Dov’è quel fuoco? …L’ha spento l’acqua! …

E dov’è quest’acqua? …Se l’è bevuta la capra! …

Dov’è quella capra? …L’abbiamo scorticata! …

Dov’è quella pelle? …Ci abbiamo fatto la zampogna! …

   E a questo punto comincia l’esercizio polmonare, con l’emissione della voce nasale che imita il suono della zampogna.

   Questo gioco di rimando, che rievoca una famosa ballata popolare rivisitata dal cantante Angelo Branduardi nella canzone Alla fiera dell’est, è anche una forma antesignana, naïve, di limerick, che prescrive un percorso linguistico obbligato, ma imprevedibilmente libero di “fantasmazione”, e di binomio fantastico, teorizzato e praticato poi da Gianni Rodari: è di rilevante importanza che il gioco linguistico di invenzione si accompagni al gioco fisico. In effetti, a prescindere dalla fisicità della voce, non c’è gioco fisico che possa rimanere muto e inespressivo, senza ridursi a pura performance finalizzata a un risultato, perché il movimento fisico ispira la libera invenzione e l’uso libero della parola. Da “Giro-giro-tondo, casca il mondo / casca la terra / tutti giù per terra”, alle ninnenanne (in cui le filastrocche accompagnano il ritmo dei movimenti per assecondare l’addormentamento placido e senza turbamento, come in “Setaccio mio setaccio), alle conte come “Ambarabàciccìcoccò”, ai giochi di abilità, di sveltezza e di abilità e di agilità come “Uno in punto alla luna” (un bambino si curva ad angolo retto e gli altri, in progressione numerica, saltando e compiendo altre prove, pronunciando contemporaneamente una formula, come il calcio, lo sculaccione, la pressione dei pugni sulla schiena: è un gioco “a dichiarare” e chi sbaglia prende il posto di quello che subisce). 

   C’è poi il gioco della “Campana”, praticato soprattutto dalle femminucce, nel quale, disegnato per terra un grosso rettangolo suddiviso in caselle numerate, si butta un sasso o una scheggia di mattone (“schiazza”) e, secondo il numero della casella dove va a cadere la scheggia, si fanno altrettanti saltelli, a piedi uniti, incrociati, su un piede solo: una specie di rudimentale gioco dell’oca, animato.

   Le varietà locali e regionali sono infinite e perciò è impossibile catalogarle tutte: comunque, anche da questi pochi esempi si può dedurre la valenza educativa e formativa che quei giochi avevano. Il “gioco antico” prevedeva l’impiego di tutti gli arti, col raccordo oculo-manuale, con la coordinazione dei movimenti, e maturava non tanto lo sviluppo ed il potenziamento, quanto piuttosto il controllo delle varie parti del corpo e la padronanza, la facoltà di regia nel coordinarle.

                                                                                                         (Fine seconda parte)

(*) Franco Trequadrini è stato Professore Ordinario di Letteratura per l’Infanzia e Preside del Corso di Laurea in Scienze della Formazione Primaria dell’Università dell’Aquila. Ha dato vita (1985) alla cattedra di Storia della Letteratura per l’Infanzia, punto di riferimento nazionale per gli studi sulle fiabe, poesia per ragazzi e teatro per giovani. È stato impegnato nella critica letteraria ed ha pubblicato molti saggi e libri. A suo nome è stato istituito un Premio, organizzato d’intesa con l’Università dell’Aquila ed il Comune di Villalago (AQ) e, dal 2016, con l’Ufficio Scolastico Regionale per l’Abruzzo e l’Associazione Italiana Maestri Cattolici. Il Premio Franco Trequadrini pubblica, annualmente ed a scelta della commissione giudicatrice, la tesi vincitrice sulla Letteratura per l’Infanzia. 

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