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IL BENESSERE DEI RICORDI

  Benessere / 52 

Per il “benessere dei ricordi”, insieme a Pierluigi Palmieri ed a Roberto Puzzu, abbiamo scritto, su Centralmente, di Marcello Colusso,  un amico, purtroppo scomparso che nel suo essere artista delle immagini, era entrato in contatto culturale, diventato poi  frequentazione amicale,  con diversi esponenti della cultura abruzzese. Fra questi (l’ho ricordato sul numero 34 di Centralmente del 28 novembre 2021, “Marcello Colusso: saluto il mio amico artista”), per condivisione culturale e sensibilità artistica, sicuramente c’era Franco Trequadrini. 

   Con lui Marcello aveva creato un cenacolo, nel quale condivideva , osmoticamente, le stesse emozioni! Marcello aveva disegnato delle figure da cui Franco aveva preso le emozioni per scriverci una poesia o può darsi il contrario: Franco aveva scritto una poesia, che aveva ispirato Marcello a farne un dipinto! Io, che stavo al centro, godevo di questi momenti di raffinatezza culturale.

   Ringrazio il Direttore Responsabile di Centralmente per l’opportunità che mi dà di riportare un pezzo (del nostro comune amico Franco), che si inserisce perfettamente nella logica degli articoli che ho già scritto sul gioco. 

Gioco e giocattolo: dall’esperienza alla rappresentazione

di Franco Trequadrini (*)

(Testo raccolto da Giuseppe Mazzocco)

   Il gioco linguistico si deve accompagnare al gioco fisico, perché il movimento ispira la magica invenzione del gesto ed il libero uso della parola. Amara e realistica è la constatazione che la nostra epoca deve organizzare spazi (scuole, palestre, condomini, parchi, ludoteche) come “zoo” dei bambini.

   Il “gioco antico”, invece, aveva una funzione formativa ed educativa a tutto tondo che coinvolgeva contemporaneamente mente e corpo, in quanto consentiva di supportare i vari stadi dello sviluppo e l’acquisizione di una disciplina mentale: dalla libera scoperta del corpo, al gioco di fantasia ed al gioco con regole. 

   La funzione fortemente socializzante dei “giochi antichi” conferisce loro il valore di un tesoro perduto, che si fa fatica ad attribuire allo schematismo e alla rigidità dei giochi d’oggi.

   Tramite la componente ludica si promuoveva l’acquisizione dell’idea di esercizio corporeo come vissuto di libertà e con una forte valenza creativa. 

   I giocattoli moderni danno al bambino la possibilità di svolgere un’attività, ma lo spingono ad elaborarla in esperienza?  

   Una pur breve ricostruzione storica del rapporto del bambino col gioco e con i giocattoli ci descrive con evidenza palmare la parabola di un arco che parte da una visione del gioco come forma d’iniziazione al mondo, alla scoperta di esso ed all’“abitazione” (nel senso più ampiamente traslato del medesimo con l’esercizio del raccordo e dell’armonizzazione mente-corpo, con tutto quello che tutto ciò contiene di stupore e di incanto) e perviene poi a una visione del gioco e del giocattolo come forma e come strumento di adattamento all’utenza del mondo.

   In Miti di oggi, Roland Barthes afferma – e non vedo come possa essere smentito – che i moderni giochi, i quali propongono al bambino una miniaturizzazione del mondo adulto, l’abituano a considerarsi utente del mondo (la mente ci va a giochi e giocattoli come “Il piccolo chimico”, “Il piccolo ingegnere”, ecc. fino all’esasperazione enfatica del computer), mentre il bambino mette in atto non già un’utenza, ma un desiderio: desiderio di possesso, di libertà, di provare varie e diverse modalità di vivere e di essere se stesso. Il semiologo francese, su questi abbrivi, rievoca senza retorica il cavalluccio di legno o di cartapesta, o la scopa come cavalcatura, simbolo supremo – anche letterario, se si vuole – della libertà della fantasia e giocattoli di materiale “caldo” (come il legno, che si può accordare o allungare, con l’aggiunta di tasselli, secondo le esigenze dei vari momenti della crescita, dello sviluppo delle abilità e delle capacità di raccordo oculo-manuale) di contro ai moderni giocattoli di plastica, che finiscono per lo scoppio di una molla.

   Il gioco, dunque, aveva una volta una funzione formativa ed educativa a tutto tondo, che coinvolgeva contemporaneamente mente e corpo, in quanto consentiva di supportare i vari stadi dello sviluppo e l’acquisizione di una disciplina mentale, dalla libera scoperta del corpo, al gioco di fantasia ed al gioco con regole.

                                                                                                                         (Fine prima parte)

(*) Franco Trequadrini è stato Professore Ordinario di Letteratura per l’Infanzia e Preside del Corso di Laurea in Scienze della Formazione Primaria dell’Università dell’Aquila. Ha dato vita (1985) alla cattedra di Storia della Letteratura per l’Infanzia, punto di riferimento nazionale per gli studi sulle fiabe, poesia per ragazzi e teatro per giovani. È stato impegnato nella critica letteraria ed ha pubblicato molti saggi e libri. A suo nome è stato istituito un Premio, organizzato d’intesa con l’Università dell’Aquila ed il Comune di Villalago (AQ) e, dal 2016, con l’Ufficio Scolastico Regionale per l’Abruzzo e l’Associazione Italiana Maestri Cattolici. Il Premio Franco Trequadrini pubblica, annualmente ed a scelta della commissione giudicatrice, la tesi vincitrice sulla Letteratura per l’Infanzia. 

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